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Questo articolo è stato pubblicato il 30 dicembre 2014 alle ore 07:31.
L'ultima modifica è del 30 dicembre 2014 alle ore 07:35.

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Il terremoto politico che dalla Grecia può scuotere l'intera Europa, l'atteso quantitative easing della Bce, la possibile richiesta a marzo da parte di Bruxelles di rafforzare il consolidamento dei conti pubblici italiani attraverso una manovra correttiva sono temi rimasti marginali nella conferenza stampa di Matteo Renzi. Eppure è da qui che nei prossimi mesi passerà gran parte del destino dell'economia italiana e delle sue possibilità di rilancio.

Temi su cui non è tanto importante parlare - quindi poco male che non abbiano avuto ieri il dovuto spazio - ma su cui il governo italiano dovrà concentrare il suo sforzo nel prossimo anno. Senza cedere alla tentazione di fare la faccia feroce, ma lavorando con serietà a una svolta condivisa con i nostri principali partner europei. Perché è l'Europa, non solo l'Italia, che oggi ha un problema di crescita e di stabilità finanziaria; ed è quindi interesse europeo, non italiano, che a livello continentale si ponga fine a quello che è stato definito il “feticismo” tedesco per il rigore.
Dopo alcuni passi falsi ai suoi esordi europei, Renzi sta dimostrando di avere ben chiara questa priorità e questa strategia. Ieri, pur nel poco detto sull'Europa, ha giustamente affermato l'importanza di portare avanti contemporaneamente le riforme strutturali in Italia e lo sforzo per una nuova governance economica continentale, nella consapevolezza che le due cose si tengano insieme perfettamente.

È mancato però, sorprendentemente, il senso di una nuova sfida per il 2015. Renzi ha rivendicato i risultati di questa ultima parte del 2014, con l'approvazione di misure importanti come il Jobs Act e l'attuazione di una parte della delega fiscale, ma dalla lunga conferenza stampa non è emersa con chiarezza una prospettiva strategica complessiva di rilancio per i prossimi, decisivi, mesi.
Forse in questo senso un dato può aiutare: nel 2014, secondo le tabelle della nota di aggiornamento del Def, la spesa per investimento ha fatto registrare un ulteriore calo del 2,1 per cento. Difficile immaginare un rilancio se non si saprà invertire nel prossimo anno questa tendenza.
Le nuove regole del lavoro, accompagnate dagli sgravi fiscali e contributivi previsti dalla legge di stabilità, daranno certamente una spinta. Ma se non si riattiveranno gli investimenti pubblici e privati difficilmente si uscirà dal guado. E va benissimo in questo senso invocare gli investimenti europei, ma l'Italia deve essere in grado di spostare in casa sua tanta spesa corrente verso spesa per investimento. È stato il vero buco nero di questa ultima legge di stabilità, per altri versi positiva: senza una riqualificazione della spesa pubblica in senso produttivo non ci tireremo fuori dal guado.

Il senso più autentico delle spending review, in fondo, è in questa revisione, non semplicemente nell'uso delle forbici. Spendere meglio significa liberare risorse per gli investimenti pubblici. E solo in questo modo l'Italia sarà più credibile al tavolo europeo dove dovrà trattare la sterilizzazione degli investimenti nel calcolo del rapporto deficit/Pil ai fini del parametro del 3 per cento. Ieri Renzi ha affermato l'obiettivo prudenziale di svincolare i 5 miliardi necessari al cofinanziamento nel 2015 dei fondi europei: è un obiettivo realistico, ma è anche un obiettivo minimo.
Per il resto molto è stato rinviato da renzi al disegno di legge delega sulla Pubblica amministrazione. Tra gli obiettivi del suo governo questo è certamente quello più in ritardo. Non a caso è anche quello dove le resistenze sono storicamente più forti (anche sula riforma del lavoro per la verità, ma qui Renzi ha dimostrato di sapere camminare spedito). Ora il premier ha arricchito quel treno, fermo all'esame del Senato da molti mesi, di due vagoni molto pesanti come la razionalizzazione delle società partecipate e l'estensione del Jobs Act al pubblico impiego.

Il rischio di tempi ulteriormente lunghi è quindi molto concreto. Sulle ex municipalizzate, del resto, si parla di intervenire almeno da questa estate, quando si ipotizzava di inserire la riforma nello “Sblocca Italia”. Il problema è evidentemente politico e banalizzarlo a una questione di veicoli in cui inserirlo non aiuta a risolverlo.
Si vedrà a febbraio se la volontà del governo sarà più forte delle resitenze dei tanti potentati locali. Come si vedrà a febbraio sulla sua capacità di incidere sulla regolazione del rapporto di lavoro del pubblico impiego, ricordando però che la delega allo studio del Senato prevede su questo tema un'attuazione nell'arco di 24 mesi. Un tempo troppo lungo, in considerazione di quanto il lavoro privato stia invece sostenendo in questi mesi e in questi anni i sacrifici più duri imposti dalla crisi. Al Paese serve un nuovo modo di lavorare nella Pa e serve in tempi ragionevolmente brevi.
Per tutte queste ragioni il semestre che inizia con il nuovo anno sarà determinante per il futuro dell'Italia, molto più di quanto non sia stato il semestre sotto la nostra presidenza. Dire che ci giochiamo tutto sarebbe enfatico. Ma di sicuro quello che si farà nei prossimi mesi in Europa e in Italia ce lo ricorderemo molto a lungo.

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