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All’economista non basta più essere solo economista

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All’economista non basta più essere solo economista

Gentile Fabrizio Galimberti,

leggendo Il Sole Junior del 22 gennaio 2017 mi sono detto: finalmente! Da 50 anni continuo a distinguere struttura e processo come realmente facevo nelle mie consulenze dentro le aziende in Italia e all’estero, sulla differenza tra capitale intellettuale e capitale manuale, in quanto il valore viene individuato e progettato dal primo: pianificazione e solo dopo con il secondo, la programmazione delle lavorazioni. L’economia reale, che è la scienza primaria della vita, fondata, come dice Lei, in parte sulla scarsità, è figlia della “conoscenza” necessaria per trasformare la scarsità in nuovi beni, capaci di soddisfare bisogni. Ormai, sto scrivendo un trattato, che spero di finire prima di compiere (fra quattro mesi) 90 anni, anche se è arrivata la quarta rivoluzione industriale, che, secondo me, fa parte della terza evoluzione umana. Evoluzione perché cambia il modo di vivere dell’umanità. La prima è avvenuta con l’orto, 10mila anni fa, che ha creato il futuro nel cervello degli ominidi di allora, da cui poi sono nate le città e le prime civiltà. La seconda, con la scoperta dell’energia elettrica, che ha ridotto l’uso dell’energia psicofisica, con la conseguenza che i bambini sono stati mandati a scuola e dopo 50 anni gli scienziati hanno ricreato e portato la nostra già millenaria civiltà a livelli incredibili. La terza nasce dal rischio dell’inquinamento totale, con il progetto/programma di distribuire i cambiamenti di stato industriali assieme alla crescita della cultura/conoscenza in tutto il globo terrestre, riducendo, perciò, sia gli sprechi che i surplus prodotti da buttare via. Vorrei concludere la mia vita di intellettuale, con la presunzione che l’economia reale sia la scienza primaria tra tutte le altre, con la differenza che l’economia è la scienza soggettiva e tutte le altre sarebbero le scienze oggettive.

Giovanni Gentile

Caro Gentile,

innanzitutto, i miei migliori auguri per i suoi prossimi novant’anni. L’articolo cui si riferisce parlava della ‘economia della conoscenza’: come l’economia tout court, l’economia della conoscenza è allo stesso tempo un fatto e una disciplina, descrive un sistema economico in cui la conoscenza è sempre più cruciale e apre alla scienza economica nuove prospettive teoriche e pratiche.

Da economista, mi fa piacere che lei consideri l’economia «la scienza primaria fra tutte le altre scienze», ma devo ammettere che ultimamente questa scienza, «soggettiva», come dice lei, è un po’ traballante. Non si era ancora riavuta dalla Grande recessione – non vista e non prevista – in occasione della quale aveva sottostimato l’impatto della finanza sull’economia, quando è arrivato un altro duro colpo. La globalizzazione da un lato, la quarta rivoluzione industriale (o la «terza evoluzione umana») dall’altro, hanno creato grosse dislocazioni, e il fatto che siano teoricamente fatti positivi ha portato gli economisti a sottostimare o ignorare la sofferenza sociale creata da queste dislocazioni. È vero che non si tratta solo di problemi eoconomici: le guerre, le ondate migratorie che cambiano il volto etnico dei Paesi di accoglienza destano ripulse che hanno però conseguenze economiche. All’economista non basta più essere economista. Deve essere, come già scriveva John Maynard Keynes nella sua commemorazione di Alfred Marshall «in un certo modo matematico, storico, statista, filosofo; maneggiare simboli e parlare in vocaboli; vedere il particolare alla luce del generale; toccare astratto e concreto con lo stesso colpo d’ala del pensiero. Deve studiare il presente alla luce del passato e in vista dell’avvenire. Nessuna parte della natura e delle istituzioni dell’uomo deve essere fuori dal suo sguardo. La sua attitudine deve essere determinata e disinteressata al tempo stesso; così distaccato e incorruttibile come un artista, eppure talvolta così concreto come un politico».

fgalimberti@yahoo.com

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