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Protezionismo Usa e deglobalizzazione metteranno le ali all’inflazione

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commercio e tassi

Protezionismo Usa e deglobalizzazione metteranno le ali all’inflazione

Nelle ultime settimane il chiacchiericcio dei mercati è stato occupato dalle illazioni sulle drammatiche conseguenze di un dollaro forte in un mondo di crescente isolazionismo e protezionismo da parte americana. La promessa del presidente Donald Trump di uno stimolo di bilancio da centinaia di miliardi di dollari in spesa infrastrutturale e la prospettiva, in risposta, di tre aumenti dei tassi da parte della Fed nel corso del 2017, favoriranno un rafforzamento del dollaro. Ma se da un lato questo aiuterebbe chi esporta verso gli Stati Uniti, dall’altro l’atteggiamento sempre più protezionistico, con tanto di ventilata introduzione di tasse doganali, bloccherà i prodotti di importazione a più basso costo.

Peggio ancora, un aumento della valuta americana danneggerebbe i Paesi che hanno il debito denominato in dollari, perché farebbe crescere i loro costi proprio nel momento in cui l’innalzamento di barriere commerciali da parte americana provocherebbe un calo degli introiti derivanti dall’export.

Questi collegamenti economici giustificano i timori, ma i pericoli provengono anche da un altro fattore: la marcia indietro sulla globalizzazione probabilmente farà salire l’inflazione e avrà un impatto sugli investimenti e i tassi di cambio. In particolare, un passaggio a politiche più protezionistiche non solo potrebbe pesare sui flussi finanziari globali (secondo l’Istituto della finanza internazionale, in questo contesto economico i flussi di capitali verso i mercati emergenti per la prima volta dal 1988 dovrebbero diventare negativi), ma anche accrescere il rischio di default o come minimo di ristrutturazioni del debito.

Negli ultimi anni, gli effetti deflazionistici hanno giocato un ruolo da protagonista nell’economia mondiale, alimentati dal basso livello della domanda aggregata, dall’accumulo di debito e dall’invecchiamento della popolazione. Appena sei mesi fa, in conseguenza di tutto questo, c’era grande preoccupazione per il fatto che oltre 13mila miliardi di dollari di debito sovrano, soprattutto nell’Eurozona e in Giappone, davano rendimenti negativi.

Tuttavia, il rafforzamento del mercato del lavoro negli Stati Uniti (evidenziato dalla bassa disoccupazione), il lieve incremento dei prezzi delle materie prime e lo sfilacciamento della globalizzazione in direzione di un maggiore isolazionismo stanno spostando i timori nella direzione opposta, verso uno scenario inflattivo.

Il protezionismo rampante e la deglobalizzazione isolano le economie, separando l’economia mondiale nelle sue componenti. In un mondo del genere sarà impossibile trasferire e distribuire l’eccedenza di domanda e l’eccedenza di offerta da un’economia all’altra attraverso il sistema globale, perciò l’inflazione non sarà più distribuita globalmente, bensì localizzata. Alcuni Paesi, come gli Stati Uniti e la Germania, si muoveranno tendenzialmente verso un’inflazione più alta, mentre altri dovranno fare i conti con la deflazione, in particolare i Paesi emergenti esportatori di materie prime e nello specifico quelli dell’America Latina, come Argentina, Brasile e Venezuela, dove persistono condizioni di debolezza economica.

I banchieri centrali delle maggiori economie industrializzate, Stati Uniti inclusi, davano segno di vedere con favore una risalita dell’inflazione e di essere pronti ad accettare i relativi aumenti dei prezzi, nella speranza di mettere in moto la ripresa e garantire il ritorno a una crescita economica solida dopo la crisi finanziaria. Inoltre, le autorità monetarie lanciavano disperati appelli per un maggiore attivismo della politica di bilancio (sotto forma di progetti infrastrutturali su larga scala, come quelli proposti da Trump) per stimolare la crescita economica.

Gli effetti di queste politiche di bilancio sarebbero senza dubbio inflazionistici, e per giunta gli aumenti dei prezzi potrebbero contribuire a inflazionare il debito pubblico statunitense, svalutando e riducendo in termini reali il fardello debitorio. Il debito Usa complessivo (compreso quello privato, i prestiti universitari, le rate dell’auto e così via) ammonta a oltre il 330% del prodotto interno lordo.

In ogni caso, ora che stanno emergendo i primi segnali di inflazione, il tono di certe dichiarazioni all’interno della Fed sembra essere cambiato, e la Banca centrale Usa appare smaniosa di sbarrare la strada all’aumento dei prezzi con una serie di ritocchi al rialzo preventivi dei tassi per complessivi 75 punti base nel 2017. Per dirla in altri termini, la Federal Reserve non è intenzionata ad accettare un Pil nominale del 3-4%, se questo dovesse portarsi dietro una crescita dei prezzi superiore all’obbiettivo del 2 per cento.

Storicamente, ci vogliono circa 450 punti base per rallentare un’economia in surriscaldamento, e nel giro di un anno da un cambiamento di questa portata inizia una recessione. Considerando che il punto più basso del tasso di interesse negli Stati Uniti è stato del -3%, dopo 75 punti base di aumenti il tasso sui fondi federali sarà intorno all’1,5%, con una variazione complessiva del 4,5% e dunque un rischio maggiore di avviare la crescita Usa su una perigliosa traiettoria di rallentamento e verso una recessione entro la fine del 2018.

Peggio ancora: una traiettoria di aumenti dei tassi implica che l’economia non avrà mai né abbastanza inflazione né abbastanza crescita da intaccare significativamente il fardello del debito. E questo rende più probabile che i debitori scelgano di puntare a una ristrutturazione del debito e forse perfino a un default.

Dambisa Moyo è un’economista globale e autrice di «La carità che uccide: come gli aiuti dell’Occidente stanno devastando il Terzo mondo», «La follia dell’Occidente: come cinquant’anni di decisioni sbagliate hanno distrutto la nostra economia» e «Winner take all: China’s race for resources and what it means for us». Fa parte dei consigli di amministrazione della Barclays Bank, della Barrick Gold, della Chevron e della Seagate Technology.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

Copyright The Financial Times Limited 2017

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