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Questo articolo è stato pubblicato il 21 dicembre 2014 alle ore 14:30.
L'ultima modifica è del 21 dicembre 2014 alle ore 14:54.

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Jean Claude Juncker (Afp)Jean Claude Juncker (Afp)

Il Piano di investimenti per l'Europa ha ottenuto un'approvazione politica dal recente Consiglio europeo dei Capi di stato e di governo. La Commissione europea fa così un altro passo per tradurre in progetti gli orientamenti enunciati dal Presidente Junker già al Parlamento europeo al momento della sua elezione. La categoria “investimenti” compare adesso sempre a fianco della sostenibilità delle finanze pubbliche e delle riforme strutturali. Naturalmente le parole non bastano e il passaggio alle fasi realizzative non sarà facile e rapido in quanto ci sono frenatori e difficoltà oggettive. Riflettiamo dunque su tre aspetti del Piano Juncker: il rapporto della task force europea, le conclusioni del Consiglio Europeo,la situazione italiana.

Il rapporto Commissione-Bei. Le cifre del Piano Juncker sono note. Si vogliono mobilitare 315 miliardi di investimenti nel triennio 2015-17 partendo da 16 miliardi di garanzie date dal bilancio comunitario più 5 miliardi resi disponibili dalla Bei con una leva di attrazione per altri capitali pubblici e privati di 15 su cui vi è grande scetticismo. Queste cifre vanno adesso valutate in base al Rapporto Ce-Bei elaborato da una task force inclusiva dei rappresentanti degli Stati Ue, istituita in settembre su richiesta dell'Ecofin e il cui lavoro è stato validato sia dalla Commissione europea in novembre sia dall'Ecofin di dicembre.

Dal punto di vista quantitativo il Rapporto Ce-Bei ha identificato 2.000 progetti potenziali di investimento sulla base delle segnalazioni degli Stati Ue per un controvalore di 1.300 miliardi di euro di cui 500 miliardi “potrebbero” essere realizzati nei prossimi tre anni superando attuali barriere tra cui spiccano quelle finanziarie e/o regolamentari. Se si volesse ironizzare basterebbe rilevare che con 21 miliardi di garanzia andrebbero sostenuti 1.300 miliardi di investimenti con una leva di 62 volte oppure più generosamente e a cascata che avendo “assicurato” 315 miliardi di investimenti basterebbe una leva di 4 per arrivare a 1.300.

A tutto ciò vanno aggiunti gli investimenti rientranti nei progetti della Commissione europea in parte più o meno grande già finanziati nei bilanci europei. In realtà l'ironia sarebbe fuori luogo perché la cifra è solo una rilevazione delle proposte senza alcun impegno a finanziarle. Tuttavia la sproporzione tra le richieste e le risorse è enorme.
L'aspetto qualitativo e operativo inizia adesso perché andranno selezionati dei progetti credibili in termini di trasparenza, realizzabilità, redditività. Senza queste certezze il rapporto segnala che non si potranno finanziare progetti con le risorse del Feis e con quelle aggiuntive pubbliche dei singoli stati e infine attrarre investimenti privati. Due sono le considerazioni conclusive del Rapporto. La prima riguarda le aree di investimento che hanno un ruolo strategico e sulle quali per il triennio 2015-17 si evidenziano le seguenti quote sommando i progetti nazionali: unificazione energetica(29%), infrastrutture di trasporto(29%), conoscenza, innovazione ed economia digitale(18%), infrastrutture sociali(15%), risorse naturali ed ambiente(9%). La seconda considerazione è che i progetti presentati dai singoli Paesi non sono stati esaminati ma solo “formattati” per facilitare una comparazione ed una aggregazione. È bene notare qui che il Rapporto non calcola i totali nazionali sottolineando invece di continuo i progetti non sono stati accettati e che non esauriscono quelli possibili.

Le conclusioni del Consiglio Europeo. Da qui, venerdì scorso, è venuto al Piano di investimenti un consenso a procedere dentro dei vincoli precisi per tempi, modalità istituzionali e quantità. Dopo l'usuale premessa che la nuova politica di investimenti non può essere disgiunta dal risanamento dei bilanci e dalle riforme strutturali nei Paesi ritardatari (tra cui, implicitamente, Francia e Italia) si enfatizza il processo come segue: l'istituzione del Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici (Feis) dentro il Gruppo della Banca Europea degli investimenti (Bei) per mobilitare 315 miliardi di nuovi investimenti tra il 2015 e il 2017, la presentazione entro il gennaio 2015 da parte della Commissione della proposta su cui i legislatori(Parlamento e Consiglio) “sono invitati”a trovare un accordo entro giugno, l'avvio degli investimenti nella seconda metà del 2015; l'auspicio che la Bei avvii un processo propedeutico alla piena attivazione del Feis. Si enfatizza anche che il Feis va ad integrare e incrementare i progetti europei in corso compreso il miglior utilizzo dei fondi residui del Quadro Finanziario Poliennale 2007-13. Infine si prende atto che il Feis sarà aperto ai contributi in conto capitale degli Stati membri(anche attraverso le banche di promozione nazionali quali la nostra Cdp) e che la Commissione europea valuterà “favorevolmente ” per i Paesi contributori i vincoli che le finanze pubbliche nazionali devono rispettare dentro il Patto di Stabilità. Questa è per ora una modesta flessibilità ben lontana dalla richiesta italiana (e di altri Paesi) di scorporare dal deficit le spese pubbliche per investimenti

Una conclusione italiana. Il Governo italiano, che ha presentato dei progetti inclusi nel Rapporto Ce-Bei in base al lavoro di una task force nazionale coordinata dal sottosegretario Delrio, dovrà lavorare ancora molto per accedere ai finanziamenti. Speriamo che punti soprattutto su progetti abbinati ad altri Paesi efficienti e che si avvalga di forze economiche aggregate e aggregabili intorno alla Cassa depositi e prestiti che ha una credibilità europea notevole. Quanto al ruolo del Presidente Renzi nella svolta concettuale europea sugli investimenti va riconosciuto che è stato notevole, anche per il peso politico del suo partito nel Parlamento europeo. Cruciale è stato infine il ruolo del ministro dell'Economia Padoan che nell'Ecofin di settembre a Milano ha visto approvata la sua proposta di schema economico-istituzionale (che non cifrava le risorse necessarie) su cui ha costruito nei due mesi successivi il suo Rapporto la Commissione Ce-Bei. Sono risultati significativi anche se noi rimaniamo convinti che senza Eurobond (su cui con Prodi abbiamo fatto nel 2011 e nel 2012 su queste colonne una proposta che riemerge adesso in varie analisi europee) l'Eurozona continuerà a soffrire. Ma qui l'Italia da sola non potrà fare nulla.

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