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Un vecchio leone capace di giocare anche nell’ultima rappresentazione

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ADDIO A DARIO FO

Un vecchio leone capace di giocare anche nell’ultima rappresentazione

Un pubblico innumerevole, caloroso, entusiasta lo circondava nella cavea del Parco della musica di Roma la sera del primo agosto scorso. E chi in quella emozionante notte romana pensava che quella sarebbe stata l’ultima occasione per applaudire Dario Fo oggi si trova amaramente ad avere ragione. Il grande attore riportava in scena Mistero buffo tanti anni dopo il debutto della fine degli anni Sessanta, e altrettanto lontana appariva la messa in onda televisiva del ’77 che aveva segnato la fine dell’ostracismo decretato dalla Rai in seguito alle scenette di Canzonissima nel 1962 sulla mafia e sulle morti sul lavoro. Fo appariva in splendida forma, tenendo la scena per due ore come soltanto un vero leone come lui avrebbe saputo fare. Giocava, come di consueto con gli spettatori rimproverandoli per un applauso partito male, sollecitando risate trattenute, trascinando quella folla attenta e incantata dentro quel divertente dialogo che per lui, sin dai suoi esordi giovanili, è stato sempre l’unico modo per fare teatro. Difficile non pensare, in quel momento che davanti agli occhi dei presenti ci fosse una delle personalità più potenti ed espressive della scena di tutti i tempi. E il pubblico si mostrava contento e lo ringraziava soprattutto per l’attenzione civile, per le sottolineature politiche, per le note sociali, sempre in primo piano in tutto quello che ha fatto, così come avveniva in quella sua ultima apparizione. Il tributo dunque non era solo all’importante figura teatrale, ma all’uomo che aveva utilizzato la sua arte per parlare sempre e comunque dell’oggi anche attraverso storie antiche. Così come in quel Mistero laico, ironico e divertente, riprendeva vicende tratte dalle sacre scritture o dai vangeli apocrifi, sfrondate dalla solennità che le ha sempre circondate per avvicinarle a un pensiero più terreno e arrivando così a momenti davvero esilaranti.

Insomma il primo giullare dell’epoca moderna, e l’ultimo di una lunga genìa che affonda le sue radici nella notte dei tempi. Questo voleva essere ed è stato sempre Dario Fo, un attore di straordinarie doti mimiche e recitative capace di scardinare le severe impalcature della cultura ufficiale, teso a distruggere la cornice aulica e accademica di tanta produzione nata invece nelle strade o per un pubblico incolto ma non meno intelligente. Lo dirà persino ricevendo il Nobel, e ringraziando a nome di tutti suoi predecessori, da Ruzzante ai comici dell’arte «Disprezzati soprattutto perché portavano in scena il quotidiano, la gioia e la disperazione della gente comune». E tutto questo, in lui e nei suoi antichi maestri, avveniva grazie allo strumento potente della comicità e dello sberleffo. Difficile, dopo quella serata romana, dimenticare la sua potente e trascinante risata.

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