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Quella spina nel fianco del Labour in trincea

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Scenari

Quella spina nel fianco del Labour in trincea

Chi se la ricorda più la “Terza via” di Tony Blair? Eppure sembrava, sino a una decina d’anni fa, che fosse la stella del New Labour Party a fare da bussola alla sinistra europea sulla strada di un rinnovamento tanto della sua tradizionale cassetta degli attrezzi che delle sue visuali originarie, all’alba sul ventunesimo secolo segnato dai mutamenti di scenario e di prospettiva determinati dalla quarta rivoluzione tecnologica, dall’esordio di nuovi modi di lavorare e produrre, dalla globalizzazione del mercato e dall’incipiente formazione di un universo multipolare.

D’altronde, la sinistra inglese era giunta per prima in Europa ad affrontare gli interrogativi posti dall’appuntamento con questa serie di cruciali novità, rispetto all’epilogo del ciclo storico che dal secondo dopoguerra aveva man mano assecondato un processo di crescente sviluppo economico e di costante inclusione sociale, all’insegna dei principi e dei valori della democrazia. E ciò, in virtù sia di un particolare filone del riformismo inglese che attribuiva da sempre particolare importanza ai requisiti della cooperazione e della solidarietà, unitamente ai legami e ai doveri reciproci dei membri della propria comunità, sia di una revisione dei parametri classici del partito laburista, il cui statuto faceva ancora riferimento ideologico alla proprietà collettiva e perciò alla nazionalizzazione dei mezzi di produzione.

Di fatto, in seguito all’opera di lifting intrapresa da Blair, il New Labour Party aveva acquisito una trafila di consensi fra il ceto medio senza perdere il contatto con la propria base, riportando così nel maggio 1997, dopo diciotto anni, una sorprendente vittoria sui conservatori, “orfani” della Thatcher. Di qui aveva preso le mosse un programma di riforme che aveva tenuto a battesimo la “Terza via”, grazie all’apporto di alcune “teste d’uovo”, in particolare del sociologo Anthony Giddens, chiamato poi a dirigere quella London School of Economics, in passato santuario per eccellenza del keynesismo, prima di convertirsi all’elaborazione di nuove forme di “cittadinanza politica” e di “libertà responsabile” nell’ambito di una società in via di trasformazione.

Da allora era iniziata l’eccezionale performance di Blair, in base a un’attività di governo imperniata su una combinazione fra liberalizzazione economica ed equità sociale, e a un protagonismo in politica estera volto, in sintonia con l’America di Bill Clinton, ad affrancare l’ex Jugoslavia dall’egemonia dell’autocrate post-comunista Slobodan Milosević, e, dopo l’attentato del settembre 2001 a New York di Al Qaeda, a partecipare, di concerto con George W. Bush, alla guerra in Afghanistan contro i Talebani, ribadendo così la “special relationship” della Gran Bretagna con gli Stati Uniti.

È vero che c’era nello stile e nel linguaggio volutamente informale di Blair, attento a dare di sé un’immagine accattivante, più d’un motivo che induceva numerosi osservatori a considerarlo più un abile tattico che l’alfiere di un autentico disegno politico. Ma intanto la sua strategia aveva agito da stimolo al sistema produttivo; le nuove aliquote dell’imposta sul reddito avevano alleviato le condizioni dei percettori di redditi più bassi e ridato ossigeno alla domanda; una quota maggiore delle spese sociali era stata destinata alla formazione, in modo da consentire a quanti fossero rimasti senza lavoro di trovarne un altro e alle leve più giovani opportunità di impiego tali da corrispondere alle esigenze di conoscenza e di mobilità di una realtà economica più fluida e mutevole. D'altronde, la ricerca di nuove prospettive anche esistenziali poteva costituire, secondo Giddens un “atto liberatorio” dall’umiliazione dell’assistenza pubblica e dar luogo a una “nuova etica di vita” più responsabile e coinvolgente.

Senonché la classe operaia era rimasta delusa dai risvolti della globalizzazione e l’indirizzo di governo spostatosi troppo verso la deregulation aveva finito col premiare il mondo degli affari a scapito di una redistribuzione della ricchezza. Inoltre era risultata avventata la decisione di affiancare Washington nella spedizione in Iraq contro Saddam Hussein accusato, senza fondamento, di sostenere la causa del terrorismo islamista. Perciò l’erosione del margine di vantaggio del New Labour alla Camera dei Comuni aveva segnato il tramonto della leadership di Blair, ritiratosi dalla scena politica attiva nel maggio 2007, ancor prima che le pesanti ripercussioni del crack di Wall Street colpissero innanzitutto la City e alcune grandi banche.

Ma l’alternativa di sinistra, declinata da Gordon Brown e poi da Ed Miliband, e ora, su posizioni più radicali, dalla “primula rossa” Jeremy Corbyn, mentre ha visto alcuni esponenti del Labour pronunciarsi per la Brexit, sta portando un partito già in trincea al rischio di una scissione.

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