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Il nuovo ruolo «globale» dell’Italia

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fmi e WB

Il nuovo ruolo «globale» dell’Italia

Dopo anni da osservata speciale, l'Italia affronta gli Annual Meetings della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale (la cui 62a sessione si apre oggi a Washington) con maggiore serenità. Per la prima volta dal 2010, c'è uno scarto positivo significativo tra le previsioni Fmi per l'anno in corso pubblicate ad ottobre dell'anno precedente (in questo caso un misero +0,9%) e quelle più recenti (un ben più robusto 1,5% che potrebbe rivelarsi persino troppo cauto). In precedenza il World economic outlook certificava regolarmente un peggioramento: per esempio a ottobre 2011 prevedeva 0,3% per il 2012, che a ottobre 2012 era diventato -2,3% (e al rendiconto sarebbe stato anche peggio).

Poi c'è il market sentiment: al 1° ottobre lo spread rispetto al Bund decennale era di 165 punti, gestibile rispetto agli abissi in cui si trovava il Paese all'identica data nel 2011 (372) o nel 2012 (363). Chiaramente giocano cause molteplici, alcune delle quali portano a rivedere al rialzo anche le prospettive di crescita degli altri G7 (e sono più brillanti, con l'eccezione del Giappone).

Ma sarebbe ingeneroso nei confronti del Governo disconoscere che lo sguardo sull'Italia sta cambiando, sulla scorta della perseveranza delle riforme lungo il sentiero stretto caro a Pier Carlo Padoan.Al di là della legittima soddisfazione che il lavoro intrapreso negli ultimi anni inizia a produrre i suoi frutti, questa situazione permette all'Italia di esprimersi con autorevolezza sulle questioni più importanti in agenda quest'anno. Che sono essenzialmente cinque: rallentamento del commercio internazionale, declino della (crescita della) produttività, diseguaglianza di genere, crescita inclusiva e gestione del debito. In ciascun caso non è che l'Italia abbia tutte le risposte, anzi, ma sicuramente sta affrontando i temi con serietà e determinazione.Il commercio è stato carburante importante della crescita negli anni di vacche apparentemente grasse che hanno preceduto la Grande Recessione e il suo rallentamento da allora preoccupa.

Le cause sono in parte strutturali: la rapida parcellizzazione delle attività produttive che ha dato vita alle catene globali del valore ha esaurito il suo iniziale impatto dirompete (in altre parole, c’è un limite alle componenti di un iPhone o una macchina che possono essere concepiti in un luogo, prodotti in un altro e assemblati in un terzo). Ma ci sono anche fattori politici, di breve respiro ma che rischiano di tramutarsi in ostacoli permanenti alla globalizzazione. In Italia queste forze hanno per il momento attecchito meno che altrove, ma andrà ribadito che le iniziative per offrire a tutti l’opportunità di trarre beneficio dall’integrazione economica globale e dal progresso tecnologico non sono mai sufficienti.

La quadra del cerchio apertura-inclusione non può che venire dalla produttività, e a questo proposito l’ultima Relazione annuale di Bankitalia segnala con grande onestà che nel lungo periodo senza uno scatto di reni non si va da nessuna parte - cioè non si migliora il benessere degli italiani. Ma sfata le tesi di chi si ostina a sostenere che l’Italia sia la prossima Grecia, mostrando che l’andamento della produttività è «fortemente differenziato tra comparti produttivi e imprese», con una dinamica robusta laddove le risorse vengono riallocate verso chi sa farne miglior uso. Non esiste quindi alternativa alle riforme che efficientino le parti del tessuto economico che stagnano, ovvero servizi non-finanziari (libere professioni e servizi pubblici locali) e aziende micro e piccole.

Banca e Fondo mostrano poi crescente attenzione alle questioni di genere. L’equazione è banale, e del resto sembrava intuirlo anche Adriano Celentano che aumentare la partecipazione al mercato del lavoro e le remunerazioni sostiene l’economia e garantisce il benessere individuale e collettivo. Da noi, sfortunatamente, la scarsa disponibilità di servizi di assistenza all’infanzia e la squilibrata suddivisione del carico di lavoro domestico e di cura concorrono a mantenere l’occupazione femminile ben al di sotto della media dei nostri partner Ocse e Ue. Ma ci sono anche delle zone di luce. In materia di presenza delle donne nei consigli di amministrazione, la legge Golfo-Mosca è un modello di riferimento a livello internazionale (come certificato dal recentissimo The Pursuit of Gender Equality dell’Ocse) e mostra come in determinate circostanze sia opportuna e probabilmente finanche indispensabile una forzatura normativa come le quote di genere.

Al di là delle misure puntuali di politica economica, la storia insegna che le istituzioni virtuose spargono i propri semi laddove l’humus sociale e culturale è pronto ad assorbirli. Edmund Phelps sostiene che l’American Dream sia consistito nell’aspirazione a farcela, ad «abbellire il proprio giardino», e non semplicemente ad arricchirsi. I ceti medi in Occidente, ma anche in molte economie emergenti, trovano arduo realizzare il proprio sogno - e ciò mina il contratto sociale e preoccupa le istituzioni di Bretton Woods - a causa degli ostacoli che si frappongono all’iniziativa, all’esplorazione e alla creatività. L’esperienza italiana non incoraggia all’ottimismo: le resistenze si annidano ovunque perché il cambiamento può sgretolare rendite costruite con le relazioni e non con le competenze. Ma non per questo si possono lasciare soli i riformatori di fronte alle minacce più o meno velate di chi vorrebbe perpetuare lo status quo - come ha osservato Ignazio Visco, «l’illegalità, in tutte le sue forme, è fonte di ingiustizia, è causa di minor benessere economico».

Sarebbe un errore pensare che l’Italia sia ormai approdata nello Shangri-La di politiche monetarie accomodanti, fiscalità virtuosa e riforme strutturali che incoraggia la crescita e riassorbe la disoccupazione. Ma sicuramente è arrivato il momento di andare al di là della querelle sterile tra gufi anciens e sicofanti modernes e riconoscere che l’Italia ha di nuovo la credibilità per esprimersi sulla governance economica globale (ed europea, anche se la sede giusta per questo non è Washington). Anzi, visto che non abbiamo mai ospitato gli Annual Meetings, perché non candidarci a farlo nel 2021 - magari a Milano?

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