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Lezioni di russo per capire Trump

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Lezioni di russo per capire Trump

La lingua russa ha due parole per «verità», una stramberia linguistica che sembra avere una certa rilevanza nel clima politico attuale, specialmente alla luce dei tanti, inquietanti legami tra il presidente da poco eletto e il Cremlino.

La parola russa per «verità» che la maggior parte degli americani conosce è pravda, la verità che appare evidente in superficie. È soggettiva e malleabile, ed è il motivo per cui i comunisti sovietici chiamarono in questo modo il loro giornale. Despoti, autocrati e altri politici cinici sono esperti nel manipolare la pravda per i loro fini.

Ma la verità vera, quella di fondo, quella cosmica, l’incrollabile verità delle cose in russo è chiamata istina. Con la pravda puoi giocare, la istina non la si cambia.

Per il team del presidente Usa, la pravda delle elezioni del 2016 è che non tutti gli elettori di Trump sono esplicitamente razzisti. Ma la istina è che Trump ha fatto largo affidamento su razzisti e xenofobi, che si è beato della loro rabbia e li ha fomentati, e che quelli che lo hanno votato, hanno scelto un uomo che sapevano xenofobo, razzista e sessista. Quel voto è stato un atto di razzismo.

I collaboratori di Trump hanno twittato alla velocità della luce commenti sprezzanti verso le conclusioni delle 17 agenzie di intelligence del Paese, che affermano che il Cremlino ha hackerato le email del Partito democratico con lo scopo di aiutare Trump e danneggiare Hillary Clinton. Trump ha detto che le agenzie di intelligence avevano sbagliato sull’Iraq, che qualcun altro potrebbe essere stato responsabile dell’attacco e che i Democratici cercano solo un’altra scusa per aver perso.

L’istina di questo pasticcio è che prove convincenti indicano che i russi hanno interferito nella politica americana, e che Trump, con il suo rigetto delle alleanze in Europa occidentale e la sua approvazione dell’invasione russa dell’Ucraina, era il loro candidato preferito. La pravda della scelta di Rex Tillerson, capo della Exxon Mobil, come segretario di Stato è che scegliendo un barone del petrolio che ha fatto guadagnare miliardi alla sua azienda grazie alla collaborazione con la Russia, Trump asservirà la politica estera Usa agli interessi del grande capitale statunitense.

Già così è una brutta cosa, ma l’istina è peggio. Tanto per cominciare, la politica estera americana è asservita agli interessi delle corporation americane da quando esistono le corporation americane. Basta guardare i pasticci creati da questo Paese in America Latina, nei Caraibi, nel Sudest asiatico e in Medio Oriente per servire gli interessi delle aziende americane. Tillerson ha ignorato ripetutamente gli interessi americani, anche in Russia e Iraq, e ha cercato di far rimuovere le sanzioni imposte dopo l’annessione russa della Crimea perché interferivano con uno dei suoi accordi commerciali. Ma se lo togliamo dall’equazione, non cambia nulla. Trump ha fatto capire che metterà qualsiasi sfaccettatura della politica al servizio del grande capitale. L’istina in tal caso è che Tillerson è un sintomo di un problema più grande.

La pravda è che Trump aveva ragione a dire che le agenzie di intelligence avevano sbagliato su Saddam Hussein e le armi di distruzione di massa. Ma l’istina è che il disprezzo di Trump per i servizi di intelligence è profondo e pericoloso. Non riceve più i briefing quotidiani dei servizi segreti, a quanto sembra perché sono troppo noiosi per tenere desta la sua attenzione.

E ora sappiamo che Condoleezza Rice è stata determinante per portare Tillerson all’attenzione di Trump. Come consulente per la sicurezza nazionale e poi segretaria di Stato del presidente George W. Bush, la Rice si era sbagliata sull’Iraq e aveva contribuito a fabbricare la storia che Saddam aveva armi nucleari.

Trump e Tillerson sono convinti di avere i numeri per tenere testa allo scaltro e pericoloso Putin, ma mentre portano avanti il piano di collaborare con la Russia invece di contrastarne le tendenze imperialiste, farebbero bene a tenere a mente un altro detto russo, questa volta di Lenin. «Non esiste morale in politica, esiste solo la convenienza», scrisse. «Un farabutto può esserci utile semplicemente perché è un farabutto». Questa filosofia è incastonata nell’anima politica di Putin. Quando si tratta di usare farabutti per ottenere quello che vuole, lui è un professionista e Trump è solo un dilettante. Questa è l’istina della questione.

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