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Brexit, adesso l’Europa controlla tutte le carte

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VISTO DA LONDRA

Brexit, adesso l’Europa controlla tutte le carte

Gioco di parole con «All you need is love» dei Beatles ad una manifestazione pro-Europa a Berlino
Gioco di parole con «All you need is love» dei Beatles ad una manifestazione pro-Europa a Berlino

Fino a questa settimana, Brexit era una faccenda della Gran Bretagna. Ora è una questione dell’Europa. Una discussione in gran parte concentrata su quale tipo di accordo il Regno Unito vorrebbe conseguire per la sua dipartita dall’Unione è diventata un dibattito su che cosa i 27 membri dell’Unione europea sono disposti a offrire. Parafrasando lo slogan dei Brexiters, Bruxelles si è ripresa il controllo.

Messi a contatto con la realtà, gli esponenti del governo May che hanno allegramente immaginato di poter ottenere il migliore dei mondi sono investiti da una doccia fredda. Se il processo lungo due anni innescato dal primo ministro britannico in base all’articolo 50 non degenererà in un’animosità rancorosa, si concluderà nel 2019 con il Regno Unito nella nuova veste di nazione chiaramente diminuita. Le condizioni della sua relazione con il suo continente saranno state definite da altri. E, nel mondo di oggi, il potere non appartiene a coloro che si muovono per proprio conto.

Nulla di tutto questo poteva essere immaginato dal discorso pronunciato dalla signora May alla Camera dei Comuni. La Gran Bretagna d’ora in poi avrebbe «preso le proprie decisioni e definito le proprie leggi in autonomia». La Corte di Giustizia europea sarebbe destinata ad essere bandita. Così come le quattro libertà che rappresentano il fondamento del mercato unico europeo. Brexit era la grande opportunità della Gran Bretagna. In ogni caso, la premier si sarebbe naturalmente impegnata per sostenere un «partenariato forte e speciale».

Segnando un passaggio storico, la signora May ha invocato l’articolo 50. Una volta tanto, ha fornito l’impressione di adottare qualcosa di simile a un profilo mitigato. Il governo britannico sta recidendo i legami che hanno plasmato per quasi mezzo secolo la politica economica e quella estera del Regno Unito. Del tutto assente dal discorso del primo ministro è stata una spiegazione di come l’uscita dalla Ue rafforzerà la sicurezza e la prosperità della nazione. La Gran Bretagna sta gettando la sostanza del potere per inseguire il miraggio della sovranità.

Complessivamente, il premier ha calibrato il tono nel modo giusto, omettendo minacce stupide come quella che l’opzione «nessun accordo» sarebbe stata preferita a quella di un «cattivo accordo». Per fortuna, il testo è stato ripulito delle allusioni vanagloriose alla seconda guerra mondiale che tanto eccitano Boris Johnson, il ministro degli Esteri. L’unica nota stonata è emersa dalla lettera formale inviata a Donald Tusk, il presidente del Consiglio europeo. Una rottura dei negoziati, vi era scritto, comporterebbe un indebolimento della lotta contro la criminalità e il terrorismo. La mera insinuazione che i servizi e le forze di sicurezza dovrebbero essere messi in campo come merce di scambio sgomenta i funzionari britannici tanto quanto quelli europei. «Immorale» e «controproducente» sono gli aggettivi utilizzati a Londra tra i rappresentanti delle istituzioni in materia di sicurezza.

Il futuro - ci viene chiesto di credere - ora appartiene a qualcosa chiamato «Global Britain». Il problema è che, al di là di qualche riferimento ovvio alla nostalgia imperiale, questa espressione è vuota di qualsiasi significato. L’Unione europea non è stata un vincolo alla capacità della Gran Bretagna di entrare in relazione con il resto del mondo. Al contrario, la Ue ha agito da moltiplicatore dell’influenza nazionale. Basta chiederlo ai protagonisti della politica a Washington, Pechino o Delhi. La Gran Bretagna non può sfuggire ai dati di fatto della geografia.

Né può liberarsi della cornice di negoziazione prevista dall’articolo 50 del Trattato di Lisbona, il quale, una volta attivato, consegna il potere politico a quelli che rimangono nel club. L’asimmetria è intenzionale: la clausola è stata redatta per scoraggiare le fuoruscite e per garantire che, in un’eventualità del genere, i termini del divorzio siano impostati a Bruxelles. La signora May può sì mettere le sue richieste sul tavolo, ma spetta agli altri 27 decidere se meritano considerazione e, di conseguenza, calcolare il prezzo che la Gran Bretagna deve pagare per la collaborazione futura.

In poche parole, la Commissione europea e il Consiglio definiscono l’agenda e la tabella di marcia. Non c’è alcuna prospettiva di una discussione seria sulla partnership futura a meno che Theresa May sia pronta fin dall’inizio ad avanzare un’offerta equa per risolvere le conseguenze finanziarie del divorzio. Come sottolinea un eurocrate di lungo corso – un anglofilo che desidera un esito amichevole – la Ue «ha in mano tutte le carte per tutti i dossier».

«La Gran Bretagna sta per riprendersi il controllo sulle questioni che più ci stanno a cuore», ha detto la May alla Camera dei Comuni. Dietro le quinte, si stanno imponendo realtà ben più dure. Per oltre quattro decenni, buona parte dell’amministrazione pubblica della nazione è stata subappaltata a Bruxelles. Replicare questo regime regolatorio – di importanza vitale per il funzionamento di servizi di interesse nazionale come porti, produzione di energia, aeroporti e telecomunicazioni così come per il commercio – richiederà molto più di due anni.

Una Brexit sull’orlo del precipizio sarebbe foriera di un caos nazionale. Michel Barnier, il capo negoziatore europeo, non sta formulando vane minacce quando parla di aeroplani costretti a rimanere a terra, di interruzione della produzione di energia nucleare e di lunghe code ai porti.

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Anche i 27 partner dell’Unione europea, certamente, accuserebbero a loro volta il colpo se fallisse il tentativo di raggiungere un accordo. Tuttavia, al pari della cornice negoziale complessiva, anche lo shock sarebbe asimmetrico. Scordatevi la stupidaggine sull’appetito britannico per le auto tedesche e il Prosecco italiano. La Ue rappresenta una quota ben più rilevante delle esportazioni e delle produzioni britanniche di quanto, viceversa, Londra valga per l’Europa. La Germania, come ha ironizzato un funzionario del governo britannico, potrebbe prendersi un raffreddore, mentre il Regno Unito si troverebbe in uno stato di prostrazione a causa della polmonite.

Finora, il premier May è stata una prigioniera compiacente di quanti all’interno del suo partito perseguono la più radicale delle Brexit. La loro devozione all’idea di un piccolo Stato britannico liberato da tutti i vincoli regolatori li rende indifferenti alla questione delle future relazioni con la Ue e impassibili di fronte al rischio di una rottura completa.

Non è affatto evidente che il primo ministro sia pronto a metterli di fronte al compromesso con i 27 indispensabile per porre in sicurezza una partnership davvero forte. Ora, la signora May ha consegnato l’iniziativa negoziale a Bruxelles. E tutto questo, ci viene detto, nell’interesse della Gran Bretagna di «riprendersi il controllo».

Traduzione Marco Mariani

Copyright The Financial Times 2017

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