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Le ragioni (giuste) dell’Fmi sulla Grecia

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Editoriali

Le ragioni (giuste) dell’Fmi sulla Grecia

Alexis Tsipras  (Ap)
Alexis Tsipras (Ap)

L’Italia deve prestare un’attenzione particolare a quanto sta succedendo a Est: mentre l’accordo sul flusso dei migranti tra Ue e Turchia rischia di franare, i creditori esitano ancora nella stabilizzazione finanziaria della Grecia. Chi pensava che l’anno scorso fosse stato il momento di maggior imbarazzo si sbagliava. A un anno di distanza ancora una volta la trattativa sul debito greco viene condotta fino all’orlo del burrone. Proprio ora invece la Grecia avrebbe bisogno di essere sostenuta in un impegno gravoso e di interesse comune: il controllo delle frontiere esterne che separano l’Europa dalla leadership autocratica di Ankara e dai flussi migratori che le nostre società non sono capaci di gestire e di integrare. I campi di Idomeni e del porto del Pireo sono il simbolo delle difficoltà amministrative in Grecia, ma le navi militari che sfiorano le coste del Dodecanneso fanno sembrare i conflitti tra i creditori e Atene come poco più che ombre su uno sfondo teatrale.

In particolare la devozione di Berlino nei confronti di Erdogan fa a pugni con la sfiducia nei confronti di Atene. Questa sfiducia permea l’intera trattativa sul debito che vede su fronti opposti il governo tedesco e il Fondo monetario. L’istituzione di Washington non ha ancora firmato l’accordo di assistenza del 2015 che impegnava Atene a mantenere un surplus primario troppo alto (3,5%) e vorrebbe chiudere una volta per tutte la questione. Il Fondo ritiene che il debito sia insostenibile, quindi parteciperà a nuovi prestiti solo se la Germania accetterà una drastica moratoria del debito greco. Merkel teme che il Bundestag la faccia a fette se proponesse un taglio del debito prima del voto tedesco del 2017. Schäuble inoltre preferisce la strategia del “fuoco lento” per assicurarsi che Atene rispetti le promesse di riforma.

Con i fondi di assistenza congelati, Atene sta bruciando le riserve finanziarie. A giugno finiranno i soldi per salari e pensioni e a luglio arriverebbe il default. Entro sabato Tsipras sottoporrà al Parlamento, dove ha una maggioranza di soli tre seggi, nuove misure fiscali tra cui il quinto aumento dell’Iva.

I creditori hanno dubbi sulla quantità e la qualità dei tagli. Ma hanno motivi per trattenersi: pesa su di loro la responsabilità di aver sottovalutato gli effetti depressivi del programma di austerità che pure nel 2010 era indispensabile a un paese il cui deficit era sopra il 16% del pil. Dal 2010 i tagli alla spesa e gli aumenti di tasse hanno corrisposto a un terzo del pil greco. Nel 2015 Atene ha registrato un surplus primario dello 0,7%. Ora andrebbe compensato lo sforzo. Il Fondo ha suggerito una moratoria radicale con prestiti a tassi dell’1,5% da non ripagare fino al 2040. La proposta è così drastica da aprire un ampio spazio negoziale per un accordo da cui anche Berlino possa uscire dicendo di aver limitato i danni. Fin qui il teatro.

Poi c’è la dura nuova realtà. La divergenza tra Washington e Berlino impedisce di intervenire sulla ricostruzione dell’economia greca. Fino a che c’è incertezza, nessuno investe e finché tutto il problema con i creditori è quello fiscale le lobbies che incatenano l’economia greca rimangono ben protette fuori dai riflettori. Soprattutto l’impasse impedisce agli stessi europei di far coincidere gli aiuti con una strategia che interessa anche l’Italia e cioè quella di disegnare per Atene e Roma una strategia mediterranea a fronte del nuovo ruolo di “porte d’Europa” che, volenti o nolenti, i due paesi avranno nei decenni a venire. Su questo tipo di riflessione nessuno si sta realmente impegnando.

Nel caso della Grecia sono stati stanziati pochi soldi tenuti sotto il controllo degli altri governi. Tale è la sfiducia verso Atene. Poi però si è consegnato il rubinetto dei migranti a Erdogan. Per quanto l’accordo con Ankara apparisse già degradante a molti cittadini europei, il leader turco ha risposto silurando gli interlocutori di Bruxelles, alzando le richieste (abolizione del visto) e trascurando la tutela dei diritti civili. Di fronte alle proteste, al governo turco sarà sufficiente sospendere la sorveglianza delle coste che distano poche miglia dalla Grecia per riattivare il flusso dei rifugiati fino a Berlino. Poiché le frontiere macedoni restano chiuse, la Commissione europea sta cercando di attrezzare gli hot-spots greci nel caso di un escalation. Ma la precarietà del governo greco e l’indisponibilità di risorse finanziarie rendono più vulnerabile il paese e più debole la risposta europea agli interlocutori asiatici.

In questo contesto, la trattativa sul debito deve giungere a una rapida conclusione che consentirebbe ai bond greci di entrare nel programma di acquisti della Bce da cui oggi sono esclusi. Di fatto la situazione finanziaria greca verrebbe finalmente stabilizzata. Subito dopo, calato il sipario su una vicenda durata troppo a lungo, si potrà cominciare finalmente a pensare in modo strategico al Mediterraneo.

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