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Questo articolo è stato pubblicato il 08 dicembre 2014 alle ore 06:48.
L'ultima modifica è del 08 dicembre 2014 alle ore 07:06.

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Alla fine, qualcosa si sta muovendo “persino” in Parlamento. Facili ironie a parte, c’è da registrare un passo importante: la relazione approvata dalla commissione Antimafia e inviata un paio di settimane fa ai presidenti delle Camere con la richiesta di arrivare alla revisione organica del Codice antimafia (Dlgs 159/11). Un atto importante per i contenuti e anche perché il voto dei commissari è stato unanime, senza le consuete divisioni partitiche o ideologiche. La relazione si concentra su obiettivi quali la semplificazione della normativa in vigore, il superamento di talune imprecisioni, l’introduzione di correttivi nelle misure di prevenzione, lo snellimento di procedure, il raccordo tra le esigenze della giurisdizione e quelle operative della gestione dei beni sequestrati, aziende in primis. Proprio dal vasto mondo del sequestro dei beni ha preso le mosse il lavoro dei commissari guidati da Rosy Bindi, che dopo decine di audizioni di tecnici, magistrati, poliziotti, prefetti hanno messo a fuoco l’esigenza di intervenire su un quadro più complesso raccogliendo – si legge – gran parte delle soluzioni emerse dalla “commissione Fiandaca”, istituita un paio d’anni fa dal Guardasigilli dell’epoca.
Così, i temi toccati risultano di grande interesse per il mondo delle imprese: di quelle tolte ai mafiosi oppure sottratte alla loro influenza, di quelle colpite da atti amministrativi come l’interdittiva, i cui effetti sono spesso devastanti e non sempre rimediabili.

Viene, per esempio, suggerita la riformulazione dell’amministrazione giudiziaria e del controllo giudiziario per rendere più rapidi e il meno invasivi possibile gli interventi sulle attività che risultino contigue, ma non in mano alle organizzazioni mafiose. Per questo vengono affrontati anche il tema della specializzazione di quanti si occupano di queste tematiche, siano essi i giudici delle misure di prevenzione siano gli amministratori giudiziari nominati dal tribunale. Per questi ultimi, in particolare, è richiesto un profilo più complesso, non più limitato alla mera custodia dei beni, ma in grado di attuare una vera gestione, perché tutto il salvabile – dalla produzione ai posti di lavoro – possa essere salvato; non per niente la commissione Antimafia chiede di fissare criteri precisi per la scelta degli amministratori, al fine di evitare quanto più possibile zone opache e conflitti d’interesse. Così, articolo dopo articolo, la revisione della normativa si dettaglia fino a proporre la sospensione automatica dell’interdittiva nei casi in cui l’impresa chieda il controllo giudiziario e il rafforzamento delle garanzie nei casi di misure di prevenzione o di controllo giudiziale.

Dunque le basi di una rivisitazione organica del complesso delle norme antimafia sono gettate, la strada imboccata pare adeguata a correggere errori e distorsioni introdotti tre anni fa e si coglie una nuova chiarezza nel connettere i due mondi emersi dalla recente retata di “Mafia capitale”: il “mondo di mezzo” che mescola corruzione e crimine organizzato. Anche l’unanimità del voto lascia ben sperare: occorre ribadire che il tempo stringe? Forse no, eppure è meglio farlo, perché una parte della politica ha dato prove plurime di non capire o di non voler capire. E dunque ripetiamolo: il tempo stringe.

ext.lmancini@ilsole24ore.com

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