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Le vendite forzate e i numeri «impazziti»

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L'ANALISI

Le vendite forzate e i numeri «impazziti»

Raccontano alcuni operatori di Borsa che lunedì a scatenare il panico sui mercati siano stati due giganteschi ordini di vendita, arrivati di prima mattina sull’indice EuroStoxx delle Borse europee. Sebbene sia difficile verificare queste voci, si può azzardare un’ipotesi: chiunque sia stato a scaricare così tante azioni forse non l’ha fatto per speculare, ma perché ne è stato costretto. Questo, a prescindere dal singolo episodio, è infatti il vero problema dei mercati finanziari in questi giorni convulsi: l’ondata di vendite forzate.

Appare infatti evidente che la bufera che si è scatenata sui mercati sia eccessiva rispetto ai problemi reali del mondo. È vero che la Cina rallenta, che il petrolio svalutato mette in difficoltà i Paesi produttori, che le banche italiane sono piene di crediti deteriorati e quelle tedesche di titoli tossici: ma questi problemi erano già noti nel 2015, quando le Borse volavano. E quando Piazza Affari batteva tutti i listini. È vero che nel 2016 la normativa del bail-in ha incrementato la vulnerabilità delle banche europee e il continuo ribasso del petrolio ha esasperato i problemi dei Paesi esportatori, ma questo non giustifica un tale tracollo delle Borse. Così improvviso. Così drammatico.

Ad esasperare i listini e ad alimentare l’isterica volatilità sono infatti anche altri fattori: i meccanismi perversi della finanza stessa. Meccanismi che hanno nomi strani, come «stop-loss», «hedging», «margin call», «short selling». Ma che, in fondo, sono sintetizzabili in un concetto vecchio come il mondo: quando il tetto va in fiamme, non resta che uscire di casa. La realtà è che il mercato finanziario è diventato così grande, veloce, sofisticato e automatizzato che sta strozzando se stesso. E, presto o tardi, strozzerà anche il mondo reale. A meno che, come è sempre possibile, prima o poi gli stessi meccanismi automatici non invertano la direzione e facciano scattare un super-rimbalzo.

Garanzie svalutate

Prendiamo, ad esempio, i tanti investitori che nei mesi passati hanno preso in prestito denaro mettendo azioni a garanzia. Ora che i mercati azionari tracollano, le banche finanziatrici stanno chiedendo loro di reintegrare le garanzie. Cioè di mettere in pegno ulteriori azioni, oppure denaro cash. In gergo questa richiesta di reintegro si chiama «margin call».

Qualcuno ha i soldi per farlo. Qualcuno altre azioni. Ma molti investitori non ce la fanno. Morale: quando un cliente non è in grado di reintegrare le garanzie, le banche finanziatrici sono costrette a vendere in Borsa le azioni che erano state messe in pegno per chiudere il finanziamento con il denaro ricavato. Ecco dunque che il ribasso delle Borse alimenta nuove vendite forzate di azioni. È difficile avere numeri di questo fenomeno, ma tra gli addetti ai lavori si dice che sia sempre più diffuso. Come una valanga.

Af-fondi sovrani

L’altro fenomeno che si sta abbattendo sulle Borse è quello delle vendite forzate dei fondi sovrani dei Paesi arabi (e non solo). Si tratta di giganteschi “salvadanai” dove negli anni passati sono confluiti i petrodollari. E si tratta di tanti soldi: secondo il Sovereign Wealth Fund Insititute, questi soggetti detengono un patrimonio di 7.200 miliardi di dollari, investito in giro per il mondo. Anche in Borsa.

Questo è il problema: ora che il petrolio vale 30 dollari, i fondi sovrani sono costretti a smobilizzare parte dei loro investimenti per aggiustare i bilanci pubblici in patria. Secondo i calcoli di Lyxor, avrebbero già liquidato qualcosa come 300 miliardi di dollari di titoli negli ultimi mesi. Non vendono perché vogliono, ma perché devono: parte del crollo delle Borse è dunque causato anche da loro.

Assicurazioni in crisi

Un altro fenomeno “forzato” riguarda le assicurazioni tedesche e i fondi pensione (soprattutto di Gran Bretagna e Olanda). Questi soggetti in passato avevano infatti l’abitudine di erogare polizze vita o prestazioni pensionistiche con un tasso minimo garantito. Secondo l’Eiopa i tassi minimi che questi soggetti garantiscono, negli ultimi anni si sono collocati tra l’1% e l’1,5%. Questo è il problema. Se il tasso dei Bund trentennali scende sotto queste soglie (come sta accadendo), significa che le assicurazioni tedesche e i fondi pensione sono costretti a garantire nei prossimi 30 anni prestazioni pensionistiche con tassi superiori a quelli dei titoli su cui loro stessi possono investire. Un problema enorme.

La soluzione? La cercano nella finanza. Come segnala Antonio Cesarano di Mps Capital Services, questi soggetti stanno comprando “protezione” sui mercati dei derivati. Tecnicamente comprano «swaption»: unico modo per garantirsi (pagando) un rendimento minimo alle loro attività. C’è solo un “piccolo” effetto collaterale: le banche d’affari che vendono alle assicurazioni queste «swaption», devono a loro volta coprire i rischi sul mercato. Dunque comprano futures sui Bund a 10 o 30 anni a piene mani, deprimendo ulteriormente i rendimenti dei titoli tedeschi. Ecco perché lo spread con i BTp sale: almeno in parte, è un movimento forzato.

La speculazione

Ovvio che poi ci sia anche la speculazione a giocare al ribasso. E i tanti fondi algoritmici che si mettono in coda. Attualmente - testimoniano gli addetti ai lavori - va di gran moda il prestito delle azioni: metodo con cui chi vuole giocare al ribasso, ma non ha i titoli, se li fa prestare. Si tratta delle cosiddette «vendite allo scoperto». Qualcuno le effettua per speculare. Qualcun altro per “assicurare” le perdite del proprio portafoglio. Se un investitore perde per esempio sui bond bancari, infatti, può farsi prestare azioni bancarie e venderle allo scoperto: in questo modo guadagnerà in Borsa quello che perde sui bond.

Questi sono solo alcuni dei fenomeni tecnici che esasperano i crolli e i rimbalzi. Ce ne sono anche tanti altri: c’è chi smonta i vecchi «carry trade», chi opera sui «credit default swap», chi vende per far fronte ai riscatti, chi trova altri stratagemmi. Vorremmo dire che il mondo della finanza è bello perché è vario. Ma è difficile: di bello, in tutto questo, c’è ben poco.

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