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Questo articolo è stato pubblicato il 20 giugno 2014 alle ore 08:06.
L'ultima modifica è del 20 giugno 2014 alle ore 10:46.

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Le linee-guida proposte dal Governo in materia di Terzo Settore rappresentano una grande occasione per imprimere una visione organica alle politiche di sostegno alle imprese sociali, che non possono trascurare le loro esigenze di capitalizzazione e finanziamento.

Secondo l'Istat, l'economia sociale - aggregato di istituzioni nonprofit (associazioni, fondazioni, comitati) e cooperative - ha un fatturato totale intorno ai 200 miliardi di euro, esprime oltre 355 mila unità produttive italiane e dà lavoro a 2,2 milioni di persone. Nel decennio in chiaroscuro per l'economia italiana 2001-2011 questo comparto è cresciuto del 24% per numero di organizzazioni e del 27% per occupati.
Il credito bancario a queste istituzioni (nonprofit e cooperative non finanziarie) assomma a circa 35 miliardi di euro. Ed è aumentato del 285% negli ultimi dodici anni, più di ogni altro comparto economico, con una crescita media del 6% anche negli anni della crisi (tra 2008 e 2012). In particolare, le cooperative sociali (secondo gli ultimi dati Istat sono 11.264 le cooperative sociali e loro consorzi attivi e sono raddoppiati tra il 2001 e il 2011), straordinaria intuizione italiana e scommessa imprenditoriale riuscita, oggi modello non solo per l'Europa, hanno creato oltre 365.000 posti di lavoro negli ultimi venti anni. Inventando, e rendendola "impresa" una risposta mutualistica di qualità alle esigenze di welfare delle comunità.
Eppure le banche che erogano crediti alle istituzioni nonprofit oggi sono penalizzate dalle regole prudenziali che prevedono, per ogni 100 euro prestati ad un ente senza scopo di lucro o ad un'impresa sociale, l'obbligo di accantonare 8 euro di patrimonio, contro i 6 previsti nel caso di crediti a favore di famiglie o piccole imprese. Una differenza difficile da comprendere, considerato che il Terzo settore è significativamente meno rischioso di questi comparti, come dimostrano i dati della stessa Autorità di vigilanza.
Se il Terzo settore venisse almeno equiparato al mercato retail si potrebbe, a parità di capitale e di liquidità, liberare un potenziale di credito di circa il 33%. Si tratterebbe di una prima, concreta misura di supporto all'impresa sociale, tutt'altro che trascurabile sotto il profilo degli effetti.

Oggi che anche il G8 si interroga su come promuovere la finanza ad impatto sociale, l'Italia ha a portata di mano una via semplice e concreta per aumentare la dotazione di risorse finanziarie a disposizione di chi ogni giorno, come ha scritto il Governo, «lavora per migliorare la qualità della vita delle persone». Fin qui un primo supporting factor di competenza nazionale.
Ma il semestre di Presidenza italiana dell'Unione europea offre anche l'opportunità di avviare una mini-riforma (di rilevante impatto però) delle regole sul capitale di Basilea 3, recepite in Europa con una direttiva (CRD 4) e un regolamento (CRR). Così come è stata una proposta sistemica di tutta l'economia reale italiana a far inserire nel CRR il cosiddetto fattore di supporto per le Pmi (Sme's supporting factor), oggi possiamo completare e rendere davvero efficace una riforma organica del Terzo settore, inserendo un fattore di supporto per le Imprese sociali (Social enterprise's supporting factor) che potrebbe emendare l'attuale articolo 501.1 del CRR come segue: «I requisiti patrimoniali per il rischio di credito sulle esposizioni verso le Pmi sono moltiplicati per un fattore di 0,7619 e per le Imprese sociali per un fattore di 0,6».
Si tratta di due coefficienti di agevole individuazione e azionabilità. Costi zero per la finanza pubblica. Benefici incisivi per le comunità e gli utenti e per riconoscere con i fatti la "primarietà" di ruolo del Terzo settore e la sua minore rischiosità bancaria (ad esempio, per le Bcc che erogano il 13% dei crediti ad associazioni e fondazioni, le sofferenze sono inferiori al 1,75%).
Sergio Gatti è direttore generale di Federcasse

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