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Questo articolo è stato pubblicato il 31 dicembre 2014 alle ore 09:35.
L'ultima modifica è del 31 dicembre 2014 alle ore 10:54.

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Edward H. Carr, storico e diplomatico inglese, rispose alla domanda «Qual è il problema della vita»? rivoltagli da un giornalista del Times a conclusione di un'intervista: «Guardi, ci penso una volta l'anno; siccome ci ho pensato ieri, riprovi tra un anno».

Carr, educato alla Merchant Taylors' School di Londra e al Trinity College di Cambridge, autore della monumentale Storia dell'Unione Sovietica in 14 volumi, non terminata (anche se morì a 90 anni nel 1982), aveva capito una verità indagando le mosse di personaggi quali Lenin o Stalin: è più facile prevedere cosa succederà in futuro di quanto è accaduto nel passato.
La storia, insomma, è piena di impicci, ripetizioni, premonizioni che mai si potranno spiegare.
Con siffatti propositi ci conviene guardare al 2015 e sbizzarrirci con gli auguri, ché quanto è avvenuto negli anni appena trascorsi o in altri remoti è ancora tutto da chiarire, se mai ci si riuscirà. Certo, si ripeterà che il 2015 è il centenario dell'entrata in guerra dell'Italia nel primo conflitto mondiale, e speriamo che qualcuno illustri sotterfugi e tartufismi che scortarono quella scelta (umanamente costata ben più dei dichiarati 600 mila morti e del milione di mutilati e invalidi); altri si ricorderanno del Congresso di Vienna, chiuso il 9 giugno 1815, nove giorni prima della battaglia di Waterloo, che cercò di risolvere i problemi della vecchia Europa prima ancora di aver spedito a Sant'Elena quel ladro d'arte di Napoleone. Altri ancora parleranno del 750° anniversario della nascita di Dante (1265) o del fatto che in Italia cade il 150° anniversario del trasferimento della capitale a Firenze, mossa che lasciò Torino orfana e Roma ancora - il verbo è di Garibaldi - dal papa.
Crediamo tuttavia che per ben strologare conviene riflettere su quanto accadde in tempi a noi più vicini, anche perché molti problemi sono rimasti tali e quali, pur mutando i nomi. Il 1965 per esempio, cinquant'anni fa. Il mondo era pieno di speranza, tanto che l'inglese Mary Quant , sull'onda dell'accorciamento di taluni indumenti femminili proposto dallo stilista francese André Courrèges, lanciava la sua , la minigonna. Fu una rivoluzione.

I predicatori dai pulpiti si fecero sentire, gridarono all'apparire di questa riduzione (anche del pudore) aggettivi di ogni genere, mentre la Chiesa abbandonava in quel 1965 il latino. Il costo dell'abbonamento Rai era di 12 mila lire (6 euro e qualche spicciolo di oggi), un operaio guadagnava tra le 80 e le 90 mila lire, un caffè costava 60 lire e un quotidiano 50. Le pensioncine o i piccoli alberghi sulla riviera romagnola offrivano soggiorni estivi a circa 1500 lire per persona (i bambini con uno sconto). All'interno del Pci – il Partito comunista italiano – era in corso un vivace dibattito tra le correnti di Amendola e di Ingrao, e in quel tempo un buon militante vi spiegava la differenza tra tattica e strategia. Moro, al comando di un governo di centrosinistra, varava decreti sull'economia per evitare il tracollo da molti, ma alla lira il Financial Times assegnava l'Oscar; Ugo La Malfa, sedente sulla poltrona di segretario del Pri (Partito repubblicano italiano), già ministro del bilancio con Fanfani, ricordava quello che oggi è diventata una cupa solfa rimbombante: contenere la spesa pubblica, fare attenzione ai consumi ricchi, controllare i redditi per dare ossigeno ai conti. Si inaugurava il centro siderurgico di Taranto, il più grande d'Europa, mentre qualcuno veniva fermato alle frontiere - a Chiasso, a Ventimiglia – con valigie piene di soldi. La fuga dei capitali, strillata dai giornali, era considerata una piaga italiana. Il Paese è in recessione, gli investimenti calano, la disoccupazione aumenta ma i consumi crescono; con la legge 123 sono emanati provvedimenti per un finanziamento straordinario alle aziende in sofferenza. La Svizzera il 14 febbraio chiude le frontiere per controllare gli ingressi dei lavoratori stranieri, soprattutto italiani. A New York Malcolm X, il capo dei musulmani neri, viene ucciso il 21 febbraio; il primo giorno di quel mese in Alabama è tratto in arresto Martin Luther King. I diritti degli afroamericani negli Usa non sono scontati.

Che aggiungere? Anche allora il vero problema è la pace, bene che si augura papa Paolo VI nel suo discorso all'Onu il 4 ottobre di quel 1965: «Un giuramento deve cambiare la storia futura del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell'intera umanità!». Parole che non fermeranno il conflitto in Vietnam, anzi è in corso la campagna di bombardamenti aerei dura oltre ogni previsione (circa 300 mila missioni), tanto che furono sganciate più bombe su quel Paese asiatico che sulla Germania. Il mondo, però, cambia. In quell'anno si tiene a New York, al MoMa, la prima esposizione di Arte Ottica. Diventerà un simbolo degli anni Sessanta. Celebra le esperienze dell'Arte cinetica. Si stupisce il visitatore esaltando gli effetti di illusione e straniamento delle opere esposte. Intanto sono messi in commercio i primi videoregistratori portatili, si cominciano a costruire i sintetizzatori musicali elettronici.
Potremmo infine confrontare la produzione letteraria o artistica italiana di oggi con quella di allora – da Italo Calvino a Lucio Fontana a Giorgio De Chirico – ma in tal caso, ricorrendo alla battuta di Carr, è meglio prendersi un anno di tempo per rispondere.

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