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Questo articolo è stato pubblicato il 05 settembre 2014 alle ore 07:02.
L'ultima modifica è del 05 settembre 2014 alle ore 07:45.

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Mentre pareva che potessero aprirsi, a Est, nuovi fronti per un altro conflitto, oggi abbiamo qualche buon motivo per non doverci allarmare più di quanto la realtà ci consenta; qualcosa del genere, scrivono i pessimisti, inclini ai presagi, accadde nel 1939, ma non andrà così; la "ragione", ovunque stia, non potrà non farsi ragionevole.

C'è da temere, invece, per i fanciulli quasi dimenticati in una sorta di inaudita, inaccettabile irrilevanza: muoiono uccisi a migliaia, senza che la storia, così sembra, li tenga in conto. Sotto un titolo di giornale, Il sangue dei bambini, abbiamo visto l'immagine di quattro fanciulli, tra loro cugini, uccisi mentre giocavano sulla spiaggia a una specie di guerra che, senza la tregua, avrebbe dato alle fiamme, in un solo falò, i decaloghi di tutta l'etica morale vanamente tenuta in vita dai grandi codici religiosi e laici presenti nell'umanità. Quella foto, cui ne seguiranno tante altre, da una parte e dall'altra della contesa, cioè non solo da Gaza, superava i limiti di previdente avvedutezza della diplomazia politica, specie occidentale, avvalorando l'ipotesi che ovunque persista, e addirittura si aggravi, la sbugiardata promessa di una pace finalmente possibile, e quindi reale. Un osservatore luciferino direbbe che l'aula ovattata delle Nazioni Unite a volte sembra un deposito di dinamite a cui fa la guardia un'associazione di esperti in fuochi artificiali. Ma sono più di ottomila i fanciulli uccisi nelle guerre del mondo islamico da un estremismo religioso, ideologico e politico che non esita a chiamare "strategici" quegli eccidi, in quanto "devono provocare il terrore e quindi indurre alla sottomissione". Intanto l'Unicef denuncia il numero crescente delle creature scomparse in una parte del mondo dove "l'orrore ha già esploso la quantità di plastico della prima guerra del Golfo".

Sorgono da ogni parte inedite, temerarie domande: i fanciulli hanno forse perduto la predilezione di Gesù, il Dio non solo dei cristiani, sebbene ad essi si volga, oggi, la persecuzione più diffusa? Mai, nell'indifferenza pressoché generale, si era prodotto un orrore così vasto, le cui vittime più innocenti continuano a essere i bambini. Se «siamo nati per vivere, non per morire» - richiamo le parole di papa Giovanni - perché le vestali dei "diritti umani" non dicono che il primo rispetto del suo ordinamento assegna quel "diritto" ai più indifesi? Non avremmo motivo di celebrare, ogni sera, una sorta di lutto universale per i bambini uccisi, complice la nostra inettitudine, aggiungendoli ai "ventiseimila" che tutti i giorni - è ancora l'Unicef a dircelo - muoiono di fame, di malattia e di inedia nel Sud della Terra? Ci si chiede perché i Paesi democratici non rispondono con una solenne, inderogabile condanna al clamoroso silenzio che circonda tanta indifferenza per la sorte dei "figli degli altri", e gli intellettuali non uniscono le loro voci - nelle scuole, nelle università, nelle chiese, nelle televisioni, alla radio, insomma nei tanti luoghi della mente e dell'anima - per ricordarci che il massimo presidio del "vivere insieme" è la vita stessa, cioè il dovere, non soltanto sacro, di rispettarla. Perché ci lascia indifferenti questo morente sentimento dell'indignazione? Se «la politica è uscirne insieme», come diceva don Milani, perché non ci guardiamo intorno per capire con chi uscirne, da che cosa, per andare dove?

Siamo certi di poter chiedere, increduli e allarmati, perché non compiamo un atto riparatore - in nome della pace e della democrazia - se non si è ancora in grado di vincere la battaglia contro i fabbricanti di armi? È possibile conciliare una così abnorme contraddizione con il trascorrere indisturbato del nostro "essere per la vita", anziché ripeterci le parole del salmista, più laiche di qualunque ideologia, che dicono: «L'uomo ha il dovere di far nuove, anch'egli, tutte le cose», perché la creazione non è mai conclusa, e anzi ci invita, persino ci esorta, a concepire e indirizzare, responsabilmente, le nostre seminagioni? Sono miliardi le parole che in un minuto vengono pronunciate su questioni di carattere e interessi comuni, ed è il grandioso concerto cui partecipiamo in nome dell'esistenza singola e collettiva; ma perché ci giunge soltanto l'eco di una tragedia quotidiana che dovrebbe colpire la coscienza dell'umanità? L'elenco dei bambini uccisi in nome dello Stato islamico, ma anche in Libia, nel Sahel, nell'Alto Volta, in Sudan - ha raggiunto cifre impressionanti, e ancora più paurosa è la notizia dell'uso che, a fini propagandistici, si fa dei fanciulli ingaggiati per addestrarli all'odio facendoli assistere a torture, decapitazioni, fucilazioni singole e collettive perché imparino come punire un infedele per poi mostrare al "pubblico" la sorte toccatagli. Scrive un inviato del Corriere: «Non si tratta solo dei minorenni (maschi e femmine) rapiti in massa in Iraq, e delle bambine yazide sparite, ma anche dei ragazzini decenni inquadrati insieme con i volontari islamici per formare i futuri battaglioni della "guerra santa". Come all'aeroporto di Raqqa, dove hanno riunito soldati e ufficiali dell'esercito di Assad e fucilato 250 lealisti; mostrando ai bambini, chissà se in un doposcuola del corso di addestramento al terrorismo, almeno trenta vittime del nuovo radicalismo sunnita appese alle cancellate, una continuazione della tragedia toccata alle popolazioni cristiane, yazide, sciite e turcomanne nell'Iraq settentrionale.

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