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I concorsi pilotati e gli errori da non fare

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I concorsi pilotati e gli errori da non fare

La differenza, questa volta, sta nel numero e nel calibro di indagati e arrestati, ma la notizia in s non stupisce. Chiedere ai candidati di non presentarsi ai concorsi universitari, o di ritirarsi se si sono incautamente presentati, pratica vecchia e diffusa, in Italia s’intende. in fondo il modo pi efficiente e pi agevole per garantire l’esito. Non costringe infatti a giurare nero su bianco, in fase di giudizio, che un ignoto supera Einstein: tutto pi facile se Einstein non si fa proprio vedere. Anche se si presenta, peraltro, un modo per farlo perdere si trova sempre. “Teorie di indubbio fascino ma non ancora del tutto supportate da incontrovertibili evidenze”; “si sarebbe forse desiderata una maggiore e pi continua operosit”, e via cavillando. Quando l’accordo tra i docenti di una materia ecumenico, nessuno scampo.

Le vicende di Diritto tributario spingono in ogni caso a riflettere su alcune questioni generali. L’abilitazione scientifica nazionale (Asn), varata dalla riforma del 2010 dopo anni di polemiche sulla corsa al ribasso favorita da concorsi esclusivamente locali, prevede un filtro di carattere nazionale, basato su criteri predeterminati, per escludere a priori i candidati che la comunit scientifica ritiene inadeguati, lasciando comunque ai singoli atenei, com’ giusto e naturale, la responsabilit della selezione finale tra gli abilitati.

Nella prima tornata di abilitazione quasi la met dei candidati, il 45%, non ha avuto successo, e uno studio effettuato da Anvur nel 2016 dimostra che nei settori cosiddetti bibliometrici la qualit media degli abilitati elevata. Un filtro, quindi, c’ stato, ma le polemiche su un presunto eccesso di severit ispir modifiche legislative prima ancora che fosse disponibile un’analisi dettagliata. E cos, nel 2014, si elimin in fretta e furia il membro straniero delle commissioni (che non una panacea, ovviamente, ma pu almeno offrire un punto di vista un po’ diverso); si ampli ulteriormente il gi ampio numero di settori scientifico-disciplinari, riducendo quindi la platea dei potentiali commissari; infine, la tornata annuale, esemplata sul precedente francese, lasci spazio a un sistema “a sportello” di fatto sempre aperto.

Oggi sarebbe per sbagliato ripetere l’errore di affrettarsi a escogitare modifiche pasticciate, come l’inserimento di non accademici nelle commissioni, o di facciata (vedi le “Cattedre Natta”). Cambiare terapia troppo spesso non mai una buona idea, se non altro perch impedisce di capire se una medicina sta funzionando.

Nonostante quanto si letto in questi giorni i problemi maggiori sono tuttora quelli a livello di ateneo, dove il rischio dell’arroccamento protezionistico sempre in agguato: l’allievo del cuore che attende da tanti anni, il collega che insiste per una promozione, la “scuola” che va preservata da contaminazioni con metodi e prospettive che potrebbero inquinarla...

Sul piano della mentalit, com’ ovvio, difficile intervenire, specie se poi questo atteggiamento trova riscontro in molti altri settori della vita nazionale, ma anche in questo caso giova insistere sugli incentivi e i deterrenti che gi esistono. Solo da pochi anni una parte significativa del finanziamento statale dipende dalla valutazione della qualit della ricerca, e una porzione cospicua proprio da quella dei neoassunti o neopromossi sede per sede. La spinta a premiare la qualit, quindi, c’: occorre incrementarla, e monitorarne nel tempo l’impatto sulle scelte.

La ricerca della qualit destinata per a restare una chimera se lacci e laccioli impediscono impediscono una vera competizione tra i candidati, anche solo quelli italiani (quelli stranieri, in genere, si tengono alla larga). Andrebbe quindi cancellata subito la riserva per i candidati interni nei concorsi, una misura temporanea destinata a scadere a fine 2017, e invece improvvidamente estesa qualche mese fa per un altro triennio. Errore: i concorsi devono attrarre quanti pi candidati possibile, e se un “locale” bravo tanto meglio per lei o per lui vincere in campo aperto. Quanto ai concorsi “liberi”, che dovrebbero appunto diventare gli unici su piazza, gioverebbe anche in questo caso rafforzare gli antidoti che gi esistono. La riforma del 2010 impediva la creazione di “profili” che spesso finivano per essere ritratti fedelissimi del vincitore in pectore. Molte universit hanno trovato il modo di aggirare questo divieto, che va invece fatto rispettare. Lo stesso vale per la decisione della commissione giudicatrice. Alcuni regolamenti di ateneo prevedono che non designi un vincitore, ma proponga una “rosa”, cosicch sia Einstein che il Signor Nessuno entrano in finale e a quel punto il Dipartimento, magari con Nessuno che esce un attimo dalla riunione e staziona in corridoio, sceglie proprio lui. A parit di merito (in fondo lo ha certificato una commissione), tutto sommato meglio puntare su chi tiene i capelli pi in ordine.

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