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Il made in Italy scommette sull'Egitto

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no di sviluppo di al-sisi

Il made in Italy scommette sull'Egitto

Il programma di sviluppo del Paese «prevede investimenti per 15 miliardi di dollari l'anno: sono convinto sia fattibile», calcola Naguib Sawiris. «Quest'anno la mia famiglia garantirà il 20% di quella cifra, tutta nel settore energetico». Il proprietario di Orascom e primo imprenditore privato egiziano, punta sull'Egitto di Abdel Fattah al-Sisi.
Come re ed emiri del Golfo, le grandi multinazionali, Matteo Renzi e, con ottimismo più cauto, gli altri Paesi occidentali insieme al Fondo monetario Internazionale.

Open for business” è il mantra della Conferenza internazionale economica che si conclude oggi a Sharm el-Sheikh. Aperti agli affari. Era lo stesso slogan dei tempi di Gamal Mubarak e di Rashid Mohammed Rashid che prima di essere travolti dalla rivolta di piazza Tahrir, già vent'anni fa avevano aperto l'Egitto alla modernità, privatizzando e agevolando gli investimenti stranieri. Dopo quattro anni di corto circuito rivoluzionario, ora ci riprova il presidente al-Sisi, cercando di trasformare anche i militari in tecnocrati.
S'incomincia dall'energia e i progetti del governo egiziano spiegano il perché. Sono 12 i cantieri annunciati da Sherif Ismail, il ministro del Petrolio e delle Risorse minerali: 7,3 miliardi di dollari in raffinerie, gasdotti, petrolchimico, energie alternative. Inoltre l'Egitto ha bisogno di aumentare di 5,200 megawatt l'anno la produzione di energia elettrica: cioè 12 nuove centrali e altri investimenti per 5 miliardi di dollari l'anno fino al 2022.
Ma se la conferenza si fosse fermata all'energia – comunque la parte più consistente a Sharm el-Sheikh- sarebbe stato come eseguire a metà il lavoro di ricostruzione egiziano. Da tempo l'economia del Paese dipende dalle risorse naturali e dal turismo. Le sue fonti valutarie storiche sono il canale di Suez, le esportazioni di gas, il turismo e le rimesse degli 8 milioni di egiziani che lavorano all'estero. L'industria manifatturiera è immensa ma antiquata; il cotone è di prima qualità ma privo di una moderna filiera industriale; l'agricoltura è un mezzo fallimento se col tempo l'Egitto è diventato un Paese importatore di grano e di generi alimentari. È dunque anche a questo che l'ex generale al-Sisi guarda, quando propone una crescita non inferiore al 6% per i prossimi cinque anni, che dovrebbe abbattere la disoccupazione dal 35 al 10%, e una strategia di sviluppo a lungo termine da qui al 2030 per i quasi 84 milioni di egiziani che presto saranno 100 milioni. Questo è l'unico Paese arabo e sunnita con la massa critica necessaria per bilanciare l'Iran persiano e sciita. Gli manca solo un'economia che sia ugualmente competitiva.

La seconda fase del monumentale raddoppio del canale di Suez, che garantirà un aumento degli introiti dagli attuali cinque a 12,5 miliardi di dollari l'anno, punta alla necessaria diversificazione dell'economia egiziana. Attorno al canale saranno create zone industriali, verranno sviluppati i commerci. I dieci progetti per creare il grande Suez Canal Logistic Hub, richiedono investimenti per 15 miliardi. E altri 45 per attivare un migliaio di fabbriche nel resto del Paese.
I numeri sono enormi e non è difficile elencarli, progetto per progetto, una data di scadenza dopo l'altra. Il problema, come sempre, è trasformarli in investimenti reali. Gli arabi del Golfo sono i primi: quando si parla di Egitto, la geopolitica si sovrappone alle opportunità economiche. Negli ultimi 18 mesi Arabia Saudita, Emirati e Kuwait avevano già garantito un aiuto da 23 miliardi di dollari in forniture petrolifere, denaro contante e depositi alla Banca centrale egiziana. A Sharm el-Sheik i tre Paesi arabi che più si oppongono ai Fratelli musulmani esautorati da al Sisi, hanno rilanciato con nuovi aiuti e nuovi investimenti: quattro miliardi l'Arabia Saudita, quattro gli Emirati, quattro il Kuwait. Sarà un utile aiuto per far scendere il deficit di bilancio egiziano dal 14% del 2013 all'11 previsto per quest'anno.

Le promesse degli altri Paesi sono più caute. Anche Christine Lagarde, direttore del Fmi, elogiando le coraggiose riforme fin qui compiute dall'Egitto, si aspetta che il comportamento virtuoso continui, prima di garantire una piena promozione. A parte gli arabi del Golfo, il più entusiasta è stato Matteo Renzi, unico capo di governo occidentale venuto a Sharm el-Sheikh. «La vostra guerra è la nostra guerra, la vostra stabilità è la nostra», ha detto, riferendosi soprattutto alla vicina Libia. Anche se fra Italia ed Egitto c'è ancora qualche importante differenza fra la nostra e la loro idea di portare stabilità ai libici e al resto della regione.

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