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Versace, la plastica e... un po’ di fortuna

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L'Analisi|Cultura & Società

Versace, la plastica e... un po’ di fortuna

Sport, moda e una città grande quanto le proprie aspirazioni, capace di calzare a pennello come un buon abito. Provo, per qualche istante, a ignorare di essere a casa del presidente della Kartell, un’azienda da oltre 100 milioni di euro di fatturato, da poco rieletto alla guida del Salone del Mobile. Cerco di fermarmi a quello che vedo.

Claudio Luti siede impeccabile e rilassato su una delle sue Louis Ghost (il bestseller di Philippe Starck, ne sono stati venduti due milioni nel mondo). Un velo di abbronzatura, camicia di lino bianca, occhi chiari di una trasparenza appuntita, paiono conficcarsi dove si posano. «Osservare è conoscere», dice con un sorriso gentile e fermo che non perderà per tutte le due ore di questo incontro. Sempre a suo agio, sempre controllato. Sempre generoso di racconti, sempre puntuale. Un fiume in piena mai fuori dall’argine. Mi offre un caffè e gli chiedo di raccontarmi quello che ci circonda, quello che gli è “rimasto addosso” di tanti anni di viaggi, incontri, esperienze, al punto da diventare il suo posto.

«Ho avuto tre case a Milano. La prima era una mansarda piccolissima e romantica, non costava niente, mia moglie l’aveva trovata in un mese perché volevamo sposarci subito. Pochi soldi, mobili perlopiù regalati, tre tipi di finestre sui tetti: bellissima. Quando ho cominciato a guadagnare, ho comprato un appartamento in via Bianca di Savoia: aveva una grande terrazza al quinto piano. Era in puro stile anni Settanta: parquet per terra, divani bianchi, pareti, mobili, tutto bianco lucido, qualche macchia di colore. Allora non sapevo niente di design, forse non ero mai neppure entrato in un negozio di arredamento, mi occupavo solo di moda e calcio. Mi piaceva talmente questo posto che, dopo che abbiamo traslocato, non l’ho mai affittato. L’ho tenuto chiuso con l’idea di lasciarlo al primo dei miei figli che si fosse sposato. E così è stato: ora ci abita Lorenza». La terza casa è quella in cui vive da vent’anni. Una palazzina Liberty in centro, ridisegnata da due allievi di Mongiardino. Quattro piani carichi di pezzi d’antiquariato e oggetti industriali, un giardino, molto colore e molta luce, carta da parati dipinta a mano alle pareti, molti libri, molti quadri, molto di tutto. «Anche molto personale e molto vissuta. Una casa che è come appare: abitata, usata, consumata, con dentro prototipi e ricordi. Qui ci sono tutti i passaggi della mia vita». Si guarda intorno e aggiunge: «Ma la cosa più bella che abbiamo fatto è l’ascensore!». Se non l’avessi visto, verrebbe da pensare a un vezzo, il cliché dell’understatement. Invece l’ascensore tondo, in legno e ferro, è quasi una colonna infinita, centro e perno attorno a cui ruota l’intera casa. «Un po’ come la fortuna di trovarmi qui a Milano. Basta che mi giri intorno e ho, a un passo, i più bravi artigiani e produttori di tutto quello che mi serve. Questa è la capitale della creatività, circondata dalla filiera completa, a disposizione».

Potrebbe risultare un esercizio inutile, ma vorrei contare quante volte Luti usa l’espressione «fortuna» parlando di sé. Senza nulla togliere a un’esplicita consapevolezza delle proprie capacità, questo richiamo grato all’occasione o alla buona stella è una costante.

L’altro riferimento, che ricorre con altrettanta insistenza, non è una parola, ma una persona. Sono passati vent’anni dalla sua morte (il 15 luglio ricorreva l’anniversario), ma Gianni Versace è una presenza. «Gianni non era mai contento di quello che faceva, pensava sempre di poter fare meglio. Questa sua spinta credo che mi sia rimasta nella pelle. Quando c’era una sfilata, appena gli dicevo «è bellissima, un successo», lui rispondeva «no, ho già in mente la prossima, sarà più bella». Poi cambiava cento volte prima di arrivare alla versione definitiva, non guardava mai quello che c’era, ma quello che non c’era ancora. Quando dopo dieci anni da Versace, ho acquistato la Kartell da mio suocero e sono arrivato in azienda, tutti mi guardavano come un matto. Avevo una grinta, una forza, una spinta, che mi aveva messo addosso Gianni... facevo paura. Erano letteralmente spaventati, volevo fare in un giorno quello che prima si faceva in un anno».

All’inizio non è stato facile. L’intuizione di Giulio Castelli che, grazie alle sue competenze di ingegnere chimico, nel ’49 aveva iniziato a usare la plastica per produrre casalinghi, gli consegnava un’azienda con un fortissimo know how industriale e tecnico, ma una materia prima d’uso comune, ormai connotata come povera, dozzinale, di serie e destinata a un rapido declino. «Io avevo nella testa la moda. Mi sono buttato in questo nuovo settore e ho fatto la rivoluzione. Per prima cosa, mi sono concentrato sul prodotto. I processi industriali dovevano servire a fare qualcosa che superasse gli altri. Lavorare sui grandi numeri non voleva dire essere meno creativi o meno belli rispetto ai pezzi artigianali. Perché non importa come fai le cose: la battaglia si vince quando arrivi in vetrina. Piaci o non piaci. Ho incontrato subito Philippe Starck, che condivideva la mia idea, e così pure Antonio Citterio, Vico Magistretti e poi tanti altri, designer bravissimi, che mi hanno seguito, da Ron Arad a Ferruccio Laviani. Appena sono stato in grado di proporre un catalogo che stava in piedi, e ci sono voluti quasi cinque anni, mi sono concentrato sulla distribuzione. Lo avevo visto con Gianni: finché vendevamo i suoi abiti in negozi multibrand, era molto apprezzato, ma cresceva lentamente. Quando in Versace abbiamo cominciato con i flagship store – io ne ho fatti 150 in quattro anni, ero una trottola in giro per il mondo, seguivo tutte le aperture, visionavo tutti gli spazi, un lavoro pazzesco! – il brand è esploso, è diventato il più conosciuto: non un pezzo o due, ma l’intera collezione. È stato un cambiamento di passo. Con il design ho fatto lo stesso».

Oggi Kartell ha più di 130 negozi monomarca ed è presente in 130 Paesi. Solo lo scorso anno, il fatturato è cresciuto di oltre il 14 per cento. «La produzione è al cento per cento in Italia, esportiamo tutto da qua e cerchiamo di dare la stessa immagine in ogni negozio di ogni Paese, cambiando le vetrine nello stesso giorno. Alla fine, i nostri bestseller sono gli stessi nel mondo». Una sorta di esperanto del design: plastica d’autore, firme e pezzi icona: difficile che ci sia una casa italiana senza nemmeno una Mademoiselle, una Maui o almeno un Attila, uno dei nani colorati di Starck. «Ma è proprio quando si è forti che bisogna approfittare del vantaggio e cercare di distanziare». Sembra il discorso di uno sportivo e contemporaneamente la riflessione di chi sa che il successo non è un traguardo che si taglia, ma una battaglia quotidiana. «Credo che il mondo vada avanti troppo velocemente per non porsi, almeno una volta al giorno, la domanda di cosa occorre cambiare per stargli dietro».

A volte, lo sguardo imprenditoriale sa essere candidamente spietato. «Bisogna puntare sulla crescita delle aziende che vanno bene, aiutarle a investire, a essere più ambiziose. Se aumenta il lavoro, aumenta il benessere. Ma se un’azienda è decotta e non ha mercato, il problema non è trovare il modo di farla sopravvivere a ogni costo. Tanto chiuderà comunque e si allunga solo il tempo della malattia». Altre volte è drasticamente esplicito, specie quando parla del sistema Paese. «Gli aiuti a pioggia sono soldi buttati. Bisogna invece concentrare gli sforzi. Sostenere l’esportazione, combattere la contraffazione, abbassare le tasse e dare continuità. Non è che a ogni cambio di governo cambiano tutte le politiche. Quando vado in giro per il mondo non vorrei essere da solo, vorrei avere un sistema-nazione alle spalle. Questo è il punto: essere uniti, non farci la guerra».

C’è un altro tema estremamente delicato, che Luti affronta con pragmatismo strategico: il futuro dopo di lui, quel passaggio generazionale che è un nodo cruciale per molte aziende familiari italiane. A 71 anni, tiene ancora saldo in mano il timone, ma pensa al cambio di testimone come la normalità. «L’idea di passare la Kartell ai miei figli mi fa molto piacere perché allunga la mia vita lavorativa, mi dà una via, una visione. Intendiamoci, l’azienda viene prima di tutto, per me è anche un fatto sociale, di rispetto. Ho sempre pensato che, avendo la fortuna di essere ricchi, avevamo piena libertà. Né Lorenza né Federico dovevano sentirsi obbligati a raccogliere l’eredità, ma, se volevano farlo, dovevano dimostrare di esserne in grado. Entrambi hanno frequentato Economia alla Bocconi, entrambi si sono laureati con una tesi sul passaggio generazionale, hanno studiato, li ho mandati a lavorare sul campo, hanno imparato a rispettare le gerarchie, a farsi voler bene, a essere d’esempio. Ora mio figlio ha in mano la parte commerciale e mia figlia il marketing e i negozi. Vanno d’accordo, si stimano... Il problema è che sono due. Per ora ci sono io ad avere l’ultima parola, ma poi?».

Saper fare e saper volere: Luti parla con la garbata disinvoltura di chi sembra soddisfatto di quasi tutto quello che ha fatto. «Una delle poche cose che penso di aver sbagliato nella vita è di non aver avuto più figli. Lo dico sempre con mia moglie. Abbiamo avuto la fortuna di fare una femmina e un maschio subito. Poi eravamo talmente presi tutti e due dal lavoro che ci è sembrata la formula perfetta, invece è stato un errore. A me piacciono molto i bambini. Avrei dovuto sforzarmi un po’ di più. E poi, il numero dispari avrebbe aiutato per prendere le decisioni in azienda!».

Se c’è una cosa che il design insegna è l’esercizio della funzionalità sposata alla forma. Estetica e utilità, legate inscindibilmente. Pare sia questa l’impronta che Luti imprime anche al racconto di sé. Dall’azienda alla famiglia.

Quasi che il suo migliore progetto, quello dove, alla fine, per quanta fatica ci sia voluta, tutto torna, sia la sua vita. «Mi piace viaggiare, andare in barca a vela, sciare, giocare a tennis, uscire, mangiare, bere, stare con gli amici. L’unica cosa che non riesco a comprarmi è il tempo. Per questo cerco di viverlo bene e di vivermelo tutto».

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