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Puntare sui giovani è anche la lezione che viene da Draghi

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occupazione e risorse

Puntare sui giovani è anche la lezione che viene da Draghi

«Se è vero che la gioventù non ha sempre ragione, la società che la disconosce e la colpisce ha sempre torto», esclamava François Mitterrand, 50 anni fa, davanti all’Assemblea Nazionale francese. Mezzo secolo dopo, è nelle aule parlamentari italiane che il dibattito sulle politiche per i giovani sembra dover ritrovare spazio.

Il cosiddetto “Piano Marshall per i giovani” ha tuttavia bisogno, per funzionare, di ben altro che dei 2 miliardi di euro a regime (0,1% del Pil) proposti in questi giorni da alcuni ministri del Governo Gentiloni e atti a finanziare un ipotetico dimezzamento dei contributi per i primi due o tre anni per chi assume under 29. Come non essere infatti d'accordo con quanto sostenuto dal direttore su queste pagine: «Più che la scossa per dare un futuro di lavoro vero ai giovani si vede all’orizzonte la campagna elettorale, dove la ricerca del consenso distribuisce più mance che terapie utili per rafforzare la ripresa?».

Certo, c’è anche chi sostiene come non vi sia bisogno di un tale Piano. Alcuni affermano che non faremmo che rafforzare un presunto conflitto intergenerazionale; altri sono presi dal consueto fastidio che provano di fronte a qualsiasi proposta specifica.

Eppure Mario Draghi, a Jackson Hole, ha chiuso il proprio discorso argomentando come la nostra società può e deve aprirsi maggiormente alla globalizzazione, ma solo “proteggendo” le parti più “vulnerabili”; facendo poi riferimento esplicito al ruolo dell'istruzione, ha messo al centro di tali schemi di protezione proprio i giovani.

Non dovrebbe stupirci una simile analisi, per due ordini di motivi. Primo perché i giovani, quando colpiti da una crisi economica delle drammatiche proporzioni sperimentate in questo decennio, si ritraggono e scompaiono per sempre dalla nostra società: lasciano il Paese, o abbandonano la forza lavoro, causando non solo perdita di Pil potenziale, ma dissipazione di un’eredità culturale. In secondo luogo perché i giovani, quando vengono adeguatamente stimolati e messi di fronte a nuove opportunità, generano potenzialità senza pari di crescita e innovazione per il Paese e per la sua sostenibilità di lungo periodo. Nel patto intergenerazionale tra giovani ed anziani, questi timori e speranze sono condivisi da un’ampia maggioranza di persone di tutte le età.

Un Piano per i giovani degno di questo nome, richiederebbe tuttavia un approccio sistemico. A cominciare dalle risorse, che dovrebbero essere moltiplicate rispetto ai numeri fatti circolare. Al Meeting di Rimini il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, ha detto che per i giovani servono 10 miliardi di decontribuzione totale per creare 900mila posti di lavo in più in 3 anni. Sono risorse che non sarebbero difficili da mettere a disposizione, per un Governo che abbia la capacità di avviare e programmare al contempo una vera spending review, in tal modo convincendo anche l’Europa della bontà e improrogabilità dei propri intenti. Risorse per rendere credibili le possibilità di assunzione a un ampio numero di giovani nel settore privato, ma senza dimenticare la Pubblica Amministrazione italiana, ormai la più vecchia d’Europa.

E anche questo potrebbe non bastare. Non è sufficiente dire “ecco la porta, entrate”. Molti giovani vanno accompagnati a quella porta e, una volta varcata, non devono trovarsi in una stanza vuota. Il che significa in primis rivoluzionare anche il nostro sistema universitario. Altre risorse andrebbero destinate a invertire il velenoso trend che vede la laurea come strumento inidoneo a fungere da scala sociale. Risorse atte ad eliminare la piaga anomala dei fuori corso e degli abbandoni (si può fare, con maggiori investimenti sul personale!), formando i giovani con competenze ben più trasversali di quelle odierne, preparandoli e assicurandoli dai mutamenti tecnologici.

Significa anche prendere atto con coraggio che il tessuto industriale del nostro Paese è fatto di Pmi spesso restie ad assorbire i nostri laureati e nulla di quanto sopra può realizzarsi pienamente se non all'interno di un quadro di cooperazione continua e allargata tra il nostro sistema delle imprese (specie le più piccole) e quello formativo di scuole e università, in cui le prime imparino ad aprirsi a profili specialistici e innovativi, a fronte di una formazione più mirata alle loro esigenze essenziali da parte delle seconde.

Deve essere chiaro che non sarà mai un solo ministro ad attivare con successo un Piano simile. Né più ministri senza il sostegno fattivo e i suggerimenti precisi delle parti sociali e del mondo della formazione. Ma se non lo attiveremo, con entusiasmo e determinazione, ci indeboliremo al punto da condannarci all’oblio.

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