Commenti

Con il Jobs act più tutele e flessibilità

  • Abbonati
  • Accedi
mercato del lavoro

Con il Jobs act più tutele e flessibilità

I due decreti attuativi del Jobs act approvati definitivamente in giugno dal Consiglio dei ministri - l’uno con una disciplina organica dei contratti di lavoro e con interventi in tema di mansioni, l’altro sulla conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro - definiscono nuove coordinate del disegno di riforma del mercato del lavoro. Employment protection e assicurazione contro la disoccupazione, da un lato, e flessibilità e pragmatismo dall’altro, sembrano essere due nodi cruciali attorno a cui si costruisce gran parte, e la più innovativa, della riforma. La disciplina dei licenziamenti e la nuova assicurazione contro la disoccupazione dei due primi decreti attuativi, varati in marzo ed entrambi già operativi, forniscono un insieme molto articolato di tutele dei lavoratori. Decisioni di licenziamento meno esposte a contenziosi giudiziari ma rese più onerose dall’esplicita previsione, nello scioglimento del rapporto, di una possibile offerta di conciliazione da parte delle imprese, offerta di valore crescente con l’anzianità di servizio del lavoratore e generalizzata a licenziamenti sia per motivo oggettivo che per motivo soggettivo, si inquadrano in una visione meno conflittuale del rapporto di lavoro e in una tutela assai più estesa rispetto a quella fornita dal sommario articolo 18.

Il decreto legislativo di giugno (n. 81) definisce ora il nuovo quadro dei contratti. Si eliminano, innanzitutto, nel decreto i contratti a progetto, una forma contrattuale esposta a fornire copertura a sostanziali rapporti di lavoro dipendente. Dal 1° gennaio 2016 le collaborazioni che «si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente» saranno sottoposte alla disciplina del lavoro subordinato. La regola prevede però opportune, e corpose, eccezioni, legate in particolare ad accordi collettivi nazionali di associazioni sindacali comparativamente più rappresentative, o all’esercizio di professioni intellettuali che richiedono l’iscrizione in appositi albi professionali, o, ancora e certo non da ultimo, a pronunciamenti forniti, su richiesta delle parti, dalle commissioni di certificazione.

Introduzioni di flessibilità e pragmatismo si affermano nelle regole sulle diverse tipologie contrattuali ammesse. Su questa linea si colloca, nel part time, la possibilità per l’impresa di richiesta di lavoro supplementare anche in assenza di una disciplina in merito del relativo contratto collettivo, nonché la possibilità di clausole elastiche pattuite dalle parti davanti alle commissioni di certificazione, di nuovo in assenza di una regolamentazione collettiva.

Analogamente su questa linea si collocano le deroghe al vincolo quantitativo sulla numerosità dei contratti a tempo determinato (un limite del 20% dei lavoratori a tempo indeterminato), o ancora, nei contratti di somministrazione, la sostituzione dei precedenti vincoli legati al settore, all’attività o alla prestazione con il vincolo quantitativo del 20% dei lavoratori somministrati sul totale dei lavoratori a tempo indeterminato.

Anche in quest’ultimo scenario si ammette, tuttavia, una diversa previsione dei contratti collettivi applicati dall’utilizzatore.

L’insieme delle norme dei decreti tendono a un equilibrio tra tutele del lavoro e flessibilità, tra promozione del tempo indeterminato e forme flessibili di impiego della forza lavoro, eliminando opportunamente, in particolare per quanto riguarda il tempo determinato, alcune rigidità della precedente riforma Fornero.

Gli effetti del nuovo assetto di regole su struttura e livelli di occupazione, e dunque la sostenibilità dell’equilibrio cui si tende, non potranno che essere valutati nel tempo. I primi dati mensili del mercato del lavoro non dovrebbero spingere a rapidi giudizi sull’efficacia delle nuove norme. La sostanziale stabilità, dai dati mensili Istat, dei livelli occupazionali nell’arco gennaio-maggio (senza peraltro trascurare la flessione di giugno: -22mila unità rispetto al mese precedente) e i dati delle comunicazioni obbligatorie al ministero del Lavoro forniscono soprattutto un’indicazione, relativa all’efficacia degli sgravi contributivi sulle assunzioni a tempo indeterminato disposti per l’anno 2015 dalla legge di Stabilità 2015. Il confronto, nei rapporti di lavoro attivati, tra il primo trimestre 2015 e la media dei quattro trimestri 2014 indica una sensibile crescita del peso delle attivazioni a tempo indeterminato, cui fa riscontro soprattutto la riduzione del peso di quelli a tempo determinato.

Nel dato di maggio e nel dato provvisorio di giugno il peso delle attivazioni a tempo indeterminato torna però a scendere rispetto al peso registrato in marzo e aprile. Complessivamente rimane molto positivo il bilancio del confronto tra il primo semestre 2015 e il primo semestre 2014, fornito dall’Osservatorio sul precariato Inps: +36% delle assunzioni a tempo indeterminato e +30,6% delle trasformazioni in tempo indeterminato rispetto al primo semestre 2014.

Questi dati e le nuove regole sollecitano un’osservazione conclusiva e un auspicio. L’estensione dello sgravio contributivo – tre anni dalla data dell’assunzione – consente alle imprese un consistente investimento in capitale umano. L’auspicio è che le nuove regole e l’investimento fatto nei nuovi rapporti a tempo indeterminato possano fornire un incentivo decisivo alla loro effettiva stabilizzazione.