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La memoria corta di Fukushima

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IL GIAPPONE VERSO LE ELEZIONI

La memoria corta di Fukushima

Dimenticare Fukushima. Il mondo sembra orientato a scordarsi che alla centrale atomica di Fukushima Dai-ichi tre reattori con i noccioli fusi, pur restando in uno stato di “cold shutdown” continuano a porre enormi problemi per il decommissionamento: lo dimostrerebbero i numeri del turismo straniero in Giappone, quasi azzerato nel 2011 e ora alla rincorsa di nuovi record (+17,8% a 18,9 milioni nel periodo gennaio-agosto; +5,4% a 84.300 gli arrivi di italiani).

Tuttavia, come in un retropensiero nascosto, ancora pochissimi stranieri si recano nel Tohoku, il Giappone settentrionale che fu devastato dallo tsunami dell’11 marzo 2011. «Stare alla centrale nucleare per qualche ora è meno che fare un viaggio aereo Europa-Tokyo», afferma Daisuke Hirose, group manager dell’utility Tepco, per sottolineare che la radioattività è calata di molto anche presso gli edifici che contengono i reattori danneggiati. I quasi 7mila lavoratori dell’immenso “cantiere” possono per lo più operare con protezioni molto ridotte: una semplice mascherina chirurgica, più guanti e doppi calzettoni. Il dosimetro segna una ventina di microSievert l’ora davanti ai “mostri”, mentre in quasi tutta la provincia i livelli radioattivi sono tornati alla normalità. Quello che Hirose non ammette esplicitamente è che il processo di smantellamento, come risulta ormai chiaro, durerà più dei 30-40 anni previsti e costerà più dei circa 70 miliardi di dollari ipotizzati. Lo dimostra il recente annuncio di un rinvio delle operazioni di rimozione di 1.573 barre di combustibile spento: un ritardo nella tabella di marcia di tre anni, al 2023, per quelli nelle piscine di raffreddamento dei reattori 1 e 2, e di un anno al 2018 di quelle del reattore numero 3, oggi sormontato da una struttura a semicerchio necessaria per la delicata operazione.

Hirose preferisce indicare lo stato molto avanzato dei lavori per il “muro di ghiaccio” che penetra nel terreno per oltre 30 metri di profondità (un unicum al mondo), finalizzato a circondare l’area dei reattori per impedire infiltrazioni di acqua che si contamina. «Stiamo riuscendo a ridurre intorno a 150 tonnellate l’acqua che si contamina ogni giorno e che stocchiamo in quasi mille grandi contenitori. Ne aggiungiamo uno ogni 2 giorni». Trattata per eliminare 62 sostanze radioattive, l’acqua resta però contaminata (per un volume di quasi un milione di tonnellate), in quanto il trizio non si può eliminare: la Tepco ha annunciato a luglio la volontà di scaricarla comunque nell’oceano, ma ha dovuto fare temporaneamente marcia indietro per la rivolta dei pescatori. «Rispetto a prima – afferma Kazunori Yoshida, direttore della Cooperativa dei pescatori di Iwaki – i volumi di pesca nella provincia sono solo all’8%. I nostri sforzi per riprenderci rischiano di essere vanificati se si dovessero diffondere di nuovo voci infondate sulla pericolosità del pesce che peschiamo». Le coop hanno varato un piano volontario di test ponendo come riferimento livelli di radioattività più bassi di quelli nazionali (già i più stringenti al mondo), restringendo anche volumi e specie pescabili: «Dall’aprile 2015 non abbiano più riscontrato livelli problematici, ma ancora il nostro pesce fatica ad avere domanda e spunta prezzi più bassi».

Al Fukushima agricultural technology center ogni giorno si effettuano accurati test su 150 campioni di cibi diversi: 11 tecnici prima sminuzzano l’alimento, poi lo mettono in contenitori speciali e infine ne misurano la radioattività. «Debbo ammettere – dice Kenji Kusano, direttore dell’Agricultural Promotion Safety Division – che anch’io, fino a qualche anno fa, evitavo i cibi locali. Ma ora possiamo garantire che il cibo made in Fukushima è sicuro. E il nostro saké è ai vertici nazionali per rinoscimenti di qualità».

I risultati dei test vengono messi online sul sito della prefettura, la cui parola d’ordine è quella di diffondere il messaggio sulla sicurezza alimentare. «Il Prodotto interno lordo della provincia è tornato a livelli superiori a prima del disastro», aggiunge Nobuhide Takahashi, della divisione Revitalization and Comprehensive Planning. Ma a guardar bene le cifre, sembra un caso classico di come i numeri crudi del Pil non fotografino la reale situazione: agricoltura, pesca, industria e turismo sono tutti ancora giù: l’economia cresce grazie ai fondi per la ricostruzione, tra boom di costruzioni di infrastrutture e megalavori alla centrale.

Sono ancora oltre 55 mila (dalle iniziali 165mila) le persone evacuate dalle aree vicine alla centrale designate come «di difficile ritorno» in quanto la dose annuale di radioattivita supera i 50 millisievert. Sono 3.753 i prefabbricati temporanei (il cui utilizzo in teoria non dovrebbe superare i due-tre anni) ancora abitati: ci sono lamentele per il ritmo di costruzione delle case permanenti.

Il 10 ottobre, per la prima volta, il tribunale di Fukushima ha ordinato alla Tepco e allo Stato di pagare danni (superiori alle compensazioni-standard) anche a 2.907 residenti che non avevano dovuto lasciare le loro case, ma che si ritengono penalizzati a vario titolo: si tratta della terza pronuncia giudiziaria che afferma la responsabilità civile di chi poteva e doveva prevenire la catastrofe e non l’ha fatto per negligenza. Una decisione che potrebbe alzare il conto per il governo e la Tepco, visto che sono una trentina le cause collettive in corso (mentre il processo penale contro gli ex vertici della Tepco resta in stallo).

Per contro, la Tepco ha appena ottenuto il via libera preliminare alla riattivazione dei suoi primi due reattori nel post-Fukushima, presso l’ex centrale atomica di Kashiwazaki-Kariwa. L’impianto si trova sulla costa “davanti” alla Corea del Nord. Un top manager della Tepco ha dovuto scusarsi per aver detto che, per i missili di Kim Jong, Tokyo sarebbe «un target più attraente».

Nella campagna per le elezioni di domani, comunque, non è parso che la questione dell’energia nucleare sia stata centrale, anche se un nuovo schieramento di centro-destra, il Partito della Speranza lanciato dalla governatrice di Tokyo Yuriko Koike, si è schierato – in netta contrapposizione con il premier Shinzo Abe – per l’abbandono totale dell’energia atomica entro il 2030. «A sei anni e mezzo dall’incidente, con Fukushima Dai-ichi stabilizzata, l’interesse complessivo del pubblico per la questione è scemato», osserva il professor Katsuyuki Yakushii della Toyo University: solo nelle aree in cui una centrale ottiene l’ok alla riattivazione può diventare un tema centrale, con il governo nazionale pronto come e più di prima a offrire la carota di maggiori sussidi per ottenere la necessaria approvazione locale. I venti di amnesia collettiva, insomma, non riguardano solo i turisti stranieri.

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