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La speranza di vita e i dolori del welfare

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Scenari

La speranza di vita e i dolori del welfare

  • –Gian Carlo Blangiardo

Dopo lo “scivolone all’indietro” nel corso del 2015, il processo di allungamento della vita nella popolazione italiana è ripreso nel 2016, a conferma di una conquista importante che induce a ben sperare per il futuro, ma al tempo stesso rende necessarie alcune riflessioni sul cambiamento demografico e sulla gestione dei nuovi equilibri che inevitabilmente va determinando.

Il più discusso di questi è l’adeguamento dei requisiti di pensionamento che, secondo i dati comunicati dall’Istat la scorsa settimana, dal gennaio 2019 farebbero crescere di 5 mesi la soglia della vecchiaia portandola a 67 anni sia per gli uomini che per le donne. Tutto ciò nel quadro di un ulteriore allargamento della «speranza di vita» (o vita media attesa) previsto dall’Istat in quasi un anno nel prossimo decennio.

D’altra parte, ripercorrendo il cammino della speranza di vita negli ultimi quattro decenni si rileva come, alla nascita, essa sia passata per i maschi da 69,6 anni nel 1976 a 80,6 nel 2016 e per le femmine da 76,1 a 85,1, secondo una dinamica che ha premiato largamente anche le età adulte e senili: un 65enne ha visto accrescersi la propria speranza di vita di circa 5-6 anni e un 80enne di 3.

Ma una piacevole conquista, come è quella di un’esistenza più lunga, non è priva di conseguenze problematiche. I recenti mutamenti demografici registrati in Italia – anche sul fronte della denatalità - hanno innescato un intenso processo di invecchiamento della popolazione.

La percentuale di persone over 65 è infatti passata dal 15% del 1991 (era l’8,2% nel 1951) al 22,3% al 1° gennaio 2017, e in parallelo si è accresciuta a ritmo intenso anche la presenza dei “grandi vecchi”: gli ultranovantenni sono oggi l’1,2% del totale dei residenti (723 mila), mentre erano lo 0,4% nel 1991 e solo lo 0,06% nel 1951; gli almeno centenari sono passati da poco più di 3 mila a oltre 17 mila.

Gli scenari descritti dalle più recenti previsioni demografiche per i prossimi 4-5 decenni mostrano il continuo aumento degli over 65.

Gli ultrasessantacinquenni destinati a diventare poco meno di 20 milioni attorno al 2050 – oggi sono 13,5 milioni – e di essi ben 8 milioni avranno almeno 80 anni. Il tutto mentre si prospetta una diminuzione, senza soluzione di continuità, dei residenti in età inferiore a 20 anni.

Va da sé che siffatte dinamiche inducono trasformazioni di ordine sociale, economico e culturale, e che sono molti i temi che meriterebbero attenta considerazione. Uno certamente prioritario riguarda i nuovi equilibri di welfare che il paese sarà chiamato a garantire nei prossimi decenni. Secondo l’approccio che si basa sul concetto di “demografia potenziale”, il patrimonio demografico tuttora posseduto dalla popolazione italiana – tenuto contro della sua struttura per età e dell’aspettativa di vita che compete a ognuno dei suoi membri – ammonterebbe complessivamente, se calcolato in base ai livelli di sopravvivenza espressi nel 2016, a 2.423 milioni di anni-vita.

Scomponendo tale valore nelle tre diverse fasi del ciclo di vita - assumendo il 20° e il 66° compleanno come limiti dell’età attiva - si conteggiano (per l’insieme di tutti gli attuali residenti)
1.317 milioni di anni-vita destinati ad essere spesi “da attivi”, 994 milioni da spendere nel ruolo di “pensionati” e 113 milioni da vivere in qualità di
“giovani in formazione”.

Di fatto, la combinazione tra speranza di vita e struttura per età degli italiani fornisce una misura di dipendenza “in prospettiva” che è pari a 75,5 anni di vita da anziani per ogni 100 da potenziali lavoratori: sostanzialmente il doppio di quanto si otterrebbe in base al tradizionale calcolo della dipendenza svolto “contando le teste”, ossia facendo il rapporto tra il numero di residenti in età 67 e più (i pensionati) e quello dei 20-66enni (gli attivi). Va altresì rilevato come il miglioramento dei livelli di sopravvivenza passando dal 2015 al 2016 abbia comportato, per il complesso dei residenti, un aumento di 25 milioni di anni-vita da pensionati, a fronte di solo un milione in più da attivi, determinando una crescita di ben due punti nel rapporto di dipendenza prospettico.

Nel sottolineare i percorsi di crescita della popolazione anziana un certo interesse merita l’analisi della dinamica del flusso annuo di ingressi e di uscite nel/dal contingente dei residenti over 65. I dati mostrano come, sino a circa la metà del secolo, la consistenza numerica delle entrate – per raggiungimento del 65° compleanno - sarà largamente superiore a quella delle uscite (per morte). La differenza, attualmente nell’ordine di 100 mila unità annue, tenderà a ridursi lievemente per qualche anno per poi accrescersi decisamente sino a raggiungere circa 400 mila unità nel 2030. In proposito, va fatto notare come il picco di entrate del 2030, da porre in relazione al “baby-boom” del 1965, non sia seguito dal declino che ci si attenderebbe per via della caduta della natalità sviluppatasi dalla seconda metà degli anni 60.

Di fatto, il motivo per cui i flussi di ingresso nella popolazione anziana resteranno pressoché stabili, attorno alle 900 mila unità annue, sino al 2040 va ricercato nel massiccio contributo della popolazione immigrata che, pur essendo nata altrove, invecchierà in Italia raggiungendo in quegli anni il 65° compleanno. Un contributo,
questo, che può definirsi «invecchiamento importato».

In proposito, va rilevato come il fenomeno dell’invecchiamento importato non sia affatto neutrale sul piano della spesa pubblica. Esso potrà infatti avere ricadute problematiche sul sistema pensionistico dei prossimi decenni, in quanto è facile immaginare un’ampia presenza di nuovi anziani che hanno avuto un lavoro regolare solo in età matura e che hanno normalmente ricevuto salari relativamente bassi, così che il loro livello di contribuzione non sempre sarà stato sufficiente a garantire una pensione dignitosa. In ultima analisi, si prospetta l’esigenza di interventi integrativi nel segno della solidarietà; interventi le cui risorse andranno recuperate nei bilanci del welfare, già di per sé difficili da quadrare, o attraverso una fiscalità generale che, come
è noto, non offre certo grandi
margini di manovra.

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