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Questo articolo è stato pubblicato il 15 gennaio 2015 alle ore 06:50.
L'ultima modifica è del 15 gennaio 2015 alle ore 07:23.

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Ormai le notizie sulla ritrovata salute dell’economia americana, paradossalmente, non fanno più notizia. Ciononostante non può non colpire il consuntivo di fine anno sull’andamento del mercato del lavoro statunitense. Soltanto nel 2014 sono ben 2,95 milioni i nuovi posti di lavoro creati. Si tratta del miglior risultato dell’ultimo quinquiennio e ha contribuito alla creazione complessiva di più di 11 milioni di posti di lavoro dal 2009.
Già a ottobre Barack Obama celebrava questi risultati. In un discorso presso la Northwestern University, il presidente invitatava gli Americani a essere orgogliosi di questo risultato: «Quando ho assunto l’incarico, le nostre imprese licenziavano 800.000 americani al mese. Oggi, le nostre imprese assumono 200.000 Americani al mese. Il tasso di disoccupazione è sceso da un apice del 10 per cento nel 2009 all’odierno 6,1 per cento... questo è il periodo più lungo di creazione ininterrotta di posti di lavoro nel settore privato nella nostra storia... gli Stati Uniti hanno messo di nuovo al lavoro più persone di quanto hanno fatto insieme Europa, Giappone e ogni altra economia avanzata».

Nel dibattito di questi giorni si indica in questi risultati la prova che la cura del quantitative easing somministrata dalla Federal Reserve per combattere la crisi ha funzionato molto meglio di quella dell’austerity perseguita dalle istituzioni dell’Unione europea. Questa sembra essere anche la nuova convinzione della nostra Banca centrale europea. Bisogna tuttavia guardare ai dati americani con attenzione, per evitare di confondere ancora una volta l’economia di carta, su cui agisce principalmente la politica monetaria, e l’economia reale delle imprese e dei lavoratori.
Nulla di più reale (e attuale) esiste, per esempio, nelle economie avanzate del costo dell’energia. Come sottolineato da Obama a ottobre, il basso costo dell’energia è stato uno dei fattori trainanti la recente creazione di nuovi posti di lavoro negli Stati Uniti. Molti di questi nuovi posti sono stati infatti creati nel manifatturiero, il settore che maggiormente consuma energia (a parte quello che l’energia la produce) e il settore che per eccellenza offre posti di lavoro alla classe media: «Nell’ultima decade, era comunemente accettato che l’industria americana fosse in irreversibile declino... [Oggi l’industria] sta crescento a velocità quasi doppia rispetto al resto dell’economia. E più della metà dei dirigenti industriali hanno dichiarato che stanno attivamente cercando di riportare a casa posti di lavoro dalla Cina». Se l’ultimo decennio, prosegue Obama, è stato carattearizzato dall’outsourcing, questo decennio sarà definito dall’insourcing.

L’avventura dell’outsourcing non è, tuttavia, stata inutile e per questo non si interromperà. Mettere radici all’estero ha infatti insegnato alle imprese americane come aprirsi nuovi mercati, abbattendone le barriere commerciali e rendendoli più permeabili alle esportazioni dagli Stati Uniti. Non è un caso se, nell’era dell’outsourcing, le esportazioni americane sono cresciute a livelli senza precedenti, un fattore importante per la creazione non soltanto di nuovi posti di lavoro americani ma anche di posti di lavoro migliori, dal momento che le imprese che esportano tendono a pagare salari più alti.
Ma se, come sappiamo, il costo del petrolio è sceso per tutti i paesi del mondo (Cina inclusa), com’è possibile che tale calo stia avvantaggiando soprattutto gli esportatori americani? La risposta va cercata al di là del petrolio nei giacimenti americani di gas da argille (shale gas), il gas naturale intrappolato nella microporosità della roccia, che, grazie alle nuove tecnologie estrattive di fracking, è già in grado di garantire circa un secolo di riserve energetiche aggiuntive all’industria americana.

Diversamente da quello del petrolio, il mercato del gas naturale non è un mercato integrato con un prezzo unico su scala globale. La ragione è che il gas naturale ha una più bassa densità energetica e più complesse infrastrutture che ne condizionano la trasportabilità. In assenza di gasdotti che varchino gli oceani (chimere allo stato attuale della tecnologia), per raggiungere il mercato globale il gas naturale, di cui gli Stati Uniti sono ricchi, va liquefatto prima di essere imbarcato su navi speciali e ri-gasificato una volta sbarcato a destinazione. Si tratta di procedimenti costosi che limitano la convergenza verso un unico prezzo del gas naturale a livello globale. Il risultato è che la rivoluzione del fracking ha abbattuto il prezzo del gas naturale maggiormente negli Stati Uniti che altrove, con un prezzo americano che viaggia a meno della metà di quello europeo e a meno di un terzo di quello asiatico.
Quantitative easing e basso prezzo del petrolio possono contribuire alla ripresa dell’economia europea, ma da soli difficilmente basteranno a replicare la rinascita americana dell’industria su questa sponda dell’Atlantico.

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