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Un rimedio che va di fretta

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Italia

Un rimedio che va di fretta

La fretta sarà forse l'unica vera arma per la difesa dei dipendenti che si vedranno eccepire la falsa attestazione in servizio in base al decreto Madia. E tutti sanno che la fretta è cattiva consigliera. L'ente deve contestare gli addebiti unitamente al provvedimento di sospensione in 48 ore dalla conoscenza dei fatti.

Possibile che, con un tempo così risicato, l’atto su cui poggerà il licenziamento non contenga quantomeno sbavature o imprecisioni? Che la motivazione della sospensione non sia carente o, peggio ancora, viziata da illogicità? Che l’atto sia stato sottoscritto effettivamente dal soggetto competente? Tutti aspetti che dovranno essere, in prima battuta, esaminati dal difensore del dipendente durante il procedimento disciplinare, quindi nel termine di quindici giorni. Ma nulla vieta di rivedere, con tutta calma, gli atti del procedimento da parte dell’avvocato del lavoratore davanti al giudice del lavoro. Mentre la parte datoriale deve giocarsi tutte le carte in 48 ore.

Per la verità, anche quest’ultimo termine non è così perentorio: il superamento non determina la decadenza del procedimento e quindi l’amministrazione potrebbe prendersela un po’ più comoda. Ma in questo caso, nel silenzio della norma, si potrà invocare la tardività del provvedimento di contestazione degli addebiti e comunque lamentare la lesione del fondamentale diritto alla difesa.

Sulla stessa onda anche l’obbligo di concludere il procedimento entro trenta giorni rappresenta un mero auspicio del legislatore ma il suo superamento sarà usato dalla difesa come ulteriore arma per salvare il dipendente dal licenziamento. L’unico confine invalicabile è rappresentato dal 120esimo giorno dalla contestazione degli addebiti per chiudere la vicenda; ma a questo punto si è tornati nei ranghi ordinari e la procedura speciale, in pratica, non è servita.

Al di là degli aspetti procedurali, sembra assai difficile per il datore riuscire a incastrare il dipendente infedele fuori da un procedimento che vede coinvolta l’autorità giudiziaria. La difesa potrà invocare il rispetto dei diritti riconosciuti dallo Statuto dei lavoratori e dalla altre norme in materia di tutela della persona.

Ma il datore non è l’unico che potrà bussare alla porta del soggetto inquisito. Scattano infatti, automaticamente, anche la denuncia penale e il procedimento davanti alla Corte dei Conti. Se rispetto al primo giudice sarà dura la difesa per un reato rilevato in flagranza o supportato da prove schiaccianti, davanti alla magistratura contabile ci si potrà appellare alla mancanza di responsabilità in capo al dipendente rispetto al clamore che la vicenda possa aver suscitato sui media.

Più semplice la difesa dei dirigenti, per i quali è più difficile contestare il rispetto dell’orario di lavoro. In termini di principio, più che un orario, il dirigente deve garantire il funzionamento della macchina amministrativa e il raggiungimento degli obiettivi assegnati e questo può avvenire indipendentemente dalle canoniche 36 ore di servizio. Sarà semplice per l’avvocato difensore dribblare le accuse della falsa attestazione in servizio anche per il dirigente che ha timbrato l’ingresso e subito abbandonato il luogo di lavoro, se nessuno gli ha contestato l’inefficienza del settore o la mancata realizzazione dei programmi. Percorso analogo, anche se meno lineare, si può ipotizzare per il titolare di posizione organizzativa.

Qualche grattacapo in più comporterà la difesa del responsabile che resterà immobile di fronte alla conoscenza del fatto. Pure per lui la mancata attivazione del procedimento disciplinare e della sospensione cautelare comportano il licenziamento. In questo caso, si dovranno trovare valide giustificazioni che motivino l’inerzia.

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