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Dossier Nell’arte dei «pinakes» la profondità dell’umano

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    Dossier | N. 19 articoliVIAGGIO NELL’ANIMA DELL’EUROPA

    Nell’arte dei «pinakes» la profondità dell’umano

    Ben prima – ci attesta con ammirazione il Boccaccio nelle sue Genealogie deorum gentilium, Prohemium e libro XV, 6)- Barlaam Calabro, monaco dell’ordine basiliano, «così erudito nel greco da ottenere i privilegi degli imperatori e principi greci», fece rinascere, tornando dalla Grecia in Calabria nel luglio 1341 e poi a Napoli, i miti classici collaborando con l’umanista Paolo da Perugia alla sua opera sulla mitologia dei pagani (Collectiones) e all’ordinamento dei manoscritti greci della biblioteca angioina (si veda DBI, VI, 1964).

    Calabria, culla della tradizione greca, continuità di memorie e di culti, a picco sulla storia come la Cattolica di Stilo, o il Codex Purpureus Rossanensis e la Panaghia di Rossano, ciascuno fiore imperituro di Bisanzio. L’«Italia è bella pure nei luoghi ascosi», scriveva don Antonio Marzano di Bova [così ricorda Edward Lear nel suo Diario di un viaggio a piedi. Reggio Calabria e la sua Provincia (25 luglio – 5 settembre 1847), Laruffa 2010], e qui lo si vive con quella «naturalezza del sovrannaturale» (Eugenio d’Ors) che è tipica dell’incondizionato. L’Italia è in quest’inesauribile fonte – tutta meridionale – di ospitalità, di sapienza nel minimo e visione del grande; basta vedere come lavora l’Associazione «Pietre di scarto» e la sua generosa fondatrice, Tita Ferro. Mi piace il loro motto: «È tempo che le pietre accettino di fiorire», pienamente incarnato qui: la lettura come parola viva, cenacolo e dono. Così mi accoglie il liceo scientifico «Alessandro Volta»: opificio di sperimentazione e collaborazione con il territorio, artigianato e coscienza europea, tanta è la sollecitudine efficace della Preside, Angela Maria Palazzolo, e degli insegnanti, in una visione sociale della scuola che è conciliazione di presente e motore di futuro.

    L’incondizionato umano, il nostro vero tesoro; e incondizionato nelle arti: certo oggi ci soggiogano a Reggio i «Bronzi di Riace» (V secolo a.C.), una meraviglia del mondo antico non meno che la “testa di filosofo”, conservati in un museo – inaugurato nel 2016 – che presenta un allestimento (edificio di Marcello Piacentini, interni di Paolo Desideri) degno della miglior Europa. Ma sono venuto, in realtà, per gli squisiti Pinakes, quadretti votivi provenienti dal tempio di Persefone a Locri Epizefiri, ex-voto eleganti che ringraziano – a nome del donatore – Persefone di non averli ancora ricevuti. L’uomo ha colmato nei millenni le sue paure con gesti religiosi che purificano l’incertezza e la fragilità in una fattura d’eterno più dolce e rassicurante: l’arte. Da Locri ai tanti santuari cristiani è lo stesso slancio: riparare nella bellezza il nostro limite. Molte scienze si sono incaricate, negli ultimi due secoli, di razionalizzare le paure: ne hanno create altre, ancor meno confessabili, ancor meno purificabili nel bello. I mostri non sublimati secernono mostri attivi…

    Si apprende anche il valore dinamico di quegli ex-voto; scaduto il tempo della validità, venivano spezzati (così che è rarissimo trovarli integri), in modo che l’artigianato locale continuasse le sue variazioni d’arte su nuovi voti e nuovi doni. Non meno eccellente è l’“economia del religioso” proveniente dalle tabelle di bronzo dell’«Archivio del Tempio di Zeus», ritrovate nel 1959, in cui sono registrati i prestiti che la città ebbe dal tempio stesso. In situazioni di necessità o di calamità, il tesoro del tempio fungeva da “cassa depositi e prestiti” per la realizzazione di opere pubbliche.

    La Reggio odierna è una città recente: il terremoto del 28 dicembre 1908 (il più grave in epoca storica di tutta l’Europa), e il concomitante maremoto distrussero Messina e Reggio Calabria, e le cittadine vicine, quasi centomila i morti tra l’una e l’altra costa. E più in generale: da Gibellina a Gemona, da sud a nord a ovest, dall’Irpinia a L’Aquila, non c’è nel XX e XXI secolo, regione d’Italia che non sia stata scossa e ferita dai terremoti. In verità, secondo i criteri della moderna prevenzione, l’Italia dovrebbe essere il deserto descritto nella leopardiana «Ginestra». Eppure vive, pari al sorriso incerto – e appena percepibile su labbra quasi immote – del Kouros di Reggio (marmo di Paros databile al VI secolo a.C.), di un giovane raccolto nell’attesa di un evento che non sa se sarà compimento o prova.

    Un istante di palpito e d’irrevocabile fine: questo ricorda, in modo eloquente, il gigantesco spazio che occupa nel Museo Russo di San Pietroburgo «L’ultimo giorno di Pompei» di Karl Brjullov (1799-1852), che ritrae con vigorosa enfasi la tragica fine della città romana, per l’eruzione del Vesuvio nell’anno 79 d.C. L’artista si basò sulla descrizione dettata da Plinio il Giovane, testimone dell’evento, e costituisce una sorta di ricapitolazione dei modelli del “patetico” nell’arte italiana: dall’«Incendio di Borgo» di Raffaello al «Diluvio» di Paolo Uccello, alla “terribilità” di Michelangelo. L’aveva preceduto, di poco, soltanto «L’ultimo giorno di Pompei» di Giovanni Pacini, su libretto di Andrea Leone Tottola. L’opera fu rappresentata con grande successo al teatro San Carlo di Napoli, il 19 novembre 1825.

    Il dipinto di Brjullov venne esposto a Roma, poi a Milano, all’Accademia di Brera nel 1833, e a Parigi, al Museo del Louvre, in occasione del Salon di quell’anno (1834). Infine il mecenate Anatolio Demidoff ne fece dono alla zar di Russia, Nicola I Romanov. Il dipinto impressionò tutta Europa: Edward Bulwer-Lytton (1803 – 1873) lo vide a Milano nel 1833 e gli dettò lo straordinario romanzo storico Gli ultimi giorni di Pompei, 1834. Il romanzo fu tradotto in italiano nel 1835, dallo Stella a Milano, e a Napoli dallo Starita nel 1836 (entrambi editori del Leopardi). Il poeta, proprio in quei mesi, componeva nella primavera del 1836 a Torre del Greco La ginestra o Il fiore del deserto, che verrà pubblicata postuma nell’edizione dei Canti nel 1845. La vicinanza delle opere e delle date fu percepita soltanto da Miguel de Unamuno (1864 –1936), nelle note di un suo viaggio in Italia, alla data del 6 agosto 1891 – come ricorda Vicente Gonzáles Martín, nel suo Unamuno y la poesía italiana – ma senza poter stabilire un legame diretto, non avendo notizia della traduzione italiana, tra Bulwer Litton e Leopardi.

    È un esempio soltanto della prodigiosa fertilità simbolica del nostro intermittente esserci, sopra il suolo della penisola: ogni tanto la natura si libera di questo popolo di formicole; e poi esse ricompaiono, erigono di nuovo, in pietra viva, opus incertum, le loro dimore, i loro Pinakes, i templi, le piazze, i borghi adagiati sui pendii che li scrolleranno via, «Qui su l’arida schiena / Del formidabil monte / Sterminator Vesevo». Eppure da « Questi campi cosparsi / Di ceneri infeconde, e ricoperti / Dell’impietrata lava» rinasce sempre Italia: «Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi / I danni altrui commiserando, al cielo / Di dolcissimo odor mandi un profumo, / Che il deserto consola». L’Italia ha molte torri e molti santi, molti stendardi e tanti fiori; ma quello che dovrebbe rappresentarla ovunque, nei libri di scuola e nei consessi internazionali, è La Ginestra.

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