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Le economie del mondo e la miopia dei «radar»

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numeri & politica

Le economie del mondo e la miopia dei «radar»

Dalle loro sale radar hanno un osservatorio privilegiato sull’economia mondiale. Eppure sempre più spesso le organizzazioni internazionali cambiano idea sulle loro previsioni, arrivando persino ad autosmentirsi su un dato cruciale per le scelte di politica economica dei governi come il prodotto interno lordo.

Un esempio? Nelle Previsioni economiche diffuse nella primavera del 2012, la Commissione Ue pronosticava per la Spagna un rallentamento dello 0,3% nel 2013. Appena sei mesi dopo Bruxelles appariva più pessimista e sempre per Madrid vedeva all’orizzonte una recessione ancora più profonda, stimata all’1,4 per cento. Una correzione al ribasso di 1,1 punti percentuali, la più ampia degli ultimi cinque anni per un big dell’Eurozona. Non si tratta, però, di un caso isolato di ripensamento. Anzi.

Negli ultimi cinque anni Ue, Ocse e Fmi hanno confermato le loro previsioni sul Pil di Italia, Francia, Germania e Spagna complessivamente solo sei volte, mentre le hanno corrette al ribasso in 41 casi. Per 13 volte invece hanno dovuto ricredersi e hanno ritoccato le stime all’insù.

Analisi e revisioni
«Il Sole 24 Ore» ha passato ai raggi X le stime macroeconomiche sul Pil di Commissione Ue, Ocse e Fondo monetario internazionale degli ultimi cinque anni sui quattro grandi dell’Eurozona a partire dal 2012 e riferite all’anno successivo, fino a quelle sul 2017 formulate nel 2016. Per ciascun anno sono state considerate le analisi rituali di primavera e d’autunno (che assumono denominazioni diverse a seconda dell’Organizzazione) per misurare la portata della correzione.

Il confronto fa emergere una serie di sorprese. È infatti la Germania ad aver collezionato più revisioni al ribasso: ben 13 contro le 11 della Francia e le 10 dell’Italia, mentre la Spagna ne ha incassate solo sette e ha ottenuto 6 rialzi. La più severa con Berlino appare proprio la Commissione Ue (5 ribassi in tutti e cinque gli anni), mentre per l’Italia solo 3 ritocchi all’ingiù. Con il nostro Paese l’Ocse ha invece cambiato idea e abbassato la stima per quattro volte. Il caso più eclatante riguarda la revisione al ribasso dello 0,9% delle previsioni del 2014 riferite al 2015: un Pil stimato in aumento dello 0,2% appena rispetto al più lusinghiero 1,2% previsto sei mesi prima.

La manutenzione dei modelli
Da che cosa dipendono questi continui cambiamenti? Da modelli che non riescono più a intercettare la realtà economica o dall’eccezionalità della crisi che ha fatto crollare a una a una tutte le certezze? «Le stime macroeconomiche - spiega Benedicta Marzinotto, docente di Politica economica all’Università di Udine- si basano su modelli che replicano quello che è successo nel passato: dall’evidenza empirica si estrapolano parametri che vengono utilizzati per previsioni sul futuro. Le revisioni al ribasso, che riguardano soprattutto i primi anni dopo la crisi, si spiegano perché i parametri utilizzati sono quelli medi e non intercettano la peculiarità della realtà economica post-crisi. Generalmente i modelli vengono aggiornati via via che emergono errori di sotto o sopravvalutazione dei rischi».

Ci sono poi anche fattori meno ponderabili che condizionano l’andamento del ciclo economico, come la fiducia e il rischio politico, che rendono ogni stima intrinsecamente incerta, anche in tempi normali. «Errori di stima di simile entità - ricorda Marzinotto - si sono riscontrate intorno alle crisi petrolifere degli anni Settanta, a conferma che i periodi di crisi “spezzano” le relazioni tra variabili conosciute, rendendo le previsioni più incerte».

A complicare le cose, le fa eco Luigi Campiglio, ordinario di Politica economica all’Università Cattolica di Milano, si è aggiunta la “finanziarizzazione” dell’economia, che «ha reso ancora più complessa la costruzione di modelli teorici già in partenza inadeguati». Mentre la globalizzazione «ha ampliato il numero e l’impatto delle variabili esogene: il rallentamento della Cina o le mosse degli Usa si ripercuotono anche sull’andamento dell’economia europea. La Germania, dove le esportazioni valgono il 46% del Pil, è più esposta di altri agli shock esterni e questo può spiegare le frequenti revisioni al ribasso delle stime che ha subìto».

All’incertezza delle previsioni non c’è dunque rimedio e la macroeconomia non è una scienza esatta. L’importante, concordano i due economisti, è mantenere costantemente aggiornati i modelli, renderli trasparenti e garantire una certa dose di flessibilità nell’interpretazione delle regole europee per far fronte a eventuali errori di stima. «L’incertezza - conclude Campiglio - è il dato strutturale, difficile da identificare e misurare, ma centrale per ogni previsione».

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