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Dossier Un’Europa tedesca o una Germania europea?

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Dossier | N. 53 articoliMappamondo

Un’Europa tedesca o una Germania europea?

Il voto di giugno del Regno Unito che ha scelto di abbandonare l'Unione europea non ha solo cambiato il corso della storia britannica, ma ha posto alcune domande fondamentali sul ruolo della Germania in Europa e nel mondo. Con la crisi della migrazione che indebolisce a livello politico la cancelliera tedesca Angela Merkel proprio quando più serve la sua autorità in Europa, non si può più evitare la nuova “questione tedesca”.

CAMBRIDGE – Anche prima che gli elettori del Regno Unito optassero per la Brexit, e quindi uscissero dall’Unione europea, fa notare Anatole Kaletsky di Gavekal Dragonomics, alla cancelliera tedesca Angela Merkel veniva largamente riconosciuto il merito di “aver finalmente risposto alla famosa domanda di Henry Kissinger sull’alleanza occidentale: ‘Qual è il numero di telefono dell’Europa?’”

La Brexit ha semplicemente confermato il tutto: la prima visita ufficiale all’estero della premier britannica Theresa May dopo aver sostituito David Cameron in luglio è stata a Berlino. Se la Merkel ha il potere di plasmare la relazione tra l’Ue e il Regno Unito, come sembra credere la May, ha anche il potere di modellare l’Ue post-Brexit.

La domanda è che tipo di Europa voglia la Germania. Per Harold James dell’Università di Princeton, “Brexit vuol dire che la Germania non può più fare affidamento sull’alleata liberale e molto market-oriented al tavolo di discussione”. Ma Kaletsky si chiede se la Germania non intenda discutere su nulla. “Se il numero di telefono dell’Europa ha il prefisso della Germania”, scherza, “la risposta è automatica: ‘Nein zu Allem’”.

Ma l’Europa non può più permettersi quello che Kaletsky descrive come “la risposta standard della Germania a tutte le iniziative economiche finalizzate a rafforzare l’Europa”. Come fanno notare molti commentatori di Project Syndicate, l’influenza dell’Europa a livello globale dipende da un’ulteriore integrazione. Ed è impossibile senza una leadership tedesca determinata, che ora potrebbe essere difficile da trovare. Di fatto, con il “supporto pubblico al governo…” che è “sceso al di sotto del 50%”, Michael Bröning della Friedrich-Ebert-Stiftung si chiede se la Merkel tenti persino “una rielezione come candidata del suo partito per un altro mandato”.

La missione civilizzatrice dell’Europa

Per comprendere cosa possa significare per l’Ue e per il mondo la pressoché incontrastata leadership tedesca in Europa bisogna semplicemente capire come i tedeschi stessi considerano l’Europa e il loro ruolo in essa. Molti tedeschi vedono l’Ue come un peso e non come un beneficio; sono sempre più convinti che gli altri stati membri vogliano spillare sempre più soldi dalle loro tasche.

Ma la verità è che la Germania ha tratto i maggiori vantaggi negli ultimi sette decenni dell’unificazione europea, sia a livello economico che politico. Come ha dichiarato nel 2015 Joschka Fischer, ex primo ministro tedesco degli Esteri, la Germania si è ricostruita la propria reputazione dopo la Seconda Guerra Mondiale “abbracciando l’integrazione occidentale e l’europeizzazione”. Dal momento che “l’unificazione della Germania ad opera di Bismarck [è avvenuta] nel diciannovesimo secolo”, spiega, “il potere è diventato indissolubilmente associato a nazionalismo e militarismo”.

Quella che Fischer chiama “la fondazione del secondo stato-nazione tedesco unificato nel 1989” rifletteva e rinforzava mentalità molte diverse tra loro. Per Anne-Marie Slaughter, presidente di New America ed ex direttrice di pianificazione politica al Dipartimento di Stato americano, la Germania di oggi accetta che un maggiore potere le chiede di assumere una “maggiore responsabilità per difendere ed estendere” l’ordine internazionale da cui ha tratto così tanti vantaggi. Cita il presidente tedesco Joachim Gauck: l’ordine del secondo dopoguerra ha dato origine a una “buona Germania, la migliore che abbiamo mai conosciuto”.

Eppure Fischer teme che le lezioni dell’integrazione europea si perdano nella valanga di crisi che ha colpito l’Ue, con la crisi del debito greco che ha catalizzato la delusione tedesca. Nel faticoso percorso negoziale al culmine della crisi, dichiara, la Germania “ha annunciato il desiderio di trasformare l’Eurozona da progetto europeo a una specie di sfera di influenza”. La Germania non voleva “più Europa; ne voleva meno”.

Ovviamente, il contrasto tra una “Germania europea” e un’“Europa tedesca” non è nuovo. Nel 2013, dopo la rielezione della Merkel, Harold James fece notare come “le unità politiche tedesche indipendenti” siano scomparse dal Trattato di Westfalia del 1648. “Se il nuovo governo della Germania punta a un’Europa più forte e più federale”, suggeriva, “esattamente tra un secolo, potrebbe non esserci alcuna unità politica tedesca sovrana. La Germania e i suoi amanti alla fine moriranno, e vivranno felici e contenti”.

Forse. Nel frattempo, la Brexit, insieme alla decisio6ne della Merkel di accettare oltre un milione di migranti dalla Siria e da altre zone del Medio Oriente (in parte per rimediare ai danni di reputazione subiti dalla Germania a seguito della sua posizione rispetto alla Grecia), ha reso la scelta della Germania più chiara e più urgente allo stesso tempo. La Germania può o considerare l’Europa come una proiezione della politica tedesca di potere, come accadde nella prima metà del ventesimo secolo, oppure può raggiungere l’obiettivo post-1945 di auto-dissoluzione in un’entità federale realmente europea.

L’arroganza della riforma

A parte gli immediati fattori politici, la questione del ruolo della Germania in Europa deriva dal suo dominio economico. Durante la crisi dell’Eurozona, in molti hanno imputato al surplus di parte corrente della Germania, e non alla dissipatezza greca, la vera causa dei problemi dell’Unione. Ma come sostiene Kenneth Rogoff di Harvard, “i tedeschi considerano la solidità dei bilanci un elemento essenziale per il ruolo stabilizzante del loro paese in Europa”.

Ironicamente, come ci ricorda Daniel Gros, direttore del Centre for European Policy Studies con sede a Bruxelles, all’inizio del secolo era la Germania la malata d’Europa. “La sua economia ristagnava in una fase recessiva, mentre il resto d’Europa registrava una ripresa; il suo tasso di disoccupazione era superiore alla media dell’Eurozona; violava le regole di bilancio europee incorrendo in deficit eccessivi; e il suo sistema finanziario era in crisi”. La Germania è riuscita a trasformarsi grazie a un percorso di austerità e riforme strutturali.

Non sorprende, quindi, che i tedeschi consiglino ad altri di seguire il loro esempio. Ma come segnala Gros, questo è solo un risvolto della medaglia. Dopo tutto, la Germania ha guadagnato poco in termini di produttività. Marcel Fratzscher, con un passato alla Eurotower, insieme a Jürgen Fitschen della Deutsche Bank e a Reiner Hoffmann della Confederazione dei sindacati tedeschi (DGB), asseriscono che una “ragione chiave di queste scarse performance è il tasso di investimenti notoriamente misero della Germania, che è tra i più bassi dell’Ocse”. Fanno notare che, “dal 1999 le maggiori multinazionali tedesche hanno raddoppiato l’organico all’estero, tagliando al contempo posti di lavoro a livello nazionale”.

L’introduzione dell’euro ha certamente aiutato la Germania a riguadagnare una certa competitività, ma secondo Gros per un fattore spesso trascurato: “la disoccupazione persistentemente elevata ha costretto i lavoratori ad accettare stipendi più bassi e orari di lavoro prolungati, mentre i salari hanno continuato a crescere del 2-3% l’anno nei paesi periferici dell’Eurozona in forte espansione”. Gli incrementi tedeschi di competitività, poi, sono relativi, e successivamente la Germania ha obbligato Spagna e Grecia – ma non l’Italia – a intraprendere delle riforme più severe di quelle mai imposte su se stessa.

Molti economisti ora sollecitano la Germania ad incentivare i salari e chiedono di aiutare gli esportatori in Grecia e in altri paesi della periferia dell’Eurozona. Le aziende tedesche potrebbero lamentarsi, ma Dalia Marin, che presiede la cattedra di economia internazionale all’Università di Monaco, pensa che “il fattore più importante dietro al successo della Germania” non sia la competitività dei prezzi, ma la qualità. Poiché “gli esportatori tedeschi sono organizzati in modo meno gerarchico e più decentralizzato di altre aziende europee”, ribadisce, “i dipendenti ai livelli più bassi della gerarchia aziendale” possono “sviluppare e implementare nuove idee”. E poiché “questi dipendenti sono spesso più vicini ai clienti di quelli che si trovano ai livelli più alti della gerarchia, la loro conoscenza collettiva di ciò che richiede il mercato rappresenta un’importante risorsa di valore”.

Ma non è chiaro come i paesi periferici possano trarre beneficio da una maggiore domanda della Germania. Come sosteneva Gros nel 2013, la Germania è “solo la punta di un iceberg teutonico”. Sotto la superficie, “Paesi Bassi, Svizzera, Svezia e Norvegia incorrono tutte in surplus maggiori in percentuale al Pil”. Dato che la Germania importa relativamente un numero di beni relativamente basso dalla periferia dell’Eurozona, una maggiore domanda tedesca gioverebbe principalmente ai paesi che già registrano ampie eccedenze con l’estero.

Questo significa forse che andrebbe ignorato il modello di crescita tedesco – in Europa e in altre aree? Dani Rodrik di Harvard precisa che paesi come India e Turchia (e molti altri in Africa e nell’ex blocco sovietico) hanno dimostrato come la crescita possa anche essere trainata dal debito. E come fa notare Gros, il surplus “teutonico” è attualmente bilanciato dal risparmio negativo “anglosassone”, il cosiddetto “dissaving”: “insieme, la somma dei deficit di parte corrente di Stati Uniti, Regno Unito e dei principali paesi del Commonwealth rappresenta oltre 800 miliardi di dollari, ossia all’incirca il 60% della somma globale di tutti i disavanzi con l’estero”. Ciò spiega in parte il desiderio della Merkel di mantenere una stretta partnership commerciale con il Regno Unito.

La camicia di forza ordoliberalista

 

Barry Eichengreen dell’Università di Berkeley riconduce la profonda “avversione ideologica della Germania ai deficit di bilancio” alla “dottrina dell’Ordoliberalismo del secondo dopoguerra” sostenuta soprattutto da Ludwig Erhard durante il suo mandato di ministro delle Finanze tedesco negli anni 50 e di cancelliere a metà anni 60. Secondo Eichengreen, l’Ordoliberalismo, in base al quale “il governo doveva far rispettare i contratti e garantire un’adeguata competizione senza interferire nell’economia”, è riuscito ad evitare che “i policymaker tedeschi fossero tentati dagli eccessi come quelli di Hitler e Stalin”. Eppure la sua “enfasi sulla responsabilità” escludeva “l’idea che le azioni per cui si è singolarmente responsabili non generi automaticamente i risultati aggregati desiderabili”. Di conseguenza, “ha reso i tedeschi allergici alla macroeconomia”.

Ma come precisa James, l’ordoliberalismo era una risposta alla necessità della Germania di “un cambiamento totale del regime domestico per spezzare il ciclo debito-default”. Questa esperienza, continua, ispira l’approccio della Germania nei confronti dell’Eurozona in generale e dei paesi membri altamente indebitati nello specifico: “senza un riorientamento fondamentale della politica di un paese, così pensa la Germania, la cancellazione del debito resterà sempre un futile esercizio”.

Jürgen Jeske, ex editore del quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung, mette in dubbio la sincerità di questo pensiero. L’“attuale dominio economico” della Germania, sostiene Jeske, “è stato costruito su un quadro di politiche che si trova in opposizione diretta alla” dottrina di Erhard, che Jeske stesso difende in modo risoluto. La verità, secondo Jeske, è che il governo della Merkel ha abbandonato l’ordoliberalismo a favore di una strategia economica che “si è rivelata confusa, trainata più dagli interessi politici che da qualsiasi filosofia di fondo”. Di conseguenza, “sembra che i policymaker tedeschi inciampino di decisione in decisione” e “reagiscano alle richieste del mondo senza una chiara direzione”.

Solo i non tedeschi, così sembra, devono attenersi alle regole.

Difendere l’Europa

Alcuni temono che anche la politica estera della Germania sia diventata ambigua. Slaughter è convinta che la Germania rimanga un pilastro dell’Occidente in termini di lealtà alla Nato e all’unità europea. Cita un report di alto livello, “il prodotto di diversi mesi di dibattito all’interno della comunità di sicurezza e politica estera tedesca”, che “identifica gli attuali valori e interessi della Germania come un impegno per ‘la dignità umana, la libertà, la democrazia, lo stato di diritto, e per un ordine internazionale che si fonda su norme universali’”.

Ma Yuriko KoikeYuriko Koike, appena eletta governatore di Tokyo, non ne è così sicura. Teme che la portata delle relazioni economiche della Germania con la Russia e la Cina stia iniettando una forma di “neutralità silente” nella diplomazia del paese.

La Germania si è affidata volentieri al Regno Unito per prendere una dura posizione nei confronti della Russia dopo l’annessione della Crimea e l’incursione nell’Ucraina dell’Est. Ora, la dipartita del Regno Unito potrebbe aprire la strada a una nuova Ostpolitik con la Russia. Come ha recentemente suggerito il ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier, “dovremmo tenere a mente la détente: per quanto siano profonde le spaccature, dobbiamo tentare di costruire dei ponti”.

Ciononostante, l’Europa, così scriveva Steinmeier lo scorso anno, “resta il fondamento della politica estera della Germania”, e “la Germania è in grado di agire in modo efficace” per determinare gli sviluppi globali “solo nell’ambito di un solido quadro europeo”. In modo analogo, Wolfgang Ischinger, ex ambasciatore tedesco ed attuale capo della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, sosteneva con forza prima della Brexit che “la Germania avesse l’opportunità di fornire un contrappeso alle obiezioni britanniche di lunga data” rispetto a una politica europea di difesa e sicurezza più integrata. “Mettendo la sua considerevole influenza al servizio di una politica di difesa e sicurezza coesa e strategicamente mirata”, secondo Ischinger, “la Germania avrebbe simultaneamente raggiunto due obiettivi chiave: una Ue più forte e più capace e una Germania più europea”.

Slaughter si è spinta oltre. Prevede un “approfondimento” dell’Ue “attraverso misure che includano la democratizzazione delle politiche decisionali finanziarie dell’Ue coinvolgendo direttamente i parlamentari nazionali e scambiando i limiti fiscali europei rigidamente imposti sui bilanci dei governi membri con un’unione bancaria europea, un bilancio dell’Eurozona e gli eurobond”.

Al momento, ovviamente, tutte queste idee sono un anatema. Ma Volker Perthes, presidente della Stiftung Wissenschaft und Politik (l’istituto tedesco per gli affari internazionali e la sicurezza, che ha pubblicato il report citato da Slaughter), sembra dell’idea che l’ostilità nei confronti di un’ulteriore integrazione europea sia incompatibile con la sicurezza della Germania.

La volontà della Germania di rivestire un ruolo maggiore in una politica comune di difesa e sicurezza riflette una verità fondamentale: le “linee di demarcazione tra affari domestici e internazionali”, come ricorda Perthes, “sono diventate sempre più offuscate”. La crisi dei rifugiati “richiede interventi politici in aree diverse come difesa, aiuti per lo sviluppo, integrazione europea, sicurezza domestica e politiche di sicurezza sociale”.

Al contrario, Jacek Rostowski, ex ministro delle Finanze e vice primo ministro della Polonia, non è sorpreso. E si spinge oltre Koike, sostenendo che l’“errata imposizione di austerità della Germania sull’Eurozona ha compromesso la coesione politica europea, così aprendo la porta al revanscismo e all’aggressione della Russia”.

Nella visione di Rostowski, il candidato alle presidenziali americane Donald Trump ha ragione quando accusa i membri europei della Nato di avere un atteggiamento opportunistico nei confronti degli Usa. Solo quattro alleati europei della Nato soddisfano il target del 2% del Pil per la spesa destinata alla difesa. Una di queste quattro, paradossalmente, è la Grecia. La spesa della Germania per la difesa si aggira appena all’1,2% del Pil, ben al di sotto dei propri obblighi. Rostowski non usa mezzi termini: “Gli Usa dovrebbero dire alla Germania – con la stessa schiettezza che la Germania ha utilizzato con la Grecia – che non può demandare agli Usa la propria sicurezza compromettendo al contempo l’unità occidentale per tutelare i propri contribuenti dalle possibili passività all’interno dell’Eurozona”.

Ripartizione degli oneri in stile tedesco

Se la Germania e i paesi dell’Eurozona sono seriamente intenzionati a risolvere la crisi dell’euro e a frenare il disfacimento dell’Ue, serve una struttura istituzionale più federale, così che gli squilibri commerciali interni possano essere corretti con i trasferimenti obbligatori di risorse da una parte all’altra dell’unione monetaria. Ovviamente, la Germania dovrebbe contribuire in maniera decisiva agli interventi di stabilizzazione, motivo per il quale si era astenuta da tali manovre in passato.

Lo scorso anno, però, Otmar Issing, uno dei membri fondatori del comitato esecutivo della Bce e capo economista, ha scritto che “l’attuale crisi dell’Europa ha convinto molti che le disposizioni istituzionali esistenti siano insostenibili”, e ha suggerito che l’assenza di un “progresso verso l’unificazione politica” da quando è stato introdotto l’euro “potrebbe essere sul punto di cambiare”. La Brexit ha certamente confermato la diagnosi di Issing, se non la sua previsione.

Issing stesso è fortemente scettico sulle prospettive di un’integrazione politica: “gli elettori sono tutt’altro che entusiasti di fronte alla prospettiva di cedere più autorità all’Europa”. E in assenza di una “vera unificazione politica”, qualsiasi “trasferimento di competenze fiscali a livello europeo” implicherebbe dei “rischi seri”. Quindi, per il momento, “la responsabilità politica per un aumento dei costi in termini di trasferimento deve rimanere in seno ai governi nazionali, sotto il controllo dei parlamenti e degli elettorati nazionali”.

Anche l’unificazione politica comporta dei rischi. “Il pericolo”, secondo Hans-Werner Sinn dell’Università di Monaco e dell’istituto Ifo, è “che gli organi decisionali collettivi non solo forniscono servizi utili per tutti, ma possono anche abusare del proprio potere per ridistribuire le risorse tra i paesi partecipanti”.

Per Sinn, non si tratta solo di colmare il famigerato “deficit democratico” dell’Europa – la presunta mancanza di responsabilità che tanto ha fatto nel voto per la Brexit. (Di fatto, le decisioni più importanti a livello europeo vengono prese nel Consiglio europeo, che comprende tutti i leader – eletti democraticamente – degli stati membri). Il problema per Sinn è piuttosto il fatto che “[anche] gli organismi democratici non siano immuni” dalle tentazioni. “Anzi, consentono alle maggioranze di sfruttare le minoranze”. È per questo che tali “organismi immancabilmente necessitano di regole speciali per tutelare le minoranze, come il requisito di una maggioranza qualificata per votare o prendere decisioni all’unanimità”.

Merkel Presidente?

Sinn non lo dice espressamente, ma le restrizioni da lui proposte sulle maggioranze politiche sono parte integrante del federalismo. James concorda, asserendo che Germania “sia straordinariamente idonea ad agire come modello per l’Europa, grazie al carattere federale, riflesso nelle forti garanzie costituzionali dei diritti degli stati”. E, prima del voto per la Brexit, il ministro delle Finanze della Germania, Wolfgang Schäuble, aveva proposto un piano per una limitata unione politica.

Ma Yanis Varoufakis, ex ministro delle Finanze della Grecia, critica la proposta di Schäuble. “Schäuble”, spiega, “favorisce un Eurogruppo formalizzato (composto dai ministri delle Finanze dell’Eurozona), guidato da un presidente che dispone del potere di veto – legittimato da una Camera dell’Euro che comprende i parlamentari degli stati membri dell’Eurozona – sui bilanci nazionali”. In cambio della rinuncia al controllo sui rispettivi bilanci nazionali, Schäuble prometteva a paesi come Francia e Italia un bilancio europeo comune che in parte avrebbe finanziato schemi di assicurazione dei depositi e di sussidio alla disoccupazione.

Varoufakis pensa che il piano sia troppo minimalista per funzionare: “solo le riforme istituzionali significative a livello macroeconomico stabilizzeranno l’Europa”. Per raggiungere questo obiettivo, Varoufakis prevede un’“alleanza democratica paneuropea dei cittadini” che possa “generare il consensus necessario affinché attecchiscano tali riforme”.

Un movimento di questo tipo sarebbe ben accetto, ma necessita di un leader più forte. Che potrebbe essere la Merkel, malgrado le attuali vicissitudini. Di fatto sembra essere l’unica scelta possibile all’orizzonte. Se l’Europa riscontrasse la volontà di spingere le riforme istituzionali nella giusta direzione, la Merkel potrebbe diventare il primo presidente eletto dell’Ue. Ma per generare la volontà di un’Europa più integrata richiesta da una posizione di questo tipo, dovrebbe prevalere su Schäuble.

E deve farlo in fretta. Un’altra crisi bancaria incombe in Italia, dove il governo del primo ministro Matteo Renzi potrebbe non sopravvivere al referendum sulla riforma costituzionale che si terrà a novembre. Mentre Renzi tenta di frenare il crescente supporto del Movimento 5 Stelle, favorevole a un’uscita dall’Eurozona, lui, così come il presidente francese François Hollande, si è opposto fermamente all’austerity.

L’insorgenza di un asse anti-austerità tra le altre grandi economie dell’Europa, insieme all’abbandono del Regno Unito, implica che l’Europa non sarà più “tedesca”. La realtà è che l’austerity sollecitata dalla Germania è fallita – e ora l’Europa necessita di una crescita. Perché ciò avvenga, la Germania deve diventare più “europea”. Come afferma George Soros, la scelta della Merkel, del suo governo e della Germania è inequivocabile: “guidare o lasciare”.

Traduzione di Simona Polverino

Hugo Drochon, che insegna politica all’Università di Cambridge, è autore di Nietzsche’s Great Politics.

Copyright: Project Syndicate, 2016.
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