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Il lungo termine batte sempre il breve? Un colpo di golf sfata il…

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lo scenario

Il lungo termine batte sempre il breve? Un colpo di golf sfata il pregiudizio

È stato pubblicato in questi giorni uno studio di McKinsey su un tema molto importante. Ripropone, infatti, la questione se le imprese adottino in modo sistematico un approccio troppo a corto raggio e non investano abbastanza sul lungo termine. Se la risposta è affermativa, come ritengono molti amministratori delegati, rappresenta un grave atto di accusa contro le impostazioni oggi prevalenti nella governance societaria e ha rilevanti implicazioni politiche. Per considerarne una che mi sta molto a cuore, se è vero che la visione a breve termine (short-termism) penalizza gli investimenti, sarà allora corresponsabile della “stagnazione secolare”.

Non sono certo di che cosa pensare in questo campo. Da un lato, numerosi aneddoti suggeriscono che la pressione per generare utili frena gli investimenti. E alla visione a breve termine si presta fede su larga scala.

Dall’altro lato, parte di ciò che viene fatto all’insegna del lungo termine (long-termism) potrebbe essere materiale da discarica. L’osservazione che molte “società-unicorno” che non producono utili, a volte nemmeno ricavi o addirittura prodotti pienamente sviluppati, raggiungono valutazioni di Borsa molto elevate mi rende molto scettico sull’idea che il mercato dei capitali sia sistematicamente miope. È anche vero che le società con i più alti flussi di cassa immediati – le quali dovrebbero risultare sopravvalutate in base alla “teoria della miopia” – hanno storicamente avuto i più elevati rendimenti sul mercato azionario.

LA TARTARUGA BATTE SEMPRE LA LEPRE
Le imprese con una strategia a lungo termine vantano risultati migliori negli ultimi 15 anni rispetto a quelle focalizzate su un orizzonte temporale più corto (indice: 2000=100) ( Fonte: McKinsey Global Institute (febbraio 2017).

Sono, quindi, rimasto entusiasta nel vedere che McKinsey ha rilasciato un nuovo studio empirico nel quale è fornito un sostegno alla tesi secondo cui le società dovrebbero adottare un approccio più a lungo termine. La ricerca segue una metodologia ragionevole: divide, infatti, il campione tra le società che hanno una visione a lungo termine e quelle che operano al contrario, mettendo poi a confronto i loro risultati. Ne emerge che i “long-termers” hanno un rendimento migliore in molti indicatori come la crescita dell’occupazione e il ritorno per gli azionisti.

Gli autori dello studio McKinsey meritano un ampio dibattito e tentativi di contro-argomentazione. A questo punto, opterei per un verdetto scozzese di “non provato”. Potrebbero essere nel giusto, ma penso che non abbiano le prove per convincere chi non sia già schierato per questa tesi.

Consideriamo un’analogia. Senza alcun dubbio, i giocatori di golf con uno swing (il movimento per effettuare il colpo) lungo, come Phil Mickelson, spediscono la palla più lontano e accuratamente di quelli con uno swing corto, come nel mio caso. Un indice sulla lunghezza dello swing sarebbe altamente correlato con quasi ogni misura delle prestazioni nel golf. Questo significa, allora, che dovrei allungare il mio swing? Ne dubito. I giocatori con maggiore flessibilità e coordinazione sono capaci di impostare e controllare swing più lunghi, praticando un golf migliore. Se dovessi provare lo stesso movimento di Phil, colpirei la pallina nel modo sbagliato e forse mi romperei la schiena.

Alcune società hanno grandi idee, grandi team di manager e strategie avvincenti. Investono molto, cercano di far crescere i ricavi, ignorano la gestione degli utili ed effettuano limitati riacquisti di azioni proprie (buy-back). Questi sono i criteri che McKinsey utilizza per misurare la visione a lungo termine. Altre società, invece, mancano di una visione e hanno un management mediocre; investono meno, tagliano i costi in misura più rilevante, sono molto impegnate nella gestione degli utili e dei buy back azionari. McKinsey le reputa focalizzate sul breve termine.

Nessuna sorpresa, dunque, che le imprese “long-termist” sorpassino quelle “short-termist” . Questo esito, tuttavia, è dovuto alla loro visione e alla capacità di esecuzione e non al loro approccio a lungo termine. Le società mediocri che cercassero di imitarle andrebbero incontro dolorosi fallimenti, così come se io cercassi di copiare Phil. Non vedo alcuna base di analisi reale nei risultati McKinsey per sostenere che le imprese dovrebbero estendere i loro orizzonti.
Lo studio cerca di affrontare questo problema effettuando comparazioni tra differenti categorie di attività. In realtà, tutto quello che conosciamo evidenzia che ci sono differenze sostanziali nella qualità delle singole imprese così come tra le varie tipologie.

Di nuovo, può essere che l’ipotesi “long-termism” sia nel giusto e che ci possano essere modi per estrapolare indicazioni causali dall’insieme dei dati elaborati da McKinsey. Al momento, però, penso che il problema continui ad essere senza soluzione.

L’autore è docente all’università di Harvard, della quale è stato rettore. Dal 1999 al 2001 è stato segretario al Tesoro con il presidente Clinton e dal 2009 al 2010 consulente economico del presidente Obama. È autore di un blog per FT.

(Traduzione di Marco Mariani)

Copyright The Financial Times 2017

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