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Basta copiare senza pagare: gli editori devono essere tutelati

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Basta copiare senza pagare: gli editori devono essere tutelati

In questo periodo a Bruxelles è in corso un acceso dibattito sul copyright. Per favore, continuate a leggere: qui non si parla di sottigliezze sulla legge del diritto d’autore per sostenitori esperti, bensì del futuro della nostra stampa independente e professionistica; del valore che attribuiamo alla produzione 24 ore al giorno e sette giorni su sette di notizie, approfondimenti, copertura dalle zone di guerra, intrattenimento, sport, inchieste e analisi a opera di giornalisti professionisti vincolati da severi codici di comportamento e dall’etica professionale; della possibilità o meno da parte degli editori di continuare all’infinito a investire in contenuti online che sono sistematicamente saccheggiati, riutilizzati e monetizzati da terzi senza permesso né retribuzione.

Nell’ambito dell’attesissimo pacchetto di riforme sul copyright dell’Ue, finalizzato a mettere il diritto d’autore al passo con l’era digitale, il Commissario europeo per l’agenda economica digitale Oettinger ha proposto di adottare il “Publisher’s Right”, col quale riconoscere il valore che una stampa libera e vitale ha per la società democratica e le sfide alle quali gli editori devono fare fronte. In parole semplici, tale diritto fornirà una compagine di sicurezza legale a beneficio degli editori della stampa, piccoli e grandi che siano, e attesterà chiaramente che sono loro i proprietari dei loro contenuti che, senza autorizzazione, non potranno essere copiati o riutilizzati a scopi commerciali. Proprio come è reato entrare in un’edicola, arraffare un giornale da uno scaffale e andarsene senza pagare, per poi fotocopiarne l’intero contenuto e distribuirlo a milioni di persone attorniato da inserzioni pubblicitarie, così il Publisher’s Right stabilisce che è reato fare altrettanto con quello che si pubblica online.

A questo punto potreste chiedervi per quale motivo sia in corso una campagna contro qualcosa di così ragionevole e giusto. Per molti anni le società dell’hi-tech hanno difeso la libertà di utilizzo dei media professionali con la necessità per internet di restare “aperta e creativa”. I medesimi attivisti che vogliono un web “aperto” farebbero bene a capire che gli editori non possono continuare a investire in quello stesso contenuto che gli attivisti vogliono trovare disponibile gratuitamente e senza un’adeguata retribuzione. Il modello di business online che si basa sulla pubblicità potrebbe benissimo funzionare per gli editori, se solo i loro contenuti non fossero scopiazzati su ampia scala da altri che poi li monetizzano senza pagarli. Questo modo di fare non ha niente a che vedere con una rete aperta o creativa: questo non è altro che puro e semplice furto, vero parassitismo.

Per gli editori che si sviluppano con successo in ambienti competitivi spinti dal mercato, ricorrere a un indennizzo legale e auspicare fortemente un emendamento della legge attuale è una necessità assoluta, l’unica soluzione valida per fermare la pirateria e il parassitismo nei confronti dei contenuti di cui siamo proprierari. Nell’ambito della rivoluzione dei media digitali la parola “tradizionale” sembra quasi essere diventata una parolaccia, eppure proprio gli editori tradizionali hanno preso di petto la rivoluzione digitale. Noi abbiamo innovato, investito, distribuito ogni tipo di contenuto su ogni dispositivo e piattaforma possibile e immaginabile a beneficio degli utenti. In che modo però gli editori potranno continuare a investire se per gli altri è sempre più facile sfruttarne il lavoro e guadagnarci sopra, senza assumersi nessuno dei rischi e delle spese connessi alla sua produzione?

Tutti coloro che sono così fortunati da vivere in democrazia spesso danno per scontata la libertà di stampa. Eppure, è proprio la libertà di stampa a puntellare la nostra democrazia, e dipende dal mercato riuscire a generare introiti sufficienti a ricoprire le enormi spese che comporta lavorare per la stampa. Chi osteggia questa riforma afferma, con falsità, che essa trasformerà in delinquenti i singoli che condivideranno link a vari contenuti. Si tratta di una tattica allarmistica: nella riforma proposta niente impedirà ai singoli di navigare in rete e condividere e postare link a contenuti che riterranno interessanti. Le uniche persone che si accorgeranno di qualche cambiamento saranno gli aggregatori commercali e i motori di ricerca che oggi – senza permesso e senza pagare alcunché, e per di più senza fare fatica alcuna – lucrano sugli investimenti degli editori. Il Publisher’s Right non addomesticherà completamente il selvaggio west che oggi spopola in rete, ma ci darà un assetto legale chiaro e trasparente, renderà più facile affermare la proprietà di ciò che pubblichiamo e potrà portare al tavolo dei negoziati condizioni ponderate per usare i nostri contenuti di valore. Siamo sicuri che tutto ciò sia soltanto ragionevole?

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