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Una scossa all’Africa sub-sahariana

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Una scossa all’Africa sub-sahariana

  • –Simone Tagliapietra

Tra il G7 di Taormina e il G20 di Amburgo, nel 2017 il tema dell’Africa si è imposto al centro dell’agenda internazionale. La crisi migratoria ha infatti risvegliato, particolarmente in Europa, l’attenzione sul continente, sulle sue problematiche e sulle sue prospettive future.

Andando oltre i più classici temi della cooperazione internazionale allo sviluppo, sia il G7 a guida italiana che il G20 a guida tedesca hanno posto un’inedita enfasi sulla necessità di promuovere l’accesso all’energia nell’Africa sub-sahariana.

Questa necessità risulta ben chiara se si pensa che attualmente meno di un terzo della popolazione dell’Africa sub-sahariana ha accesso all’elettricità. Tale condizione rappresenta un’enorme barriera allo sviluppo economico e sociale del sub-continente e costituisce altresì una delle principali cause di mortalità: sono, infatti, 600mila all’anno le morti premature registrate nell’area sub-sahariana a causa di malattie respiratorie dovute all’uso domestico di legna, carbone o altre biomasse.

Risolvere il problema dell’accesso all’energia rappresenta, dunque, un fondamentale pre-requisito per permettere all’Africa sub-sahariana di intraprendere un solido percorso di sviluppo economico e sociale, senza il quale l’attuale crisi migratoria è destinata ad ampliarsi in modo esponenziale nei prossimi decenni.

Per capire la portata di questa sfida, è utile guardare ad alcuni numeri. Solo per garantire l’accesso universale all’elettricità entro il 2030 a tutta la popolazione dell’Africa sub-sahariana, in linea con l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, si stima che occorrano investimenti pari a 100 miliardi di dollari all’anno. Attualmente sono soltanto 10 i miliardi di dollari che vengono investiti annualmente nel settore elettrico della regione.

È chiaro che i Paesi dell’Africa sub-sahariana non potranno, da soli, far fronte a una sfida di tale portata. Gli investimenti necessari dovranno venire in larga misura da investitori privati internazionali, dove necessario accompagnati dalle banche pubbliche d’investimento europee e internazionali. Ma le compagnie energetiche europee e internazionali faranno fluire i loro investimenti in Africa sub-sahariana solo nel momento in cui vi saranno le condizioni politiche e regolatorie per farlo. Per questo motivo sono, innanzitutto, gli stessi Paesi sub-sahariani a dover prendere in mano il loro destino, intensificando gli sforzi per superare le numerose barriere di tipo politico e regolatorio che continuano a rallentare il flusso di investimenti privati internazionali. Senza una buona governance non può, infatti, esservi sviluppo sostenibile.

Governi e istituzioni internazionali, come le banche pubbliche di sviluppo o le agenzie allo sviluppo, possono offrire un importante contributo allo sviluppo energetico dell’Africa sub-sahariana. Per esempio, la loro azione può essere cruciale nel favorire – attraverso partenariati pubblico-privati – l’elettrificazione delle zone rurali, dove attualmente vivono i tre quinti della popolazione sub-sahariana.

Durante la presidenza Obama, gli Stati Uniti hanno compreso questo potenziale ruolo strategico e per tale motivo fu creata nel 2013 “Power Africa”: un’iniziativa finalizzata a coordinare, attraverso un’unica piattaforma pubblico-privata, le azioni americane riguardanti l’elettrificazione dell’Africa precedentemente espletate da 12 diverse agenzie governative e da più di 100 partner privati (compagnie energetiche, banche di investimento, investitori istituzionali). Nel contesto di “Power Africa” è stato inoltre creato il programma “Beyond the Grid”, finalizzato a stimolare gli investimenti in soluzioni di elettrificazione off-grid e mini-grid in zone rurali.

È interessante sottolineare come “Power Africa” abbia trovato al Congresso americano un supporto bipartisan, giustificato da parte repubblicana in virtù della necessità strategica degli Usa di presentarsi sullo scacchiere africano in modo coeso, al fine di non soccombere alla ben nota competizione cinese.

Da parte sua, l’Europa non sembra incline a prendere esempio dagli Stati Uniti. Negli ultimi anni le iniziative europee a sostegno dell’accesso all’energia in Africa sub-sahariana si sono, infatti, moltiplicate, non solo a livello nazionale, ma anche in seno alle istituzioni europee. Questa frammentazione limita la visibilità degli sforzi europei e ne circoscrive, di fatto, l’impatto finale. È difficile pensare, infatti, che nessuna di queste iniziative possa, muovendosi individualmente, essere capace di dare un contributo significativo all’accesso all’energia nel sub-continente. Seguendo l’esempio di “Power Africa”, questi frammentati sforzi dovrebbero essere canalizzati all’interno di un’unica piattaforma europea, che potrebbe prendere il nome di “EU Electrify Africa Hotspot”. Il primo passo verso la creazione di tale piattaforma sta nel coordinare, e progressivamente far convergere, le iniziative delle istituzioni europee (ovvero Commissione europea e Banca europea degli investimenti), nell’area. Il secondo passo sta nell’incoraggiare i singoli Paesi ad aderire alla piattaforma con le proprie iniziative. Ciò sarà possibile illustrando il maggior impatto della piattaforma comune rispetto alle precedenti singole iniziative, sia in termini di visibilità che di impatto.

Considerando la portata della sfida dell’accesso all’energia in Africa sub-sahariana e prendendo in considerazione la capacità di altri attori come Stati Uniti e Cina di muoversi in modo unitario nell’area, l’Europa deve trasformare il proprio approccio frammentario in un modello coeso e strategico – anche alla luce di quel principio di solidarietà, umanitaria ma anche economica e civile, la cui importanza è stata recentemente richiamata da Alberto Quadrio Curzio proprio su queste colonne (si vedano gli editoriali del Sole 24 Ore del 26 luglio e del 9 agosto 2017). Se funzionale, questo modello potrà poi eventualmente espandersi in futuro anche ad altre aree della cooperazione euro-africana.

Ricercatore senior presso la Fondazione Eni Enrico Mattei e Fellow presso il think-tank europeo Bruegel

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