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Obiettivi ambiziosi nelle scelte sull’alternanza fra scuola e lavoro

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Le lettere

Obiettivi ambiziosi nelle scelte sull’alternanza fra scuola e lavoro

Gentile Fabi, temo che il quadro che lei traccia (Il Sole 24 Ore del 7 febbraio) di questo primo anno di alternanza scuola-lavoro pecchi di ottimismo. Lei cita casi di esperienze positive, ma mi chiedo che senso abbia introdurre l’alternanza scuola-lavoro nei licei. Per quanto ne so, in Germania tale istituto è limitato all’istruzione professionale. Inoltre, con la cronica carenza di fondi, come possono gli istituti scolastici italiani raccogliere la disponibilità di aziende, ammesso e non concesso che ve ne siano nelle vicinanze degli stessi, a ospitare in modo proficuo gli studenti e, nel contempo, cautelarsi dai rischi che sempre vi sono nei posti di lavoro, nonché recuperare i costi della messa a disposizione di proprio personale per seguire i ragazzi? Mia moglie, professoressa in un istituto tecnico, mi dipinge un quadro tutt’altro che rassicurante e l’alternanza scuola–lavoro si riduce allo svolgimento di attività che con il mondo del lavoro hanno ben poco a che vedere. Un’ultima considerazione: come conciliare la mancanza di una sufficiente conoscenza della lingua italiana, lamentata da seicento professori universitari – per non parlare di carenze in altre materie – con la sottrazione di ulteriore tempo all’attività didattica?

Giuseppe Mastropietro

Roma

Gentile Mastropietro, la sua lettera, come altre che ho ricevuto sul tema, è una dimostrazione di come la scuola italiana abbia tanti problemi e uno di questi è quello che potremmo chiamare autoreferenzialità. Una scuola, e quindi docenti e dirigenti, convinta di fare il proprio dovere svolgendo programmi, allargando le conoscenze degli allievi, certificando il raggiungimento di precisi obiettivi di apprendimento. Tutti elementi positivi che tuttavia non sono sufficienti a rispondere non tanto alle esigenze del mondo del lavoro, quanto alle necessità degli stessi giovani di porsi in maniera critica e insieme costruttiva di fronte alla società.

Certo, se l’alternanza scuola-lavoro è semplicemente aggiungere un elemento alla tradizionale programmazione, come una visita a un museo o un corso di cinese, allora non si va molto lontano. E appare più che fondata l’osservazione che, se appare complessa l’alternanza nelle scuole tecniche, diventa ancora più difficile realizzare questo obiettivo nei licei.

Il problema tuttavia non è quello di vedere l’alternanza come il luogo dove offrire ai giovani le competenze che a scuola non può o non riesce a dare, ma quello di considerarla come un momento indispensabile per completare un percorso integrale di formazione educativa. In questa prospettiva anche il modello tedesco, che pur resta un esempio, ha i suoi limiti: lo spiega molto bene Emmanuele Massagli nel libro Alternanza formativa e apprendistato in Italia e in Europa, ed. Studium, pagg. 256, € 23). «È da verificare – scrive Massagli – che sia l’apprendistato scolastico così svolto e regolato il dispositivo pedagogico più efficace per affrontare la grande trasformazione in atto. Il mercato del lavoro, infatti, ha sempre più bisogno di collaboratori duttili e adattativi, capaci di affrontare con competenza situazioni estremamente diversificate; ogni strategie formativa orientata alle competenze specifiche e a mestieri delimitati rischia di essere velocemente obsoleta, oltre a fornire un pessimo servizio ai giovani che vi si affidano».

Ecco quindi l’esigenza di valorizzare al massimo le iniziative di alternanza tra scuola e lavoro, ma insieme di prestare una forte attenzione ai processi in corso all’interno del sistema economico e delle singole imprese. Andando ben oltre l’obiettivo di fornire solo competenze tecniche e nozioni comportamentali.

g.fabi@ilsole24ore.com

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