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La lezione di Ravello: giù i muri con l’arte

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LA GRANDE BELLEZZA DEL SUD

La lezione di Ravello: giù i muri con l’arte

Il Mezzogiorno d’Italia non finisce mai di stupire con lo splendore del suo patrimonio culturale e dei suoi meravigliosi paesaggi. È uno scrigno di tesori ed energie creative capaci di incantare anche persone che hanno una consuetudine con la bellezza e il mondo dell’arte. L’ultima sorpresa me l’ha regalata Ravello, un affascinante borgo della Costiera Amalfitana. Ero stato qui tempo fa e non mi era capitato di frequentare il festival che si svolge a Villa Rufolo su quello che ritengo uno dei palcoscenici più belli del mondo, costruito come una terrazza affacciata tra il mare blu cobalto e il cielo sconfinato di quest’angolo d’Italia che ha fatto innamorare di sé artisti quali Gide, Forster e Wagner che proprio a Villa Rufolo s’ispirò per dare vita, nel suo Parsifal, al giardino di Klingsor.

L’occasione di tornare me l’ha regalata la presenza de Les Italiens de l’Opéra de Paris, formazione che ieri sera, nel cuore della 65esima edizione del festival, ha suggellato il programma della sezione Danza, tendenze e nuovi linguaggi, che da due anni Laura Valente dirige con passione e competenza. È stata lei che ha commissionato ad Alessio Carbone, fondatore de Les Italiens, due coreografie originali firmate da Matteo Levaggi e Simone Valastro, che hanno lavorato al tema scelto dalla direttrice per questa edizione: i muri da abbattere con la forza potente della bellezza e dell’arte.

Conosco molto bene Les Italiens de l’Opéra de Paris: rappresentano l’eccellenza italiana innestata, grazie a una migrazione di intelligenze e talenti, nella grande scuola francese dell’Opéra. Hanno avuto la benedizione di Aurelie Dupont, direttrice del Ballo del teatro e sono uno degli esperimenti più interessanti di contaminazione tra culture e tradizioni coreutiche dalle radici forti ma capaci, allo stesso tempo, di far germogliare nuovi frutti dal loro innesto. In fondo è questo il risultato migliore delle migrazioni. Gli undici danzatori rispecchiano i mille volti dell’Italia: c’è chi arriva dalla grande scuola della Scala, chi ha il passaporto italiano ed è nato a Vienna (come Fourès, entrato alla scuola dell’Opéra a dodici anni), e chi come il palermitano Sarri (il più giovane di tutti) ha vissuto oltre la metà dei suoi vent’anni a Parigi senza perdere l’accento siciliano. Hanno debuttato con successo ieri, sabato 29 luglio, in una nuite de la danse che a titoli dell’ampio repertorio dell’Opéra di Parigi ha alternato le nuove creazioni, Bread and Roses di Valastro e Black Dust di Levaggi, condividendo un progetto che è anche una riflessione sul nostro tempo osservato con gli occhi dell’arte.

Perché è questo che rende un festival internazionale degno di questo nome: coinvolgere gli artisti in una visione capace di oltrepassare la mistica del singolo evento, rendendo invece quella rassegna un luogo di creazione in grado anche di fare impresa culturale e allacciare reti. Il fatto che tutto ciò stia accadendo nel Sud d’Italia, poi, apre ancora di più il cuore alla speranza in chi crede che proprio tale modo di fare cultura sia la principale leva di riscatto per questa meravigliosa terra.

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