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Più flessibilità per più domanda

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NEL DIALOGO TRA ROMA E BRUXELLES

Più flessibilità per più domanda

L’economia globale nel 2015 si annuncia carica di contrasti. Se da un lato la bassa inflazione in Europa e Asia deprime gli investimenti, dall’altro il calo del prezzo del petrolio e il buon andamento dell’economia americana inducono il Fondo monetario a prevedere una crescita del 3,5%. Per l’Italia, che è uno dei dieci maggiori importatori di prodotti petroliferi, l’effetto congiunto del calo del petrolio e del deprezzamento dell’euro dovrebbe consentire una piccola ripresa congiunturale. Le previsioni vanno da uno 0% di Moody’s allo 0,2% dell’Ocse, lo 0,4% di Fmi e Bankitalia, lo 0,5% dell’ISTAT, lo 0,6% del governo. Noi riteniamo che si possa raggiungere lo 0,8% e anche qualcosa di più. A condizione che la crisi finanziaria della Grecia non contagi altri paesi: in tal caso la declinante solidarietà europea della Germania - che insiste nel suo atteggiamento mercantilistico, ostacola i tentativi di Draghi di fermare la deflazione, e si oppone alle OMT - potrebbe alimentare un circolo vizioso di portata imprevedibile fra politica e finanza.
Quali sono le implicazioni di queste previsioni per la politica economica? Finora, i governi italiani che si sono succeduti dal 2011 - il governo Monti, il Governo Letta e il Governo Renzi – hanno accettato di adeguarsi sostanzialmente, pur con diverse sfumature di linguaggio, alla richiesta delle autorità europee di dare priorità al risanamento dei conti pubblici e alle misure di flessibilizzazione dell’offerta dei fattori produttivi, a cominciare dal lavoro. In linea con questa impostazione supply side, essi hanno ripetutamente annunciato in documenti ufficiali la fine imminente della crisi economica e l’inizio della ripresa.

In precedenti articoli su questo giornale, avevamo criticato duramente l’impostazione europea e la remissività italiana. Avevamo scritto che le manovre restrittive di finanza pubblica erano basate su una erronea sottovalutazione dei valori dei moltiplicatori e dei loro effetti deflazionistici. Aggiungevamo che rendere flessibile l’offerta in presenza di una crisi della domanda voleva dire aggravare ulteriormente la depressione. Concludevamo che le previsioni di un’imminente uscita dal tunnel della crisi erano infondate.
L’atteso miglioramento congiunturale nel 2015 non muta in alcun modo la nostra analisi e le proposte conseguenti. Lo “sconto petrolifero” dev’essere speso affinché possa essere benefico. In caso contrario esso può rivelarsi un boomerang deflattivo che la Bce - in ritardo di almeno due anni - non è ormai più in grado di fermare. In ogni caso, l’unico modo nel quale in Italia può determinarsi una riduzione della disoccupazione e, sul piano finanziario, un’inversione di tendenza nell’andamento del rapporto debito/Pil, è riuscire a ottenere per qualche anno tassi di crescita dell’ordine del 3% in termini reali. Ciò ridurrebbe i debiti privati (e i timori dei creditori di non vedersi rimborsati) e farebbe ripartire i consumi. Ma occorre un’iniezione di domanda pubblica studiata in modo da assicurare un valore elevato dei moltiplicatori. La manovra sarebbe più efficace se prendesse di mira le aspettative garantendo che il Governo è deciso a fare whatever it takes per rilanciare l’economia.

Nella tabella qui in pagina abbiamo ipotizzato un aumento del deficit di 20 miliardi di euro nel 2015, e calcolato gli effetti che esso potrebbe avere – rebus sic stantibus - sul reddito e sul rapporto debito/Pil (effetti raggruppati nel 2016 per comodità di esposizione). Riteniamo che, scegliendo accuratamente le destinazioni di quest’immissione aggiuntiva di domanda, si possano avere valori dei moltiplicatori compresi fra 1,5 e 2; addirittura 2,5 se tutta l’Europa partecipasse alla manovra (quando vedremo una proposta italiana per un external compact?). Ci confortano gli ultimi dati dell’Ocse sull’output gap italiano, stimato al 6% del Pil, e sul surplus strutturale del bilancio, stimato al 4% del Pil! In questa situazione di forte disponibilità di fattori produttivi non è più vero, come sostiene Alessandro De Nicola su Repubblica, che «i soldi che vengono spesi per un aeroporto pubblico sono sottratti all’investimento o al consumo privato». I soldi disponibili sono talmente tanti – grazie anche alle banche centrali – da spingere i tassi d’interesse a livelli negativi; e sono talmente poco utilizzati che l’economia è in deflazione. Perciò i moltiplicatori sono alti: perché la spesa pubblica non “spiazza” la spesa privata, ma è aggiuntiva. Eppure, anche immaginando un valore del moltiplicatore pari a 0,8 (prima colonna), questa politica avrebbe un effetto positivo significativo già nel breve-medio termine sul rapporto debito/Pil.

Una delle obiezioni che venivano opposte a questa nostra impostazione era che essa, comportando maggiori importazioni, avrebbe messo in crisi la bilancia commerciale italiana. I risparmi sulla bolletta petrolifera e la svalutazione dell’euro fanno venire meno questo timore: a politiche vigenti il saldo commerciale del 2015 sarà positivo per oltre il 2% del Pil. Il vero ostacolo è costituito dalla lettera dei Trattati europei, dal Patto di stabilità e dai suoi aggravamenti più recenti. Noi pensiamo che il Governo italiano dovrebbe sottoporre alle autorità europee questi calcoli, spiegare perché questa è la sola via attraverso la quale l’Italia può compiere un percorso virtuoso in tema di incidenza del debito pubblico, e rivendicare che la nostra ripresa rappresenterebbe un vero contributo alla stabilità dell’euro.