Commenti

«Plasmo con le mie mani l’anima del pianoforte»

  • Abbonati
  • Accedi
a tu per tu con luigi borgato

«Plasmo con le mie mani l’anima del pianoforte»

Ci vuole una buona dose di follia, passione e amore per decidere in un minuto di ripiegare una lettera appena ricevuta e dire alla propria compagna «Partiamo!». Così fece Luigi Borgato.

Su una vecchia Renault 4, dalla sera alla mattina, da Padova a Berlino Est destinazione la fabbrica di pianoforti Bechstein. Ci vuole la follia, la passione, l’amore dei talentuosi e di chi sa che per nessuna ragione al mondo potrà sottrarsi al proprio sogno e smettere di andare contro corrente.

Comincia così la storia di Luigi Borgato, l’uomo cresciuto a Padova che ha rivoluzionato il modo di costruire i pianoforti, l’artigiano-accordatore che nello spazio di pochi metri quadrati da Sossano, in provincia di Vicenza, si è intestato ben due brevetti, il Borgato L 282 e il Doppio Borgato L 282 - P 398, e che lo scorso 29 settembre ha presentato il Borgato Grand Prix 333, il pianoforte più lungo al mondo. E se ora i pianoforti italiani sono considerati i migliori al mondo è anche grazie a questo uomo che, oggi ha 54 anni ma che quando ne aveva venti si mise in testa di costruirsi un pianoforte, dal principio alla fine.

«La vita ci apre qualche volta strade sconosciute e poi crea le condizioni perché ci appartengano», dice. Ora per comprendere quanta forza e quanta creatività ci sia in questo sogno bisogna immaginarsi la maestosità di un pianoforte a coda, poi provare a pensare di quanti pezzi possa comporsi, dalla cassa armonica al telaio, dai piedini ad ogni singolo martelletto e immaginare allo stesso modo le mani di un uomo, di un uomo solo che tagliano, accarezzano, incollano, verniciano. Pezzetto dopo pezzetto. Unico aiuto decine, anzi centinaia di attrezzi. Tutti disposti in ordine perfetto su un pannello di legno appeso al muro.

Il Doppio Borgato L 282 - P 398 costituito da due pianoforti Gran coda da concerto sovrapposti

Quando la porta, di ferro e vetro, di questo microcosmo si apre la luce finisce proprio lì. A sinistra il Borgato Gran Prix 333, a destra il Doppio Borgato. Entrambi corazza di un nero lucente e anima d’oro. Luigi Borgato dice «una delle maggiori differenze tra noi e gli stranieri, è questa» e mi indica un particolare: l’asticella che tiene sollevato il coperchio durante le esecuzioni. «Sembra un particolare da poco ma per realizzarlo spesso ci impiego anche un giorno, perché considero ogni millimetrica parte, su ogni linea ci penso e ci ripenso». Qualche ora dopo, confrontando le schede relative ai pianoforti di diversi costruttori, si capisce meglio l’importanza del particolare: è come passare da un capo d’alta moda a un vestito di buona fattura ma che sia uno tra tanti, non unico. Allora, voglio tornare indietro nel tempo e domando a Borgato, di quando e di come tutto ha avuto inizio. Forse una tradizione di famiglia, ma non è così. «No, niente affatto, la musica a casa mia non esisteva. Ma da ragazzo mi sono appassionato allo studio del pianoforte. Poi ho capito che insieme alla musica era proprio la meccanica dello strumento che mi attraeva».

Per un po’ la vita di Borgato procede come quella di tutti gli adolescenti che a un certo punto si mettono in testa di trasformare una passione in un mestiere. «Decido di diventare un accordatore, anche se credo sia più corretto dire che non sono io ad aver scelto il mestiere, ma il mestiere che ha scelto me», dice.

Legge, gira: «Per anni con mia moglie abbiamo dedicato metà delle nostre vacanze a visitare musei di strumenti musicali e ad ascoltare concerti». Siamo alla metà degli anni Ottanta e Borgato, che è nato nel 1963, ha tutta l’energia e l’incoscienza dei ventenni. «Quello che mi ha sostenuto – racconta – è stata l’età e la non conoscenza dei problemi che avrei dovuto affrontare». L’incoscienza, appunto? «Esatto, dice, erano anni in cui potevo guidare tutta la notte per andare a visitare una fabbrica e non sentirne la fatica». Come quella volta del viaggio a Berlino? «Sì infatti». Come è andata? «Decido appunto che voglio costruirmi il mio strumento e cerco di studiare come fare. In Italia non trovo niente, non c’è una scuola. Fra l’altro è singolare ma noi italiani, pur avendo inventato il pianoforte con il padovano Bartolomeo Cristofori nel 1698, non abbiamo una tradizione nella produzione. Mi metto dunque a spedire lettere ai maggiori produttori europei per chiedere se effettuassero corsi. Mi rispondono tutti, cortesemente, ma spiegandomi che no, niente corsi. Fino a quando non mi arriva la risposta della Bechstein di Berlino. Anche loro mi spiegano che non fanno corsi ma che erano disponibili, se avessi voluto, a farmi visitare la fabbrica. Subito, dico. Mi volto verso Paola che allora era la mia fidanzata, e partiamo subito. Avevo il timore che potessero cambiare idea. Così nel giro di un paio di giorni organizzo tutto e via. Era la Berlino divisa dal Muro, la Berlino dei carri armati alla frontiera. Rimasi assai impressionato tanto ricordo ancora tutto con precisione. Compresa la faccia di chi venne a riceverci quando arrivammo. Erano, come dire, inteneriti nel vedere questi due ragazzini partiti dall’Italia. Ci accolsero con grande calore».

Il problema di Borgato non era solo capire «come» ma anche a chi rivolgersi per recuperare i pezzi che non avrebbe potuto costruirsi con le sue mani, ad esempio come fare per telaio in ghisa, a quale fornitore rivolgersi. Ora non è che sia proprio semplicissimo recuperare un fornitore in grado di produrre un telaio che pesa fino a 250 chilogrammi e che sia capace di supportare una trazione delle corde che può arrivare fino a 25 tonnellate. «Oggi trovare questo genere di informazioni è più semplice ma quelli erano anni senza il web. Ricordo che andavo a Padova dove c’erano gli elenchi telefonici internazionali e trascorrevo ore a scorrerli per scovare indirizzi».

Berlino, per comprendere come e cosa fare. Norimberga per il telaio. Stoccarda per la meccanica. Passano cinque anni. Cinque anni di letture, viaggi, incontri. Un’ossessione, di quelle che non incupiscono ma rischiarono, che diventa un percorso e si trasforma nella sensazione di assistere alla conclusione di un mondo, il mondo delle botteghe. È la fine di una generazione, quella degli artigiani nati negli anni Venti o Trenta. «Individui in cui la creatività e la dimensione etica coesistevano. Sentivano l’importanza dell’insegnamento e l’urgenza di trasferire le proprie competenze». In questo modo ogni giornata trascorsa insieme diviene un pezzo di identità, una acquisizione. L’uomo Borgato costruisce l’artista Borgato misurandosi con le incertezze e sprofondando nei dubbi per poi risalirne. Per ogni slancio si paga un prezzo. La fatica è tanta e, va da sé, pure la solitudine. «Mi sono spesso ritrovato solo. Ma anche la solitudine – racconta – è un buon ingrediente per la formazione, per studiare, capire. Anzi credo che senza la solitudine sia impossibile fare tutto questo».

Anche perché da subito Borgato è partito con l’obiettivo di innovare, di realizzare qualcosa di nuovo e di diverso. «E pure in questo c’è tutta la nostra italianità – dice -. In Germania, ad esempio, non sarebbe potuto accadere. Sa quante volte in Germania dinanzi a una domanda mi sono sentito rispondere che, se non si era fatto prima, un motivo c’era?». E invece, dopo una visita alla casa Bonn di Beethoven, Borgato decide che deve dare forma a un’idea del grande compositore: nasce un pianoforte gran coda da concerto dotato di quattro corde percosse per nota da metà tastiera agli acuti (44 tasti): è il Borgato L 282 che viene presentato a Pesaro nell’aprile 1991 ed è subito brevetto.

Nel settembre 2000 a Perugia, sarà la volta del Doppio Borgato L 282 - P 398 costituito da due pianoforti gran coda da concerto sovrapposti. Si tratta di uno strumento così composto: la parte sovrastante è un pianoforte gran coda Borgato modello L 282, quella sottostante è un pianoforte gran coda Borgato modello P 398, azionato da una pedaliera di 37 pedali, con estensione di 3 ottave gravi (La 27,5 Hz - La 220 Hz), simile ad una pedaliera d’organo. Un pedale di “risonanza” applicato al pianoforte con pedaliera aziona contemporaneamente le meccaniche degli smorzatori dei due pianoforti. Sono i primi passi di una lunga filiazione: oggi, sono una cinquantina i pianoforti creati da Borgato.

«È la musica che detta le regole allo strumento», dice Borgato. «Quando si ascolta la musica di compositori come Prokofiev o Rachmaninov è evidente quanto sia densa la scrittura per il pianoforte. Una densità che in certe circostanze può faticare ad emergere. Soprattutto durante le esecuzioni in teatro, può succedere di avere la percezione che dentro le orchestre maestose, pensate da questi maestri, il pianoforte quasi faccia fatica. Questi grandi compositori scrivevano la musica perché l’avevano in testa non perché avevano lo strumento sotto mano». Ed è stato per permettere a questo genere di scritture di prendere corpo e di sprigionare tutta la loro forza che Borgato ha creato il Gran Prix, ovvero uno strumento di tre metri e trentatré centimetri contro una media di due metri e settanta-due metri e ottanta. In un angolo del laboratorio di Borgato c’è un pannello di legno: linee, numeri, la riproduzione di decine di corde. Sono i calcoli che Borgato e sua moglie hanno studiato per una decina di anni prima di aver chiaro come allungare di cinquanta centimetri le corde di un Gran coda.

Opere il cui costo oscilla fra i 240mila euro del Gran coda e i 340mila per il Doppio - per il Gran Prix il costo è ancora in fase di definizione - e che richiedono dalle mille e cento alle mille e seicento ore di lavoro. A conti fatti Borgato non produce più di due pianoforti all’anno. «Ricevo ordini da tutto il mondo, sempre di più dalla Cina che sta realizzando delle sale da concerto incredibili». Borgato fa quasi fatica ad ammetterlo ma la quasi totalità delle sue opere nasce nel cuore del Veneto per non restare in Italia. Mentre Paola prepara a metà pomeriggio un caffè scorro l’album delle foto: Cameron Carpenter, Vladimir Ashkenazy, Radu Lupu, Martin Berkofsky, François-Joël Thiollier, Amir Tebenikhin, Rosalyn Tureck, Khatia Buniatishvili, Angela Hewitt. Ci sono tutti: ci sono proprio tutti i più grandi concertisti al mondo.

© Riproduzione riservata