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I salvataggi e la politica bancaria che non c’è

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L'Editoriale|Alla luce del Sole

I salvataggi e la politica bancaria che non c’è

Sono passati quindici mesi dal “salvataggio” delle quattro banche regionali e quasi un anno dalla creazione del Fondo Atlante. Dopo tutto questo tempo dobbiamo concludere che la politica adottata dal Governo di posporre la risoluzione dei problemi delle banche e fare finta che non siano così gravi (la strategia che gli inglesi chiamano «extend and pretend») non funziona.

La dilazione è costata al Paese (e soprattutto a certe regioni) un anno di crescita.

Nel Veneto il credito bancario alle imprese lo scorso anno è sceso del 6% e in Toscana del 3%, mentre in Piemonte e Lombardia è rimasto sostanzialmente stabile (rispettivamente +0,2% e -0,2%). La principale differenza tra queste regioni è data dalle crisi bancarie, che hanno colpito molto più il Veneto (Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza nel Veneto) e la Toscana (Mps ed Etruria) che Piemonte e Lombardia. Che la qualità del portafoglio del sistema bancario influisca sulla crescita dei prestiti alla clientela non è un segreto. Lo dice anche la Commissione europea (https://ec.europa.eu/info/publications/2017-european-semester-country-reports_en ). Ma allora perché il Governo ha trascinato i problemi senza risolverli per più di un anno?

Parte del problema è l’illusione che la crisi sia dovuta solo alla perfidia dei fondi stranieri, che si ostinano a valutare intorno al 20% del nominale le sofferenze bancarie che varrebbero molto di più. È vero che - dati della Banca d’Italia alla mano - il valore recuperato dalle sofferenze negli ultimi due anni è in media del 40%. Ma tale valore non considera i costi legali e il tempo che un tale recupero richiede. Non considera neppure il fatto che tanto maggiori sono i crediti in sofferenza, tanto più difficile è il recupero, perché le (poche) garanzie immobiliari perdono di valore quando vengono vendute tutte allo stesso tempo. Unicredit, che non si è cullata in questa illusione e ha svalutato le sue sofferenze al 12.94%, è riuscita nella difficile operazione di raccogliere 13 miliardi di euro di nuovo capitale. Tutte le banche che non hanno avuto questo coraggio sono ancora in crisi.

Per sostenere questa illusione sul valore delle sofferenze (e ritardare il redde rationem) il Governo ha caldamente sponsorizzato la formazione del fondo Atlante, creato per comprare sofferenze e poi usato per scaricare sulla collettività (Cassa depositi e prestiti e Poste) e sugli ignari assicurati (Generali e Cattolica) le perdite che Unicredit e Banca Intesa avrebbero accumulato per aver garantito gli aumenti di capitale delle due Popolari Venete. La stessa Commissione europea ha dichiarato che «la struttura di finanziamento di Atlante costituisce una fonte di interdipendenza tra soggetti più forti e soggetti più deboli. Ciò potrebbe dar luogo a un contagio in caso di perdite inattese derivanti da investimenti». Lungi dall’essere un elemento di stabilità, quindi, il fondo Atlante rischia di mettere a repentaglio l’intero sistema.

Cosa poteva fare il Governo - si dirà - quando la Commissione Europea impedisce ogni mossa? È la solita strategia di attribuire all’Europa la responsabilità degli errori nostrani. Contrariamente a quello che si vuole far credere, l’Europa caldeggia da tempo un intervento di ricapitalizzazione delle banche, come quello (molto parziale) approvato dal Governo a dicembre (e non ancora implementato).

Se la Commissione ha finora ritardato l’intervento su Mps è perché vuole evitare che i soldi pubblici siano sprecati, per esempio rimborsando chi non ha nessun titolo per essere risarcito, come gli hedge fund che hanno comprato i subordinati di Mps nell’ultimo anno. Di questo intervento dovremmo essere grati alla Commissione.

Se poi i 20 miliardi del Decreto Salva-Banche non bastano (come è probabile), molti dei nostri partner europei sono aperti all’idea che noi si faccia ricorso al fondo Esm (European Stability Mechanism). È il fondo cui ha fatto riscorso la Spagna nel 2012, quando doveva smaltire molte sofferenze derivanti dalla crisi immobiliare. Una volta fatto ricorso al fondo e ricapitalizzato le banche, la Spagna ha ripreso a crescere a più del 3% l’anno. Cosa aspetta l’Italia a farlo?

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