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La voglia di riscatto dei giovani, le cose difficili e il capitale della fiducia

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Roberto D’Alimonte è un ricercatore scrupoloso, ama raccontare la politica, la società e l’economia con la scienza esatta dei numeri ed è per tale ragione che lo abbiamo trattenuto in questa casa nonostante qualche sbandata da eccesso di partecipazione “tecnica” all’azione politica nella fase iniziale della stagione renziana. È fatto a modo suo, ci ha consegnato il suo sondaggio, 1.526 interviste su partiti, voto amministrativo, economia e referendum, ed è sparito. Si è messo a girovagare tra un’università e l’altra in Spagna, ha tenuto una conferenza a Barcellona e ha staccato i telefoni, come si faceva una volta. Quando decide di tornare a comunicare con il mondo, venerdì mattina, mi dice come se nulla fosse: «Hai ragione, il fatto che per il 60% degli italiani la prima preoccupazione è il lavoro e che sull’economia ci sia un’area così estesa di percezione negativa, misura la gravità della crisi ancora in corso e la scala dei problemi con i quali tutti dovremo confrontarci nei prossimi mesi. Anche perché ti ribadisco che quei numeri non sono intenzioni di voto ma risposte secche a domande puntuali».

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Nella stessa giornata, fine pomeriggio, ricevo la seguente mail di Alessandro Cicognani che non conosco: «Noi giovani possiamo continuare a stare fermi ad aspettare? Leggendo i dati Istat sui redditi delle famiglie italiane e sul problema dei ragazzi che faticano a trovare lavoro, direi proprio di no. Scorrere articoli come quello pubblicato oggi sull’home page del Sole 24 Ore online, in un ragazzo di 28 anni come me, suscita molta rabbia. Rabbia perché noi giovani avremmo voglia di poter essere utili e di poter dare sfogo alle nostre passioni professionali. Tuttavia porta anche a riflettere sul fatto che forse, nel mondo odierno, non si può più aspettare, ma bisogna imparare a esporsi e a farsi conoscere. Per questo ho deciso di scriverle direttore Napoletano... e di raccontarle che sono un giovane che non vuole soccombere alle troppe bandiere di crisi che ogni giorno vede sventolare alla tv, per strada, nei bar...». L’Italia reale è fatta di tante, troppe storie, come quelle di Alessandro ed i numeri del sondaggio lo confermano in pieno, ma è fatta anche di una voglia di riscatto e di intraprendenza che prima non c’erano. Bisogna partire da qui, da questa molla, per recuperare il senso profondo della fatica e la capacità di fare le cose difficili. In questi due passaggi c’è il desiderio di riscatto possibile, guai se non lo fosse, di un Paese “invecchiato” coltivando il vizio e la pigrizia, ma anche, e questo è ancora più importante, la base etica di una fiducia contagiosa costruita sulla verità delle cose che permette di provare a cambiare in casa e fuori.

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Non è vero che non è stato fatto niente. La riforma del mercato del lavoro, la decontribuzione a termine, la parziale riduzione dell’Irap e altro ancora, hanno aperto un varco nel muro recessivo italiano della più grande crisi globale mai conosciuta: hanno salvato opportunità qualificate di lavoro e riacceso la speranza, è tornata in alcuni la voglia di combattere, ma perché non si continui a sprecare il talento diffuso dei giovani italiani e si cominci ad attrarne bisogna sporcarsi le mani con le cose difficili e, cioè, una riforma effettiva delle teste e della macchina amministrativa e della giustizia, a partire da quella civile, e una discesa coerente e sistematica della pressione fiscale e contributiva. Se non si eliminano i vincoli che appesantiscono da troppo tempo la produttività italiana, il fardello del debito pubblico continuerà a schiacciare tutto e tutti. Riusciremo magari a galleggiare meglio di prima grazie alla stabilità politica e a interventi strutturali (referendum sulla legge costituzionale permettendo) non immuni da errori da correggere ma che restituiscono una prospettiva di governabilità e provano a rimuovere i macigni del titolo quinto e del bicameralismo perfetto che tanto hanno nuociuto alla nostra economia.

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La verità è che senza sporcarsi le mani con le cose difficili una vera ripresa non arriverà, di conseguenza la pressione del debito sul prodotto interno lordo non si allenterà, il circolo vizioso italiano tornerà a imbrigliare le energie vitali. Viceversa se si dimostrerà di sapere fare le cose difficili si potrà capitalizzare il valore della fiducia in Italia e sarà più facile vincere in Europa la battaglia delle battaglie, quella che vale per i ricchi almeno quanto per i poveri: restituire un’anima al sogno europeo superando tabù fuori dalla storia, recuperando slancio solidaristico e capacità (reale) di spesa pubblica produttiva, dentro un disegno politico finalmente compiuto che è quello originario degli Stati Uniti d’Europa. Per capire la dimensione della sfida non perdetevi il rapporto Fondazione Hume/Sole 24Ore pubblicato in questa edizione e gli editoriali di Adriana Cerretelli e di Luca Ricolfi che misurano da par loro la febbre dell’Europa alle prese con le “sue” colpe e quelle di un euroscetticismo mai così forte. L’Italia con le carte in regola è il Paese ideale per guidare il processo complicato che conduce agli Stati Uniti d’Europa e assicura a tutti una prospettiva duratura di crescita e di benessere. Bisogna crederci e bisogna essere coerenti. Dobbiamo dimostrare di esserne all’altezza.

roberto.napoletano@ilsole24ore.com

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