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Questo articolo è stato pubblicato il 28 giugno 2014 alle ore 08:14.

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In base a molti parametri, il mondo non è mai stato più democratico. Teoricamente, ogni governo almeno a parole sostiene la democrazia e i diritti umani. Benché le elezioni possano non essere libere e giuste, i brogli elettorali su vasta scala sono rari e i tempi in cui potevano votare soltanto gli uomini, i bianchi o i più facoltosi sono da tempo finiti. I sondaggi globali di Freedom House evidenziano un continuo aumento dagli anni Settanta della percentuale di Paesi che sono "liberi", trend che lo scomparso politologo di Harvard Samuel Huntington aveva denominato "la terza ondata" della democratizzazione. Forse, il beneficio più significativo apportato dalla globalizzazione è stato la propagazione delle regole democratiche dai Paesi avanzati dell'Occidente al resto del mondo. Nondimeno, non tutto va bene per la democrazia. I governi democratici contemporanei hanno performance molto scarse e il loro futuro resta molto dubbio. Nei Paesi avanzati, il malcontento nei confronti del governo erompe dall'incapacità di quest'ultimo a concretizzare politiche economiche efficaci per la crescita e l'integrazione. Nelle democrazie di più recente nascita del mondo in via di sviluppo, ulteriore motivo di insoddisfazione è il fallimento dello Stato nel salvaguardare le libertà civili e la libertà politica.
Una democrazia vera, che abbini al governo della maggioranza il rispetto dei diritti delle minoranze, esige due tipi di istituzioni. Prima di tutto le istituzioni rappresentative - come i partiti politici, i parlamenti, i sistemi elettorali - indispensabili per stimolare le preferenze della popolazione e trasformarle in azione politica. In secondo luogo, la democrazia necessita di istituzioni di controllo, come un sistema giudiziario autonomo e media indipendenti, per difendere diritti fondamentali quali la libertà di espressione e per impedire che i governi possano abusare dei loro poteri. Quella della rappresentanza senza restrizione - elezioni senza legalità - è la ricetta sicura per una tirannia della maggioranza. La democrazia così intesa - che molti definiscono "democrazia liberale" - ha prosperato soltanto dopo la comparsa dello stato-nazione e le sollevazioni e le mobilitazioni popolari innescate dalla Rivoluzione industriale. Non dovrebbe di conseguenza stupire che la crisi della democrazia liberale che oggi stanno sperimentando molti di quanti furono tra i primi ad adottarla sia un riflesso dello stress al quale si trova sottoposto lo stato-nazione stesso.
L'assalto allo stato-nazione arriva sia da sotto sia da sopra. La globalizzazione economica ha smussato gli strumenti della politica economica nazionale e indebolito i meccanismi tradizionali di trasferimento e redistribuzione che rafforzavano l'integrazione sociale. Oltretutto, per giustificare la loro incapacità a rispondere tempestivamente alle esigenze della popolazione, i policy-maker spesso si nascondono dietro pressioni (vere o presunte) legate alla competitività e riconducibili all'economia globale, e citano queste stesse pressioni anche quando varano politiche impopolari come l'austerità fiscale. Una delle conseguenze è stata l'ascesa in Europa di gruppi estremisti.
Nel frattempo, movimenti separatisti regionali, come quelli di Catalogna e Scozia, sfidano la legittimità degli stati-nazione così come sono configurati al momento, e ambiscono a disgregarli. A prescindere che facciano troppo o troppo poco, molti governi nazionali devono far fronte a una crisi di rappresentanza.
Nei Paesi in via di sviluppo, a fallire più di frequente sono le istituzioni di controllo. I governi che arrivano al potere passando per le urne spesso diventano corrotti e affamati di potere. Tendono a ripetere le prassi dei regimi elitari di cui hanno preso il posto, imbavagliano la stampa e pongono un freno alle libertà civili, ponendo limiti al sistema giudiziario (o assumendone il pieno controllo). Il risultato di tutto ciò è stato definito "democrazia illiberale" oppure "autoritarismo competitivo". Venezuela, Turchia, Egitto, e Tailandia sono alcuni degli esempi recenti più noti.
Quando la democrazia fallisce nel dare tangibili risultati economici o politici, forse dovrebbe essere naturale aspettarsi che alcune persone cercheranno soluzioni autoritarie. E, per molti economisti, quasi sempre l'approccio preferito consiste nel delegare la politica economica a enti tecnocratici per tenerla lontana dalla "follia delle masse".
Con la sua banca centrale indipendente e le sue normative fiscali altrettanto indipendenti, l'Unione europea ha già fatto molta strada in questa direzione. In India gli uomini d'affari guardano con rammarico alla Cina, auspicando che i loro leader siano capaci di agire con altrettanta audacia e fermezza - il che equivale a dire più autocraticamente - per affrontare le sfide riformistiche del Paese.
Per porre fine all'irresponsabilità dei leader eletti, in alcuni paesi come l'Egitto e la Tailandia si arriva a considerare una necessità momentanea l'intervento delle forze armate. Alla fine queste risposte autocratiche si rivelano però controproducenti, perché acuiscono il malessere democratico. in Europa la politica economica ha bisogno di maggiore legittimità democratica, non di minore, e vi si può pervenire o tramite un significativo rafforzamento del processo di discussione democratica e con l'obbligo di risponderne a livello di Ue, oppure aumentando l'autonomia degli stati membri per una seria programmazione della politica economica. In altri termini, l'Europa si trova davanti a una scelta, quella tra una maggiore unione politica e una minore unione economica. Quanto più procrastinerà il momento della scelta, tanto più la democrazia ne soffrirà. Nei paesi in via di sviluppo, l'ingerenza delle forze armate nella politica nazionale compromette le prospettive a lungo termine della democrazia, in quanto impedisce lo sviluppo della necessaria "cultura" democratica, che comprende le abitudini alla moderazione e al compromesso tra i gruppi della società civile in competizione tra loro. Finché le forze armate resteranno l'ultimo arbitro politico, questi gruppi focalizzeranno le loro strategie sull'esercito e non sulla collaborazione con gli altri.

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