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Ius soli, il nodo dei «minori scompagnati»

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Scenari

Ius soli, il nodo dei «minori scompagnati»

  • –Gian Carlo Blangiardo

Accanto alla ben nota categoria dei minori “fisicamente” non accompagnati da un tutore familiare, fenomeno tendenzialmente in crescita – ne sono arrivati 26mila nel 2016 e oltre 6mila nei primi cinque mesi del corrente anno – e inevitabilmente fautore di situazioni spesso drammatiche e difficili da gestire, si sta faticosamente costruendo, nelle aule parlamentari, una nuova categoria di minori “giuridicamente” separati da coloro che ne hanno la potestà legale. Ci si riferisce ai potenziali beneficiari di quella che viene proposta come una “grande norma di civiltà” ed è meglio nota come legge sullo ius soli/ius culturae. Ossia di una norma che consente di attribuire la cittadinanza italiana a un minore straniero, ma lascia invariato lo status di tutti gli altri membri della sua famiglia – per esempio, i fratelli o gli stessi genitori - ove questi non abbiano avuto la fortuna, o la possibilità (magari solo per motivi anagrafici), di condividere con lui la nascita sul territorio italiano o un’adeguata esperienza di formazione nel nostro sistema scolastico.

Si tratta di una novità che, come viene detto, rappresenterebbe un passo fondamentale sulla via dell’integrazione sia per i minori direttamente interessati, sia (soprattutto) per il complesso dei loro familiari. Saremmo dunque in presenza di una misura a favore dell’integrazione della popolazione straniera che, sempre ammesso valga l’equazione cittadinanza = integrazione, sembrerebbe destinata a operare “dal basso”: la generazione dei più giovani dissemina i valori positivi legati al senso di appartenenza al Paese, contaminando così i membri più maturi del nucleo familiare. Una prospettiva veramente originale, o almeno tale risulta essere per chi ha sempre immaginato che i trasferimenti di conoscenze, di valori e di esperienze circa le regole della vita sociale andassero in senso inverso: dall’adulto al bambino.

D’altra parte è proprio condividendo l’idea che spettino all’adulto/tutore il dovere e la responsabilità di trasmettere ai minori della sua famiglia esperienza e condizioni di vita, che la norma attualmente in vigore aveva a suo tempo previsto la trasmissione automatica “dall’alto” della cittadinanza italiana tra generazioni. Detto in altri termini, riconoscendo nella medesima appartenenza familiare un destino che accomuna i figli ai genitori – quanto meno fino alla maggiore età dei primi - fu giustamente stabilito che «i figli minori di chi acquista o riacquista la cittadinanza italiana, se convivono con esso, acquistano – a loro volta - la cittadinanza italiana - pur potendovi rinunciare quando maggiorenni» (articolo 14 della legge 91/1992).

Certo, questa legge risale all’inizio degli anni Novanta, un’epoca in cui la popolazione straniera residente in Italia era inferiore a 400mila unità, mentre oggi supera i 5 milioni. Ma per quanto le attuali norme siano datate, i loro effetti, nel produrre nuovi cittadini, sono tutt’altro che modesti. Il più recente resoconto Istat ci informa che sono stati 202mila gli stranieri divenuti italiani nel corso del 2016 e tra di essi i minori che hanno acquisito la cittadinanza “dall’alto” - per trasmissione dai genitori (articolo 14) o, se nati in Italia, una volta divenuti maggiorenni - sono circa quattro su dieci. In valore assoluto nel 2015 (anno per cui si hanno dati comparabili) questi giovani neocittadini erano ben 70mila - circa lo stesso numero dei nati stranieri di quell’anno - e nel panorama della Ue l’Italia risultava già essere il primo Paese per numero di acquisizioni di cittadinanza e il secondo, dopo la Francia, per la percentuale di minori coinvolti.

Viene dunque da chiedersi se sia proprio così necessario rivedere radicalmente una legge che sembra funzionare piuttosto bene, per introdurre cambiamenti normativi che possono persino essere controproducenti per gli stessi potenziali beneficiari. Infatti, sul piatto della bilancia c’è, da un lato, l’obiettivo di garantire una parità di diritti che in teoria già esiste sul piano formale e per la quale occorre certamente insistere sul piano sostanziale, ma non è mettendo in mano il passaporto a un bambino che ciò potrà realizzarsi pienamente nei fatti e nei comportamenti. Dall’altro lato, c’è l’incognita legata al destino di un bambino che è diventato italiano, ma vive con genitori e fratelli di altra nazionalità. Che succede se la famiglia emigra altrove? Che relazione si instaura tra familiari di nazionalità diversa? Siamo sicuri che i genitori, cui peraltro è affidato il compito di attivare la richiesta, sia proprio questo che vogliono?

Non dimentichiamoci che non si tratterebbe di qualche caso isolato. Sono ben 64 i Paesi, sui 196 da cui provengono gli stranieri oggi residenti in Italia, che non ammettono la doppia cittadinanza. Vi sono nazioni importanti nel quadro della presenza straniera in Italia, come Cina, Ucraina, Filippine, India, Pakistan e Sri Lanka, le cui famiglie immigrate sarebbero largamente esposte al fenomeno dei minori “giuridicamente scompagnati”. Se consideriamo che quasi la metà (il 46%) degli stranieri extracomunitari residenti in Italia al 1° gennaio 2017 appartengono a Paesi per i quali non è ammessa la doppia cittadinanza, viene da chiedersi se la conquista di uno status che può rendere un bambino “diverso” da genitori e fratelli non sia una forzatura che, per sventolare un giusto principio assecondabile anche per altra via, finisce per confliggere con l’interesse degli stessi minori e delle loro famiglie.

Paradossalmente l’auspicio migliore da rivolgere all’iter legislativo oggi al centro del dibattito, sarebbe quello di sperare che la nuova norma, dopo essere stata approvata, abbia un seguito di richieste del tutto irrilevante da parte delle famiglie straniere. Almeno in quelle dove farebbero nascere le anomalie di cui si è detto. Così facendo avremmo anche evitato di favorire il diffondersi della nuova problematica categoria dei “minori scompagnati”.

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