Commenti

Emigrazione e lavoro, Monfalcone e il metodo «Bangla»

  • Abbonati
  • Accedi
modelli di integrazione

Emigrazione e lavoro, Monfalcone e il metodo «Bangla»

«Monfalcon no xe più quela. Mi non son razzista ma con tutti sti cabibi (immigrati, ndr) par de essere a Dacca”. Chiunque si spinga fino all’estrema propaggine orientale d’Italia che ruota attorno a “Monfi”, una città-cantiere di 27mila abitanti, farà bene ad allenarsi a discorsi di questo genere. In questa estate torrida, Piazza della Repubblica, l’ombelico della città, è popolata solo da cittadini del Bangladesh. Sono dappertutto: li vedi in bicicletta, seduti ai bar, sulle panchine a parlottare. Qualche monfalconese mugugna, ma la maggior parte degli abitanti ci ha fatto l’abitudine.

Il primo Bangla arrivò da queste parti nel 1998. Nel giro di qualche anno si sono moltiplicati come i pani e i pesci. Le aziende appaltatrici che lavorano per Fincantieri, il colosso di Stato che qui costruisce le navi da crociera più grandi del mondo, di bangla, questo è il soprannome con il quale vengono identificati, ne hanno reclutati a migliaia. Nel basso Isontino, una corona di nove comuni attorno a Monfalcone, hanno superato da un pezzo quota cinquemila. Oltre tremila di loro vivono nel centro storico di Monfalcone, ribattezzata dal prefetto di Gorizia, Vittorio Zappalorto, «un sobborgo di Calcutta». Il prefetto si riferisce agli appartamenti dove si ammassano decine di stranieri. La mezza dozzina di proprietari immobiliari che fanno il bello e cattivo tempo si sfregano le mani. Quello dei Bangla e del mosaico delle migliaia di lavoratori balcanici e dell’est europeo che lavorano in Fincantieri (83 etnie diverse) è un mercato sempre florido.

Monfalcone però è molto di più di un sobborgo di Calcutta. Nella quiete di questo lembo d’Italia a cavallo tra il Carso, la punta più settentrionale del Mar Mediterraneo e la Mitteleuropa si sta sperimentando un modello di integrazione. Monfalcone è un laboratorio dove si mescolano razze, culture, slanci solidaristici e prove tecniche di una convivenza che ormai dura da quasi tre lustri, complice la laboriosità e l’indole pacifica dei Bangla. La testimone di questa lunga marcia è stata l’assessore comunale alla coesione sociale, una delega creata su misura di Cristiana Morsolin, ininterrottamente in questo ruolo da quasi dieci anni. Dal 2000 in poi a Monfalcone è successo di tutto, con preti di sentimenti e indole molto diversi tra loro che si sono affrontati nella pubblica piazza per difendere (o contrastare) il diritto dei bengalesi alla preghiera in una moschea; o l’arresto per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina di Muhammad Hossain Muktar, noto come Mark, presidente fino al 2009 del Coordinamento degli immigrati e autorità riconosciuta della comunità bengalese. Spiega Don Fulvio, parroco della chiesa di Sant’Ambrogio: «Credo anch’io che Monfalcone sia un modello d’integrazione. La tradizione di accoglienza risale ai primi anni 20 del Novecento, quando arrivarono migliaia di cantierini da Gallipoli, in Puglia. Molto resta da fare, ma i segnali sono incoraggianti. A cominciare dallo stile e l’educazione dei ragazzi bengalesi che frequentano la parrocchia».

Nel 2013 l’amministrazione comunale dovette inventarsi una campagna di comunicazione giocata sul vero/falso per dissipare i luoghi comuni che rischiavano di creare fratture tra i cittadini di Monfalcone e gli immigrati. È vero che il Comune paga gli affitti agli stranieri? Falso. O paga l’abbonamento dei mezzi urbani, le tessere telefoniche o i passeggini per le mamme di colore? «Stupide dicerie messe in giro da persone in malafede» replicò il Comune. Che fece seguire alla campagna una serie di informazioni sui controlli a tappeto della Guardia di Finanza degli esercizi pubblici (oltre 150) il dieci per cento dei quali gestiti da bengalesi. Il sindaco Silvia Altran (Pd) e l’assessore Morsolin (Sel) chiusero la vicenda con una frase che nel Nordest a forte connotazione leghista non è proprio patrimonio di tutti: «Per tutti i residenti che pagano le tasse vale il principio di eguaglianza, a prescindere dalla nazionalità».

A pagare le tasse è anche Mehdi, 30 anni, cinque anni come saldatore in Fincantieri e ora operaio di Cimolai. Tra un mese aprirà un fast food proprio di fronte gli uffici del Comune in via Sant’Ambrogio. L’ennesimo locale bengalese? Mehdi quasi si offende: «Il mio fast food sarà frequentato soprattutto da gente di Monfalcone. Basta con i negozi solo per i Bangla». Mehdi continuerà a lavorare alla Cimolai, la nuova attività commerciale sarà gestita da suo fratello Sarkam, 20 anni, studente all’ultimo anno della scuola alberghiera di Palermo appena arrivato nella Venezia Giulia. «Ma veramente si sente che sono di Palermo?» fa Sarkam come se fosse siciliano da generazioni mentre mostra con una risata i suoi denti bianchissimi. In una terra di frontiera agli slang e ai dialetti per fortuna nessuno fa più caso. I problemi, ovviamente, rimangono: dallo sfruttamento degli operai immigrati da parte delle ditte subappaltatrici di Fincantieri, alla condizione delle donne bengalesi, più emarginate perché relegate ai ruoli domestici. In più ci si è messa la crisi, che sta lasciando a casa molti operai immigrati. Ai tempi di Riccardo Illy governatore del Friuli-Venezia Giulia, c’era una legge regionale che prevedeva finanziamenti per lo studio dell’italiano da parte delle bengalesi. «Le cooperative riuscivano a portare alla spiaggia di Marina Julia pure le donne più timide, che si immergevano in acqua fasciate dai loro abiti policromi» racconta la Morsolin. Il governatore che succedette a Illy, forse condizionato dalla Lega e dalla crisi montante, cancellò quelle leggi con un colpo di penna. Ormai non si contano i bengalesi a spasso. Islam Jahrul, padre di tre figli, («io non conto quanti anni ho, sono del ’69»), è un saldatore da quattro mesi senza lavoro. In quindici anni ha cambiato cinque ditte subappaltatrici di Fincantieri. Ora è sconfortato: «Molti dei miei connazionali scappano dall’Italia a Londra. In Inghilterra ci sono due deputati bengalesi e noi, che apparteniamo al Commonwealth, ci sentiamo a casa. A Monfalcone, invece, pure i nostri ragazzi con la laurea hanno il destino segnato: al massimo diventeranno operai di Fincantieri». Islam sta andando a pregare nella moschea Darus Salaam (casa di pace) di via Duca d’Aosta. «Questa moschea l’abbiamo pagata con i nostri soldi: 300 mila euro per sei anni. Veniamo a pregare cinque volte al giorno». E i soldi per sopravvivere? Islam squaderna il portafoglio come se fosse un libro inframezzato da fogli di carta e tira fuori cinque euro, gli unici denari che possiede: «A noi basta poco per essere felici».

© Riproduzione riservata