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Nato per perdere: così Corbyn il rosso ha favorito la «hard Brexit»

Divieto d’accesso (al potere): il leader laburista britannico Jeremy Corbyn
Divieto d’accesso (al potere): il leader laburista britannico Jeremy Corbyn

I partiti di opposizione contano solo in quanto rivendicano una quota di potere. Il bello e il cattivo tempo sono determinati da coloro che esercitano il potere o da quelli che hanno una ragionevole aspettativa di conquistarlo. Altrimenti, opposizione è sinonimo di irrilevanza.

Jeremy Corbyn rovescia il senso comune. I tristi risultati del leader laburista britannico sono peggiori di quanto si pensi. E nessuno se lo immagina come primo ministro, nemmeno – probabilmente – egli stesso. Eppure, va già annoverato tra i politici del Regno Unito – e pure dell’Europa – più determinanti in assoluto.

Il Labour ha appena perso un’elezione suppletiva per un seggio a Copeland nell’estremo nord dell’Inghilterra. Era una roccaforte del partito da 80 anni. Si è trattato di una vittoria importante da parte dei conservatori di Theresa May perché non capitava più dagli anni 80 che un partito di governo sottraesse un seggio così significativo all’opposizione. Nessuno ha messo in dubbio le colpe di Corbyn.

Il risultato è maturato nel quadro di uno schema coerente. La popolarità di Corbyn è ai livelli peggiori di qualsiasi altro leader laburista da quando si effettuano i sondaggi. Il partito insegue con un distacco fino a 18 punti nelle rilevazioni d’opinione. Se la May decidesse di ricorrere ad elezioni anticipate, le proiezioni suggeriscono che la attuale maggioranza di 17 seggi potrebbe balzare a più di 100.

Il Labour ha sempre avuto problemi durante questa legislatura, non da ultimo a causa della disastrosa eredità di Ed Miliband che lo condusse a un’inutile sconfitta alle elezioni del 2015. Da allora, Corbyn ha trasformato la posizione del partito da difficile a disperata.

Scelto per ben due volte come leader dalla base laburista, può vantare il sostegno pieno di forse 10-15 dei 220 o poco più parlamentari laburisti. Tutto questo non sembra importargli. Corbyn ha sempre vissuto la sua carriera politica nelle frange di estrema sinistra, nelle quali l’ortodossia ideologica viene anteposta a un serio desiderio di esercitare il potere. Egli non ha mai perdonato a Tony Blair di aver vinto tre elezioni.

Il modo migliore per comprendere Corbyn è di inquadrarlo nella deformazione temporale nella quale è immerso. L’anno è il 1974. La guerra in Vietnam volge verso un esito sanguinoso. Con l’aiuto Usa, il regime brutale del generale Augusto Pinochet ha destituito in Cile il governo di Salvador Allende. La Cia sta tramando il rovesciamento violento dei partiti di sinistra dappertutto. Richard Nixon sta lottando per rimanere alla Casa Bianca.

Da questo contesto derivava un’identità preconfenzionata. Essere progressista significava essere anti-americano, atteggiarsi a paladino degli oppressi contro l’imperialismo di Washington, in America Latina come in Indocina o nell’Africa meridionale. Senza dubbio, Corbyn ha partecipato a marce di protesta contro l’ambasciata americana a Londra. E non si è fermato mai. Nulla contribuisce a definire meglio la sua visione politica dell’anti-americanismo. Di qui, la sua simpatia per il presidente russo Vladimir Putin, la riluttanza a condannare il terrorismo islamico e l’ostinazione cieca nel presentare il Venezuela di Hugo Chavez come una storia di successo.

I rivoluzionari internazionali del genere di Corbyn non sono interessati alla politica banale che è necessaria per raccogliere voti in patria. Chi ha tempo e voglia per preoccuparsi di case, scuole e trasporti, per non dire delle umili aspirazioni della classe media inglese, di fronte alle grandi lotte di liberazione? Chi può prendersi cura della cittadina di Hartlepool nel Mare del Nord quando si ha un rapporto così intimo con L’Avana?

In qualsiasi altro momento politico, nessuno di questi retaggi ideologici potrebbe importare uno iota. Il Labour sprecherebbe due, tre o forse quattro mandati all’oppsizione prima di trovare da sé un leader eleggibile e riposizionarsi al centro. Questo è quello che successe durante gli anni 80 e i primi 90, quando quattro elezioni consecutive furono perse prima che Blair riportasse il partito al potere.

Questi, tuttavia, non sono tempi normali. La Gran Bretagna sta per uscire dall’Unione europea, la decisione più importante e pericolosa che abbia mai preso dal 1945. Il governo sembra attestato sulla linea più dura della hard-Brexit. Per quale ragione? Perché l’assenza del Labour dalla scena ha trasformato la politica in una conversazione tutta interna ai conservatori, una conversazione nella quale i nazionalisti inglesi hanno la voce più potente.

Il margine di vittoria al referendum è stato sufficiente perché non venisse posto in discussione. Eppure, se appena il 2% avesse cambiato idea, il voto sarebbe risultato favorevole alla permanenza nella Ue. Alla fine è stato rilevante il fatto che il leader dell’opposizione fosse un complice volontario dei favorevoli all’uscita.

È certamente vero che Corbyn ha dichiarato di sostenere l’opzione “Remain”, ma poi non ha fatto nulla per dimostrarlo. La forte istanza pro-Europa del Labour, potenzialmente decisiva nella campagna, è stata soffocata. L’impegno socialdemocratico a favore dell’Europa – uno scudo contro gli eccessi della globalizzazione – è rimasto sulla carta. Il referendum, invece, è diventato una competizione interna tra il primo ministro Tory, David Cameron, e l’ala dura degli euroscettici del suo stesso partito.

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La medesima dinamica è, poi, entrata ampiamente in gioco nella fase di formulazione della strategia negoziale del Governo con l’Europa. La signora May si era schierata con il fronte “Remain”, sia pure mai con entusiasmo. Tuttavia, dopo la sua nomina a primo ministro è stata trascinata dagli ideologi. La sua posizione programmatica attribuisce oggi la priorità al controllo dell’immigrazione e al freno nei confronti della Corte di Giustizia europea rispetto alla prosperità economica del Paese. Le imprese verranno spinte fuori dal mercato unico e dall’unione doganale: come conseguenza, caleranno gli standard di vita. George Osborne, l’ex Cancelliere dello Scacchiere, sostiene che tutto questo potrebbe prefigurare la più grande svolta protezionista nella storia del Regno Unito.

Alcuni sostengono che la debolezza di Corbyn abbia trasformato Theresa May in uno dei più potenti primi ministri dei tempi moderni. In materia europea, è vero il contrario. L’assenza di un’opposizione credibile ha reso il primo ministro prigioniero di quegli esponenti del suo stesso partito che sono intenzionati a recidere tutti i legami con il loro stesso continente.

Qui sta il paradosso: Corbyn è, allo stesso tempo, il più irrilevante e il più influente politico dei nostri tempi.

(Traduzione di Marco Mariani)

Copyright The Financial Times 2017

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