Storia dell'articolo
Chiudi

Questo articolo è stato pubblicato il 27 giugno 2015 alle ore 08:14.

My24

È una decisione che, come più volte accaduto nei momenti delicati della storia degli Stati Uniti, accompagna e guida ancora meglio della politica i grandi sommovimenti culturali e i cambiamenti sociali in corso nel Paese: la Corte Suprema, la massima autorità giuridica americana, ha posto ieri una perentoria e nuova pietra miliare per il movimento dei diritti civili, questa volta a favore dei diritti dei cittadini omosessuali e contro ogni discriminazione legata all’orientamento sessuale. Ha affermato che la Costituzione, con i suoi precetti di eguaglianza per tutti davanti alla legge, protegge il matrimonio gay sull’intero territorio nazionale. «È una vittoria per l’America», ha dichiarato senza esitare il presidente Barack Obama sottolineando il significato della sentenza per una causa che lui ha apertamente sostenuto. Obama – sebbene fosse a Charleston per le tragiche conseguenze di un’altra antica e grave discriminazione tuttora irrisolta, i funerali per la strage razzista in una chiesa afroamericana – ha affidato la sua soddisfazione a Twitter. Con l’hashtag #LoveWins, il messaggio è stato chiaro: «Adesso le coppie gay e lesbiche hanno il diritto di sposarsi». E non si è fermato lì: ha poi chiamato direttamente, con la voce rotta dall’emozione, uno degli attivisti che hanno portato il caso davanti all’alta Corte: «La tua leadership ha cambiato il Paese» ha detto Obama nella telefonata catturata da Cnn a Jim Obergefell.

La soddisfazione diffusa ha coinvolto anche la Corporate America. Molte grandi aziende hanno celebrato l’apertura: da Apple, con l’ad Tim Cook che ha dichiarato un «successo per l’eguaglianza e la perseveranza», e società che da Uber a Google, da American Airlines a Twitter, hanno imitato la Casa Bianca adottando per un giorno i colori della bandiera arcobaleno venuta a simboleggiare la battaglia per i diritti degli omosessuali. È stata, indubbiamente, una sentenza non facile e combattuta, come spesso le decisioni d’avanguardia di una Corte che si fa barometro civile oltre che giudiziario del Paese. Che è parsa ieri riscoprire, improbabilmente, un passato che l’ha vista svolgere un ruolo essenziale negli anni 50 e 60 durante le campagne contro la segregazione e l’ingiustizia razziale, quando era nota come la Warren Court, dal nome del suo Chief Justice Earl Warren. Improbabile perché l’attuale Corte, lontana dall’attivismo e dal progressimo di allora, è stata a lungo dominata invece da maggioranze assai più conservatrici. Il tabù è stato ora spezzato con cinque voti a favore contro quattro, con il conservatore moderato Anthony Kennedy che si è unito ai magistrati liberal. Di Kennedy, oltre al voto decisivo preparato da una traiettoria intellettuale personale sempre più favorevole alla tolleranza e ai diritti gay, è stato anche l’appassionato documento sottoscritto dalla maggioranza e che illustra le motivazioni della Corte. «Nessuna unione è più profonda del matrimonio. Perché incarna i più alti ideali di amore, fedeltà, devozione, scrificio e famiglia» ha scritto. «Nel creare una simile unione, due persone diventano qualcosa di più grande di ciò che erano prima». Ancor più esplicitamente, a difesa delle coppie gay e lesbiche che hanno sfidato i divieti introdotti da alcuni stati al matrimonio omosessuale: «Sarebbe un gesto di incomprensione verso questi uomini e queste donne dire che mancano di rispetto all’idea del matrimonio. La rispettano così profondamente che cercano di metterla in pratica. La loro speranza è di non essere condannati a vivere in solitudine, esclusi da una delle più antiche istituzioni della nostra civiltà. Chiedono di avere la stessa dignità davanti alla legge. La Costituzione garantisce loro questo diritto». Per gli ultra-conservatori nella Corte, rafforzati ieri dal presidente John Roberts, la sconfitta sul matrimonio gay è stata la seconda bruciante debacle in due giorni a vantaggio di politiche sociali più aperte e sotto gli auspici di Obama. Una maggioranza aiutata dallo stesso voto di Roberts aveva giovedì confermato un altro ambizioso atto di riforma sociale, la legalità della riforma sanitaria Obamacare, in particolare dei sussidi per i redditi più bassi. Il leader intellettuale dei conservatori, Antonin Scalia, ha mal digerito lo smacco: si era scagliato contro la decisione sulla sanità, indicando che la riforma dovrà essere ribattezzata Scotuscare (dall’acronomimo della Supreme Court of the United States). Esprimendosi ieri contro Kennedy, ha rincarato le proteste contro questo nuovo corso della Corte: «L’opinione della maggioranza ha uno stile presuntuoso, il suo contenuto è egoistico e le sue affermazioni all'apparenza profonde sono spesso profondamente incoerenti». Roberts, in un dissenso più misurato, ha indicato che la Costituzione «non ha niente a che fare» con il diritto al matrimonio gay. Ma Scalia e Roberts ieri si sono trivati in minoranza, in aula e nel Paese. Il novero di stati che consentono il matrimonio gay è ormai 36 su 50, dove vive il 70% della popolazione. La Corte Suprema aveva finora taciuto, adottando un atteggiamento di laissez faire. Non più: adesso ha rispolverato l’immagine del suo passato di sensibilità culturale e sociale e deciso di compiere un cruciale passo avanti. Ha scelto di rispondere e accogliere i ricorsi contro quattro stati che hanno messo al bando i matrimoni omosessuali, il Kentucky, il Michigan, il Tennessee e l’Ohio. Quell’Ohio che è lo stato di Obergefell, al quale ieri hanno presentato il loro tributo sia Obama che gli alti magistrati.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenta la notizia

Shopping24

Dai nostri archivi