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L’Italia alla «battaglia» dell’energia pulita

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tecnologie e consumi

L’Italia alla «battaglia» dell’energia pulita

Nel mondo l’evoluzione energetica, quel cambio di paradigma nel modo di produrre e consumare energia, mostra segnali di tendenza. Probabilmente irreversibile. Anche l’Italia con gradualità e – come in ogni transizione – fra piccoli passi in avanti e retromarce evidenti segue quanto accade anche nel resto del mondo. Le tecnologie energetiche stanno percorrendo con qualche anno di ritardo quanto è avvenuto nel resto del mondo produttivo.

Il silicio, che ha dato la svolta dei computer e dei telefonini in rete cambiando le relazioni fra i produttori e con i consumatori e più in generale la società, quando è in una particolare forma ha anche la proprietà di emettere un flusso di elettricità se colpito dalla luce. È il principio dell’energia fotovoltaica che, con quella eolica, è il simbolo della produzione elettrica efficiente, pulita, con basse barriere di capitale, vicina ai consumatori o perfino direttamente in casa del consumatore il quale diventa, neologismo imbarazzante, un «prosumer», che si potrebbe tradurre in modo ancor più imbarazzante come «prosumatore». Produttore e consumatore insieme.

Cina e India, che marciano a carbone, stanno convertendo parte della loro capacità produttiva verso l’energia rinnovabile, come sottolinea Francesco Ferrante di GreenItaly, un osservatore accorto delle tendenze dell’ecologia, e il consumo cinese di carbone in Cina è sceso dell’8% e le emissioni di anidride carbonica del 5%. Dal 2008 al 2013 le emissioni degli Stati Uniti sono diminuite del 12% nonostante la crescita del Pil (fonte: nuovo rapporto Ceres), e si disaccoppia il collegamento tra crescita economica e danni all’ambiente: si può crescere in modo sostenibile. A Dubai un grande impianto solare produrrà elettricità a meno di 60 dollari per mille chilowattora, un record mondiale; in Egitto sorgerà una centrale eolica il cui chilowattora costerà ancor meno.

Il sistema normativo nazionale è ondivago, spesso oggetto di spinte emotive alla ricerca del consenso. Per anni l’Italia ha promosso le fonti rinnovabili, facendo del Paese uno dei più rinnovabili al mondo. Durante un convegno organizzato di recente dall’Agenzia internazionale dell’energia e dal Gestore dei servizi energetici, l’amministratore delegato di Terna (la Spa pubblica dell’alta tensione) Pier Francesco Zanuzzi ha sottolineato che dal 2005 al 2013 la produzione italiana di energia pulita è cresciuta di 17 volte e copre il 40% della produzione nazionale, con un sorpasso sul metano, il quale a sua volta pochi anni fa aveva conquistato il primato sull’olio combustibile. Ma i dati del giugno 2015, freschissimi, sono ancora più forti: secondo la media trilussiana del pollo, le centrali pulite hanno prodotto 9,5 miliardi di chilowattora pari al 47% dell’elettricità nazionale. Significa che in giugno diverse volte le fonti pulite di energia hanno costretto a tenere spente quasi tutte le centrali a combustibile.

L’effetto è duplice. Le rinnovabili fanno scendere in modo rilevante la quotazione del chilowattora all’ingrosso al Mercato Elettrico (la settimana scorsa il listino è crollato del -21%) ma al tempo stesso fanno rincarare la bolletta dei consumatori tramite gli incentivi. Le politiche italiane ancora oggi oscillano fra le due spinte contraddittorie, promuovere l’energia pulita ma frenare l’energia pulita. La normativa viene cambiata di continuo, secondo gli umori del momento. Per il segmento fotovoltaico, per esempio, c’è stato un sovrapporsi di diversi incentivi in “conto energia” inframmezzati da leggi come il cosiddetto Salva Alcoa che, durante il Governo Berlusconi, diede all’energia solare un sussidio di generosità sorprendente, salvo far in breve marcia indietro. Oggi siamo alla revisione dello “spalmaincentivi” (che vengono ridotti ma pagati per un tempo più lungo), il quale ha sconcertato i piani di rientro delle banche che avevano finanziato i progetti, le associazioni dei produttori rinnovabili e perfino il Tar Lazio, che vi ha sentenziato contro. Sono in corso nuovi aggiornamenti, e associazioni come l’Assorinnovabili o la Federidroelettrica lanciano allarmi ripetuti.

Non a caso Greenpeace, associazione ecologista battagliera e fra le meglio scientificamente preparate, ha dovuto lanciare in questi giorni una campagna per promuovere la diffusione delle fonti rinnovabili di energia nelle piccole isole italiane, che potrebbero diventare il regno delle fonti pulite di energia per le imprese, per le famiglie e per i trasporti.

Avverte Paolo Frankl, direttore a Parigi della sezione rinnovabili dell’Agenzia internazionale dell’energia, che il comparto ha bisogno soprattutto di continuità, di certezze. Non è più vero – dice – che l’energia sostenibile costa troppo. I costi del fotovoltaico e dell’eolico scendono dove c’è un mercato competitivo oppure in alternativa dove ci sono piani di incentivazioni a lungo termine. Quando come in Italia i due sistemi si sommano (concorrenza e pianificazione insieme) in modo irregolare ed emotivo invece i costi della corrente elettrica crescono. Ciò scoraggia gli investimenti finanziari nelle rinnovabili, perché le indicazioni di prezzo sono falsate. «Il settore finanziario considera le rinnovabili come mature e affidabili. Ciò ha consentito di ridurre i premi per il rischio, ottenere un costo del capitale più basso e di ridurre il costo delle rinnovabili», ha scritto Frankl in un articolo sulla rivista «Elementi » del Gse. «Chi pensa che le rinnovabili siano ancora piccole semplicemente sbaglia. Con circa 5.400 miliardi di chilowattora l’anno scorso le rinnovabili hanno prodotto a livello globale la stessa quantità di elettricità prodotta con il gas e due volte quella da nucleare».

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