Commenti

Il pugno del Sultano sulla libera stampa

  • Abbonati
  • Accedi
Scenari

Il pugno del Sultano sulla libera stampa

«Il giro di vite» è un splendido racconto scritto da Henry James ed è il titolo perfetto per descrivere quello che sta avvenendo in Turchia del fallito golpe tra purghe di presunti dissidenti e accuse alla Cia per aver finanziato il colpo di stato contro Erdogan.

Dopo i militari, i magistrati e i rettori universitari è toccato al “quarto potere” fare le spese di una pericolosa spirale repressiva che sta allontanando la Turchia dall’Europa.

Ieri è stato spiccato un mandato d’arresto nei confronti di 42 giornalisti. Tra loro, la veterana Nazli Ilicak, 72 anni, critica nei confronti di Erdogan dopo un passato politico nella destra islamica e da giornalista nel quotidiano filo-governativo Sabah. L’arresto è stato chiesto anche per giornalisti dell’opposizione laica, come l’ex responsabile dei contenuti digitali di Hurriyet, Bulent Mumay. Con un tweet, Mumay ha risposto alle accuse: «Questa (mostrando il tesserino dell’associazione giornalisti, ndr) è l’unica associazione di cui faccio parte».

Non si ferma quindi la dura repressione voluta da Erdogan, che ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale, arrestando oltre 13mila persone, sospendendo fino a tre mesi la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e revocando il passaporto ad almeno 10mila cittadini per timore di una fuga all’estero dei sospetti. Insomma il timore è che Erdogan stia mettendo a tacere anche quelle voci scomode che fanno semplicemente il loro dovere di guardiani della democrazia. Democrazia che non si risolve in una delega in bianco per chi ha avuto più preferenze, ma nel rispetto dei diritti delle minoranze e della separazione dei poteri secondo le teorie di Montesquieu. Questa è la lezione dei ragazzi di Gezi Park che la politica del pugno duro di Erdogan non ha saputo capire. Erdogan sembra invece sempre più attratto da un ritorno a un sogno imperiale neo-ottomano.

Il giro di vite sui giornalisti è giunta insieme alla clamorosa accusa in prima pagina di Yeni Safak, quotidiano vicino al presidente Erdogan: il tentativo di golpe in Turchia è stato finanziato dalla Cia e diretto da un generale americano. Con tanto di nome e cognome del presunto organizzatore del putsch: John Campbell. L’ex comandante della missione Isaf della Nato in Afghanistan viene definito come «l’uomo dietro il fallito colpo di stato in Turchia», responsabile di averlo pianificato militarmente e finanziariamente. Ai suoi ordini, scrive il giornale, ci sarebbe stato uno gruppo di 80 agenti Cia a cospirare sin dal marzo 2015, corrompendo i militari turchi con oltre 2 miliardi di dollari messi in circolazione attraverso una filiale in Nigeria della United Bank of Africa. Dopo il suo pensionamento, nel maggio scorso, Campbell si sarebbe recato in Turchia almeno 2 volte per incontri segreti con alti ufficiali golpisti. Con queste accuse la Turchia di Erdogan rischia di mettere a rischio l’alleanza con la Nato mentre insiste sulla richiesta di estradizione del predicatore Fethullah Gulen, presunta mente del golpe. Questo nuovo attacco a Washington rischia di scatenare una crisi diplomatica.

Nel frattempo, Erdogan ha incontrato i leader dell’opposizione nel suo sontuoso palazzo presidenziale di Ankara, escludendo però quelli del partito filo-curdo Hdp, rivendicando così il diritto di scegliersi anche l’opposizione.

© Riproduzione riservata