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Questo articolo è stato pubblicato il 10 dicembre 2014 alle ore 07:30.
L'ultima modifica è del 10 dicembre 2014 alle ore 07:58.

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Se i francesi magari s’incazzano perché Nibali ha vinto il Tour, in compenso i loro economisti sono in auge – e tre indizi sono troppi perché sia un caso o una coincidenza. Prima il successo planetario di Thomas Piketty – il cui Capital au XXIe siècle si avvicina al milione di copie vendute in 32 lingue, appena un anno dopo la pubblicazione in Francia. Poi lo studio dell’Fmi, magari soggettivo ma nondimeno significativo, che include sette transalpini tra le 25 star under 45 della disciplina.

E buon ultimo, ma ovviamente il più conosciuto, il Nobel a Jean Tirole. Quale fil rouge lega queste vicende e quali lezioni trarne? Funzionamento dei mercati e regolamentazione, nel caso di Tirole, oppure distribuzione, per Piketty, senza dimenticare povertà e sviluppo, la specialità dell’economista sperimentale Esther Duflo – una prima costante è la rilevanza della ricerca per la policy. Senza ovviamente essere un empirismo privo di teoria – ricordiamo la formula “r > g” di Piketty (il rendimento del capitale è superiore al tasso di crescita dell’economia, e ciò aumenta inesorabilmente le ineguaglianze) – questo approccio è diverso rispetto ai lavori dei precedenti Nobel francesi (Gérard Debreu nel 1983, Maurice Allais nel 1988), che invece erano esercizi di teoria.

Dove sì c’è continuità è nell’eccellenza della preparazione matematica. Tirole ha studiato all’Ecole polytechnique, mentre cinque delle sette star dell’Fmi hanno fatto Normale-sup e sono allievi di Daniel Cohen, che sa interpretare l’economia come scienza sociale, senza nulla perdere del rigore quantitativo. Non a caso uno è Piketty, professore di Mit a 22 anni proprio grazie alle sue doti di formalizzazione, che non disdegna le contaminazioni, anzi se ne nutre fino ad alternare, nel Capital, formule matematiche ed echi balzacchiani.

Un altro elemento, l’importanza delle istituzioni. Il sistema francese è complesso, con le sue grandes écoles élitiste separate dalle università, che sono invece di massa e generalmente poco riconosciute. Il risultato è che 20 anni fa le scienze economiche vivevano un’impasse, di cui era testimonianza la fuga dei cervelli verso le migliori università americane. Il primo tentativo per superarlo è stata la nascita nel 1990 dell’Istitut d’économie industrielle (Idei) che è poi diventata la scuola di economia di Tolosa (ormai nota con l’acronimo inglese, Tse), nel 2007 come centro di ricerca e nel 2011 come centro di formazione. Sono seguite la Paris School of Economics (Pse) nel 2007 e la Aix-Marseille School of Economics (Amse) nel 2011. Al triennio a Tse si accede senza selezione, anche se l’ultimo anno a fare lezione a studenti di 20 anni arriva proprio Tirole!

Visto che le nozze non si fanno coi fichi secchi, lo Stato francese ha investito massicciamente in queste scuole, incardinate nelle rispettive università e però strettamente collegate anche alle varie grande écoles e al Cnrs, il Cnr francese. La Fondation Jean-Jacques Laffont (in onore del grande economista che creò l’Idei) ha un fondo di dotazione di più di 60 milioni, Pse è meno ricca (circa un terzo) ma ha la stessa capacità di raccogliere finanziamenti tra le imprese e la istituzioni finanziarie. Impossibile altrimenti offrire remunerazioni sufficienti per attrarre professionisti sul job market.

Certo, per raggiungere l’eccellenza c’è voluta molta determinazione imprenditoriale. Soprattutto di Laffont, che convinse Tirole, di cui era mentore, co-autore e amico, ad approdare nel Sud della Francia lasciando i comodi agi del Mit e dell’ecosistema di Boston e Cambridge. Quando si parla di una scuola francese, non si commette infatti un errore, ma solo se si ricorda come essa sia aperta, sia nel richiamare i cervelli gallici in fuga, sia nell’attirare quelli globali (pure italiani, ça va sans dire). Ma anche dal punto di vista delle scuole e delle metodologie – si pensi in particolare che a Pse ci sono anche storici e sociologi, oltre che esponenti della teoria della regolazione neo-marxista.

L’attenzione alle vicende della cité si riflette in una partecipazione attiva alle discussioni pubbliche. Alla Casa Bianca, dove Piketty è stato ricevuto, Duflo è quasi di casa da quando fa parte del Global Development Council di Obama. Molte di queste stelle dell’economia francese fanno o hanno fatto parte del Conseil d’Analyse économique, creato da Jospin nel 1999 per irrorare di conoscenza e di proposte l’azione del governo. Lo presiede attualmente Agnès Bénassy-Quéré, di Pse e primo laureato del Prix du meilleur jeune économiste de France, ed è sopravvissuto indenne a molteplici cambi di governo. Senza dimenticare che François Bourguignon, primo direttore di Pse e maestro di Piketty, era stato in precedenza Chief economist della Banca mondiale; né che all’Fmi questa carica è attualmente ricoperta da un altro francese, Olivier Blanchard.

Alle autorità pubbliche non è sfuggito che questi successi (e ovviamente anche l’altro Nobel 2014, Patrick Modiano) servono sia al soft power della Francia (un po’ malmenato negli ultimi tempi), sia alla sua attrattività economica (anche a livello locale, sulla facciata del municipio di Tolosa campeggia la foto di Tirole). Il che non toglie che neppure la Francia è indenne dalle semplificazioni partigiane. Le Capital è stato rapidamente deriso dagli opinionisti liberal-conservatori che hanno catalogato Piketty come un economista minore, mentre Tirole sarebbe “di destra” perché s’interessa all’impresa e alla microeconomia, piuttosto che alle ineguaglianze. Quando ovviamente per la società francese il valore di pensatori economici di questo calibro risiede proprio nella capacità di stimolare la riflessione su questioni fondamentali come la fiscalità, la regolamentazione dei mercati (anche del lavoro, per cui Tirole ha proposto l’introduzione del contratto unico a tutele crescenti) e il ruolo dello Stato in un’economia aperta e moderna.

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