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Questo articolo è stato pubblicato il 22 dicembre 2014 alle ore 07:02.
L'ultima modifica è del 22 dicembre 2014 alle ore 11:19.

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Una piattaforma che massimizza i benefici portati dal mercato interno dell'Unione e rafforza la voce dei giovani imprenditori sul fronte delle relazioni internazionali. Sono alcune delle priorità emerse nel corso dei lavori di «Scale Up Europe», la seconda “European youth entrepreneurship conference”, i cui lavori si sono svolti lo scorso giovedì e venerdì a Roma, a Palazzo Altieri, ospiti di Banco Popolare.

L'evento è stato organizzato da “Yes for Europe”, confederazione europea che rappresenta oltre 40mila giovani capitani d'impresa, con i Giovani di Confindustria, in vista della chiusura del semestre di presidenza italiana del Consiglio Ue. Tra i partecipanti anche Mario Benotti, consigliere di Sandro Gozi, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega agli affari europei.
«Lavoriamo per dare un contributo alla ripresa, per fare ripartire l'economia degli Stati Uniti d'Europa, il nostro mercato interno» ha detto aprendo i lavori Marco Gay, vice presidente di Confindustria e presidente dei Giovani Industriali. Il suo è stato un intervento che ha toccato molte priorità come la necessità di investimenti in R&S («Chiediamo che siano al di fuori dei vincoli di Maastricht al pari delle infrastrutture»), nell'industria materiale e immateriale («Forse così avremo un saldo positivo attirando dall'estero “cervelli” e nuove competenze»), nelle azioni da varare per combattere il digital divide. Quello della competitività è il punto affrontato da Licia Mattioli, presidente del Comitato tecnico per l'Internazionalizzazione e gli investitori esteri di Confindustria: «Ci siamo dovuti inventare un nuovo modo di produrre, più intelligente e innovativo, basato sul capitale umano per essere più competitivi come industria europea».
«Le aziende devono essere messe in grado di svilupparsi in modo sano, grazie a una politica industriale che prevede investimenti in settori strategici secondo un modello di partenariato pubblico-privato - ha rimarcato Gay -. Le imprese sono il motore che fa crescere lo Stato e l'occupazione».

Daniel Isenberg, del Babson college della Harvard business school ed estensore dello «Scale up manifesto», riporta il focus sull'importanza dello scale up, il processo che una start up o un'azienda consolidata seguono per avere un trend di sviluppo esponenziale. «La mentalità scale up, l'ambizione di continuare a crescere e influenzare le dinamiche del proprio mercato, è una caratteristica distintiva di molti imprenditori e ha un impatto positivo sull'ecosistema del Paese e su tutte le altre forme di imprenditorialità come start up, aziende di famiglia e Pmi». Sulla via dello sviluppo le imprese, in particolare le italiane, trovano tanti ostacoli. «La media Ocse evidenzia un costo del lavoro del 35%, ma l'Italia ha un gap di 18 punti in più - aggiunge Gay -. Una zavorra per chi crea innovazione e valore aggiunto».
Nel corso dei lavori si è anche dibattuto dei diversi regimi fiscali che mal si addicono a quelli che, un domani, saranno gli Stati Uniti d'Europa. «La via da seguire è quella di una omogeneità fiscale, con una media Ue che potrebbe essere del 35%, a cui si aggiungeranno le tasse nazionali» è il suggerimento di Gay e Mattioli.
Tanti i temi affrontati nella due giorni, ma a emergere è stato lo spirito europeistico delle soluzioni. Lo dice Luca Donelli, responsabile Affari internazionali e comunitari dei Giovani di Confindustria: «Il rafforzamento di piattaforme di collaborazione come lo Yes for Europe e l'intensificarsi della collaborazione tra giovani imprenditori sono un contributo concreto verso l'integrazione europea e la competitività del nostro ecosistema nel mondo».

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