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La corsa del surplus commerciale

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Italia

La corsa del surplus commerciale

Nonostante il rallentamento degli scambi internazionali (che pesa su tutti i Paesi esportatori), anche nel 2015 l’Italia si è aggiudicata il miglior numero di piazzamenti per competitività nel commercio mondiale subito dopo la Germania in base alla graduatoria dell’International trade centre (Itc) di Ginevra. Un secondo posto assoluto molto significativo, costruito non soltanto sui primati nei prodotti tradizionali del nostro Paese ma, anche da numerosi secondi posti che l’Italia ha conquistato a poco a poco in settori dove la Germania è il benchmark mondiale di riferimento per tecnologia e innovazione. Una ulteriore prova che il made in Italy ormai è un fenomeno molto più complesso e variegato rispetto al consueto stereotipo che ci vede produttori prevalentemente di abiti, scarpe e cibo, che pure restano dei pilastri della nostra economia.

L’agenzia congiunta di Unctad e Wto ha esaminato le performance competitive dei Paesi del mondo in 14 settori del commercio internazionale, di cui 2 rappresentati da materie prime (minerali energetici e non energetici e prodotti alimentari freschi) e 12 costituiti da diverse tipologie di manufatti. I posizionamenti competitivi di ciascun Paese originano da 5 sotto-indici che misurano per ogni settore: la quota di mercato mondiale nell’export; la bilancia commerciale; l’export pro capite; la differenziazione dei prodotti; la differenziazione dei mercati.

Se nella classifica dell’Itc la Germania si è imposta nel 2015 con ben 8 prime posizioni (praticamente in tutti i settori manifatturieri esclusi quelli della moda e l’elettronica di consumo-telecomunicazioni) nonché con un terzo posto (nel tessile), l’Italia si è confermata la seconda nazione al mondo con 3 primi posti (tessile, abbigliamento, cuoio-calzature), 4 secondi posti (manufatti di base, apparecchiature elettriche, meccanica non elettronica e mezzi di trasporto), un quarto posto (altri manufatti vari, che includono gioielleria, occhiali, articoli in materie plastiche) e un quinto posto (alimentari trasformati). Seguono per numero di migliori piazzamenti la Cina, la Corea del Sud e il Giappone.

La Cina può vantare 3 secondi posti (tessile, abbigliamento, cuoio-calzature, alle spalle dell’Italia), un quarto posto (manufatti di base), un quinto posto (mezzi di trasporto), un sesto posto (meccanica non elettronica) e due ottavi posti (elettronica di consumo-telecomunicazioni e manufatti vari). La Corea del Sud a sua volta conquista 2 terzi posti (mezzi di trasporto e manufatti di base), un quinto posto (tessile), un settimo posto (meccanica non elettronica) e 2 noni posti (elettronica di consumo-telecomunicazioni e chimica-farmaceutica). Infine, il Giappone si aggiudica un quinto posto (apparecchiature elettriche), un sesto posto (manufatti di base), un ottavo posto (chimica-farmaceutica) e un decimo posto (manufatti vari). Tra gli altri grandi Paesi deludono gli Stati Uniti (solo un quinto posto negli alimentari freschi) e il Regno Unito (nessun posizionamento tra i primi 10 in nessun settore). Mentre la Francia non sfigura con un secondo posto (chimica-farmaceutica), un terzo posto (alimentari trasformati) e un decimo posto (mezzi di trasporto).

L’ottimo piazzamento dell’Italia nelle classifiche dell’Itc si fonda sempre più sulle eccellenze del nostro Paese nella meccanica (in molte tipologie di macchinari e apparecchi abbiamo superato la stessa Germania) e nei mezzi di trasporto (dove al miglioramento recente dell’auto si accompagnano i primati italiani nell’elicotteristica, nella nautica e nelle navi da crociera). Inoltre, in questi ultimi anni l’Italia ha migliorato il suo posizionamento internazionale anche in vari comparti della chimica-farmaceutica. Dal 2013, ad esempio, la bilancia commerciale dell’Italia per i prodotti farmaceutici, che era sempre stata deficitaria, è ormai strutturalmente in surplus.

Tutto ciò, unitamente al riposizionamento delle imprese italiane su valori aggiunti sempre più alti nella moda, nell’arredo-casa e negli alimentari-vini, ha permesso al nostro Paese di compiere un vero e proprio “miracolo” in termini di bilancia commerciale, che solo in parte è stato aiutato dal calo del prezzo del petrolio (calo di cui, peraltro, hanno potuto godere tutte le economie importatrici di greggio e gas, non solo la nostra).

La bilancia commerciale italiana con l’estero, infatti, fino al 2011 era negativa (dal 2004). Poi, in base alle Trade map dell’Itc, nel 2012 è divenuta attiva risultando in quell’anno la trentunesima a livello mondiale. Nel 2013 è risultata la sedicesima, nel 2014 la decima e nel 2015 l’ottava. Non solo. In base ai dati del primo trimestre di quest’anno, nel periodo di dodici mesi che va da aprile 2015 a marzo 2016 la bilancia commerciale italiana è stata addirittura la sesta migliore al mondo per valore del surplus (52 miliardi di dollari) dopo quelle di Cina, Germania, Russia, Corea del Sud ed Olanda. Che in realtà è come dire essere quinti, dato che l’attivo olandese non origina da merci prodotte in quel Paese, ma prevalentemente da transiti nei porti di Rotterdam ed Amsterdam.

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