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Questo articolo è stato pubblicato il 03 settembre 2014 alle ore 08:23.
L'ultima modifica è del 03 settembre 2014 alle ore 15:13.

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La Germania sta passando di moda e inizia l'era del Regno Unito? Dopo anni in cui si sono invitati gli altri paesi europei a fare "come i tedeschi", copiandone riforme strutturali e sobrietà, anche l'economia di Berlino dà segni di stanchezza. In queste settimane abbiamo appreso che nel secondo trimestre del 2014 la già anemica ripresa in atto nell'eurozona a partire dalla primavera del 2013 si è di fatto arrestata.

Il poco confortante dato complessivo nasconde certo qualche buona notizia: in Spagna la crescita del Pil ha accelerato dallo 0,4% del primo semestre dell'anno allo 0,6%; anche Paesi Bassi e del Portogallo crescono dello 0,5% e 0,6% dopo un primo semestre di contrazione.

Tuttavia c'è poco da stare allegri dal momento che i problemi riguardano principalmente le grandi economie. Se in Francia il Pil è in stagnazione e in Italia arretra dello 0,2%, la vera notizia è che il Pil è sceso anche in Germania del 0,2% nel secondo trimestre del 2014.
Dall'altra parte della Manica le cose vanno diversamente. È sempre notizia di questi giorni che l'economia britannica crescerà più velocemente del previsto quest'anno e il prossimo: tra il 3,2 e il 3,5% a seconda della stime, ben al di sopra del 2,7% previsto in marzo. Con questa accelerazione il Pil del Regno Unito è tornato ai livelli pre-crisi. Buona anche la dinamica dell'occupazione e, come soli nei, un aumento delle esportazioni inferiore a quanto anticipato precedentemente e una continua sofferenza del settore manifatturiero.

Poiché Londra non ha adottato la moneta unica, è facilmente comprensibile che, per molti, la spiegazione della migliore performance economica del Regno Unito debba risiedere nell'indipendenza monetaria. È però interessante che, con una sterlina sempre più forte (da cui la preoccupazione per le esportazioni e il manifatturiero), questa spiegazione non abbia ricevuto particolare risalto nei notiziari britannici, che pongono invece l'accento sulla crescita del settore dei servizi in tutti i suoi principali comparti, dai servizi alle imprese ai servizi finanziari (+4,3%), dalla distribuzione agli alberghi e ristoranti (+4,8%), dai trasporti alla logistica e alle comunicazioni (+3,4%).

Questo settore non soltanto ha riguadagnato i livelli di attività pre-crisi, ma è attualmente di tre punti percentuali al di sopra del massimo raggiunto nei primi tre mesi del 2008. «In cima al mondo: il Regno Unito sta vincendo la corsa globale della crescita», intitolava il Daily Telegraph a Ferragosto, sottolineando la migliore prestazione del paese tra i G7 Stati Uniti inclusi.

Il fatto che, parallelamente all'ottima performance dei servizi, la produzione manifatturiera resti ancora del 7,5% inferiore rispetto al suo picco pre-recessione, fa pensare agli osservatori oltremanica che la ripresa economica del Regno Unito sia guidata soprattutto dalla spesa dei consumatori. Non è un caso che un'indagine sulla fiducia del commercianti abbia riscontrato in agosto un elevato livello di ottimismo sconosciuto dal 2002.

I recenti successi britannici sembrano quindi più legati a una peculiare specializzazione produttiva (dominata per il 75% dai servizi e, nei servizi, dominata dal cluster londinese) rispetto alle altre grandi economie europee che a presunte virtù taumaturgiche della sterlina.

Che poi una moneta indipendente, la cui solidità sia riconosciuta su scala globale, possa essere strumentale alla sostenibilità di un'economia di questo tipo è una questione diversa. Mentre la gran parte dei cittadini di Sua Maestà continua a ritenere che sia così, crescono i dubbi che un'economia con una forte specializzazione settoriale nei servizi (che i più vedono come "finanza") e un marcato sbilanciamente geografico verso la capitale sia davvero desiderabile di fronte alle crescenti diseguaglianze tra individui e territori che sembrano accompagnarla.

Tra lo scetticismo crescente che ciò che è buono per Londra sia davvero buono per il Regno Unito, non mancano le spinte centrifughe che caratterizzano le dinamiche politiche dell'eurozona. Tra pochi giorni gli scozzesi voteranno se affrancarsi dal "gioco di Londra"; se il primo ministro, David Cameron, vincerà le prossime elezioni politiche, ci sarà poi un referendum sul ritiro del Regno Unito dall'Unione europea. Nonostante la migliore congiuntura economica e la forza della sterlina, restano molti problemi da risolvere prima di annunciare il tramonto del decennio tedesco e l'alba di un nuovo decennio britannico.

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