Commenti

Chailly guiderà la Scala fino al 2022

  • Abbonati
  • Accedi
Cultura & Società

Chailly guiderà la Scala fino al 2022

Il Maestro Riccardo Chailly, con decorrenza dal 1° gennaio 2017, è stato nominato direttore musicale del Teatro alla Scala per un quinquennio, fino al 2022. Chiunque ami il teatro d’opera, e guardi con particolare affetto al massimo teatro milanese (e italiano, e non soltanto italiano), osserverà certo con sollievo che questa nomina colma finalmente un vuoto dissennato e autolesionistico che durava da anni, ossia dagli indecenti eventi del 2005 e dalle loro sciagurate premesse. Bene: l’avverarsi dell’attesa riparazione e ammenda (ammenda? magari così fosse, e Belial non voglia che le vecchie malefatte finiscano in cavalleria!), e l’importanza delle riflessioni che qui s’impongono e che da più di un decennio si erano conficcate nella gola di chi sta scrivendo queste righe, e, insieme anche l’urgenza di parlare dell’avvenimento senza avere il tempo di “preparare” un bel discorso (ringraziamo Lucifero per questa urgenza affannosa!), tutto questo, insomma, fa sì che colui che scrive si permetta una volta tanto il lusso di parlare in prima persona, tralasciando il “plurale humilitatis” e dicendo “io”. Non è arroganza: è un sacrificio, e lo offro a Chailly con piacere. Più in esteso, lo offro alla musica e ai musicisti.

Qualcuno vorrebbe porre in prima linea l’entità del merito, del talento e della rappresentatività artistica, culturale e sociale di Riccardo Chailly, un’entità tale da essere adeguata al riconoscimento. Rispondo subito che il tema è interessante, ma non primario. Di prima urgenza è, invece, la sollecita liquidazione e cancellazione di una stupidaggine cara ai più. Sono legione... ma sì, sono relativamente “legione” nell’ambito esiguo dei veri cultori di ciò che chiamo “musica forte” (tutti una buona volta dovrebbero sapere a che cosa io alluda), coloro che rivolgono a chi è “del ramo” la sciocca domanda: «Secondo Lei, chi è il più grande direttore d’orchestra vivente?», oppure «il più grande pianista?», «il più grande scrittore?», eccetera. È possibile domandare, ricevendo caute ma non impossibili risposte, quale sia la banca più affidabile, o quale sia l’istituto assicurativo meno meritevole della fulminante boutade di Woody Allen (non la ripeto, non mi va di finire in tribunale per vilipendio), qual sia l’atleta che ha corso i 200 piani in meno decimi di secondo. Ma parlando di musicisti, siano “Kapellmeister” o clavicembalisti o fagottisti o compositori, dobbiamo prendere in considerazione le soglie di grandezza. Ciò vale anche per i voti alti, o massimi, che gli insegnanti assegnano all’università, o al liceo: al di sopra di una sicura qualità dalla quale spuntano meravigliose e immature intelligenze che sarà felicità far maturare. Dare 30 a uno, 29 a un altro per lasciare intendere che siamo professori attenti e scrupolosi, è quasi sempre un’idiozia. Ricordate il sublime racconto di Borges, Los teólogos? Sia il vescovo denunciatore, Aureliano, sia l’eremita eretico e denunciato, Giovanni di Pannonia, muoiono bruciati vivi, il secondo condannato al rogo, il primo arso accidentalmente da un incendio causato da un fulmine. Dinanzi a Dio, appena un po’ disattento, i due sono la stessa persona. E Busoni, intervistato su quale fosse la migliore opera di Wagner, rispose: «L’insieme di Tristan, del Ring, dei Meistersinger e di Parsifal». E viene in mente Georg Cantor e il suo paradosso dei numeri transfiniti: può un infinito, moltiplicato per 10, essere il “decuplo” dell’infinito originario? Riccardo Chailly ha merito e talento tali da balzare al di sopra della soglia di grandezza. Ma se ascoltiamo altri, nei quali non si troverebbe difetto né di merito né di talento, possiamo ritenerli “inferiori”? Saranno... quanti? 10? 20? Bene, tutti insieme essi vanno considerati una costellazione. Chailly è sempre stato impareggiabile per l’energia e l’instancabilità con cui ha fatto rinascere musica dimenticata e rimossa, e, in realtà, magnifica e rivelatrice. Getto sul tavolo alcuni diamanti più preziosi del Culliman e del Kohinoor e del Gran Mogol: l’aria dei fiori iniquamente espunta da Suor Angelica, la versione originaria dell’Uccello di fuoco, ma anche, a mia diretta e commossa memoria, singole battute dell’Ottava di Mahler, e, naturalmente, le versioni originali di due opere del suo amato Puccini (oggetto, presto, di un’integrale scandita nel tempo da parte di Chailly), Butterfly e La fanciulla del West. Strenua è la stata la sua battaglia a favore del Finale di Turandot composto da Berio e alternativo a quello di Alfano, e qui rivendico, a fianco e non “contro” l’ammirazione e l’amicizia che ho per Chailly, la mia timida opzione alfaniana. Il talento di Chailly mi ha fatto sobbalzare molte volte: indimenticabili, i suoi Contes d’Hoffmann alla Scala negli anni 90. Ma non credo di togliere alcunché a Chailly se dichiaro il mio fervido assenso ad altri che mi hanno provocato sussulti: Muti, Ceccato, Kleiber padre e figlio, d’Avalos, Prêtre, Matačič... Furtwängler, quando ero bambino. Certo, qualcuno avverte il peso di un elemento del tutto casuale, secondo il principio di Heisenberg: la rappresentatività sociale e culturale. Ma, signori miei, vi rendere conto che, a scorno del cosiddetto “canone” di Harold Bloom, né Borges né Proust ebbero il premio Nobel per la letteratura? E chi invece... No, qui taccio, altrimenti comincio a urlare.

© Riproduzione riservata