Commenti

Il treno della crescita e la scossa che serve all’Italia

  • Abbonati
  • Accedi
l’editoriale

Il treno della crescita e la scossa che serve all’Italia

Da qualche tempo a questa parte, di crescita si parla come se, almeno per le economie dei paesi avanzati, essa fosse un mero ricordo del passato, una sorta di Eden cui, per ora invano, si cerca di fare ritorno. L'imperativo è sempre quello: tornare a crescere, rilanciare la crescita, far ripartire l’economia, uscire dalla crisi, sfuggire all’amaro destino della “stagnazione secolare”. Se però guardiamo ai tassi di crescita effettivi degli ultimi anni nei 34 paesi Ocse (saliti a 35 con il recentissimo ingresso della Lettonia), il quadro che ci si presenta è decisamente più articolato.

Nel 2015, ad esempio, su 34 paesi Ocse ben 20 sono cresciuti a un tasso superiore al 2%, e metà di questi ultimi a un tasso superiore al 3% o al 4 %. Il ritmo di crescita di questi 20 paesi è sostanzialmente in linea con il tasso di crescita del Pil mondiale. E anche estendendo lo sguardo a un periodo più lungo, per esempio il quadriennio 2012-2015, il quadro non appare così drammatico come talora lo si dipinge: in quasi la metà dei 34 paesi Ocse il tasso medio di crescita si è collocato al di sopra del 2 per cento.

Se queste sono le cifre della crescita nelle economie avanzate, forse la domanda che dovremmo porci non è quella solita, come facciamo a far ripartire la crescita, ma come mai alcuni paesi sono tornati a crescere e altri no. Guardando agli ultimi quattro anni (2012-2015) i paesi Ocse si possono suddividere abbastanza nitidamente in almeno quattro gruppi: 5 paesi (fra cui l’Italia) a crescita negativa o nulla, 7 paesi in stagnazione (crescita positiva ma inferiore all’1%), 7 paesi in crescita lenta (fra l’1 e il 2%), e infine i 15 paesi in crescita sostenuta (oltre il 2%, in alcuni casi oltre il 3 o il 4%).

L’Italia, purtroppo, non è affatto «un vagone di mezzo nel treno della crescita europea», ma è e resta nella coda del treno: nel quadriennio 2012-2015 la sua crescita media è stata negativa, e nell’ultimo anno (2015), in Europa, solo Grecia e Finlandia hanno fatto peggio di noi.

Sul perché l’Italia non riesca a collocarsi non dico nei vagoni di testa (paesi che crescono oltre il 2%), ma almeno in quelli di mezzo (paesi che crescono fra l’1 e il 2%) le opinioni si sprecano. Così come si sprecano le profezie sulla crescita del Pil italiano nel 2017, che vanno dallo 0,5% dell’Ufficio Studi Confindustria all’1% governativo.

E tuttavia una semplice occhiata ai dati (e alle previsioni) degli ultimi anni dovrebbe bastare a mettere in luce due circostanze. La prima è che, al di là di tutti i nostri guai specifici (a partire dai cattivi fondamentali e dalle riforme strutturali mancate o incompiute), ci sono almeno due fattori che accomunano i cinque paesi del gruppo di coda, ossia Grecia, Italia, Portogallo, Spagna, Finlandia: il fatto di essere paesi europei occidentali relativamente ricchi e il fatto di far parte dell’eurozona.

Due circostanze cui, nel caso di Grecia, Portogallo e Italia si aggiunge quella di avere un rapporto debito-Pil abbondantemente al di sopra del 100 per cento. Difficile pensare che questi due handicap, il fatto di aver raggiunto una relativa ricchezza e il fatto di essere privi di una valuta nazionale, non spieghino una frazione considerevole delle nostre difficoltà.

Giusto per avere un’idea dell’importanza di questi due soli semplici fattori, si possono porre a confronto i tassi di crescita medi dei paesi Ocse (relativamente) ricchi e privi di una valuta nazionale, con quelli dei paesi (relativamente) poveri e dotati di una valuta nazionale: ebbene, cambiando queste due sole condizioni si passa da un tasso di crescita media annua (2012-2015) abbondantemente inferiore all’1% a un tasso del 2,5 per cento.

Se questa osservazione ha qualche fondamento, l’implicazione non è certo che si debba uscire dall’euro (i nostri conti pubblici sono troppo vulnerabili, i mercati ci sbranerebbero) ma che ci si debba dare un gran daffare: in un paese come il nostro il cambiamento dei fondamentali della crescita – capitale umano, pressione fiscale, giustizia civile e burocrazia – ha da essere davvero radicale se vuole controbilanciare i due fattori frenanti di cui abbiamo detto.

Ma c’è anche una seconda circostanza che un attento esame dei dati è in grado di mettere in luce. Negli ultimi anni nessuno, ovvero né i governi, né l’Ocse, né il Fondo monetario internazionale (Fmi), sono mai stati capaci di effettuare previsioni minimamente accurate dei tassi di crescita nazionali dell’anno entrante, e spesso nemmeno di quelli dell'anno in corso. Esistono però, nelle previsioni Ocse e Fmi, due regolarità generali di cui forse occorrerebbe fare tesoro.

La prima è che il tasso di crescita medio dei paesi Ocse è sempre sopravvalutato: nel caso dell’Italia, in particolare, nell’ultimo quadriennio il tasso di crescita dell’anno entrante è stato mediamente sopravvalutato di 0,8 punti percentuali dall’Ocse e di ben 1,2 punti percentuali dal Fmi.

La seconda circostanza da notare è che la differenziazione nei tassi di crescita è sempre sottovalutata (la deviazione standard dei tassi previsti è sempre minore di quella dei tassi effettivi). Il che vuol dire: a conti fatti, le economie avanzate risultano non solo più lente del previsto, ma anche più diseguali nei loro ritmi di crescita. È forse anche per questo, per il fatto cioè che le previsioni degli organismi internazionali tendono a “piallare” le differenze nei tassi di crescita, che continuiamo a non vedere il punto essenziale: in molti paesi l’economia è già ripartita da tempo, e i paesi che occupano i vagoni di coda del treno della crescita sono sempre più o meno gli stessi

© Riproduzione riservata