Commenti

La Cina di Xi e il ruolo dell’Italia

  • Abbonati
  • Accedi
L'Editoriale|la SVOLTA

La Cina di Xi e il ruolo dell’Italia

È una formula ormai ultra-abusata quella del batter d’ali geopolitico in un qualsiasi luogo remoto che può scatenare un tornado economico ovunque del mondo. Ma non c’è alcun dubbio che ciò che accade a Pechino, sempre più centro del potere globale, incide profondamente sulla realtà delle aziende, anche italiane, anche piccole.

Il XIX Congresso del Partito comunista cinese (Pcc) ha consolidato, sicuramente per i prossimi 5 anni, magari anche più a lungo, la natura quasi monocratica di un sistema che a lungo è stato collegiale. Con l’aura aggiuntiva che viene dal riconoscimento del suo pensiero come ideologia fondamentale del Pcc, Xi Jinping ha nelle mani la gestione dei due new normal, quello domestico (crescita in calo dal 2010) e quello internazionale (un mondo in cui l’America non è più la potenza egemonica). Dalla svolta del 1979, è la prima volta che all’agenda globale, con gli onori ma anche gli oneri che comporta per la Cina e per il suo leader, viene dato lo stesso rilievo che alla crescita economica domestica. Gli obiettivi sono costruire la cosiddetta «società moderatamente prospera» entro il 2035 e posizionare la Cina come una Grande Potenza entro il 2050 (quando la Repubblica popolare avrà compiuto 100 anni). Tutto ciò in un frangente storico in cui, come ha osservato Michael Spence su questo giornale, di fronte alla debolezza dell’Occidente è diffusa la convinzione che agire con determinazione nell’interesse pubblico sia più importante che badare alla bontà della governance.

La questione fondamentale è capire quale diagnosi Xi ha fatto della crescita al 6-7%, in un Paese in cui i poveri sono ancora molti (55 milioni nelle sole zone rurali). Le cause sono naturali, strutturali o congiunturali? Se Xi propende per l’ultima spiegazione, il rischio è che si convinca che basti riattivare la domanda interna, magari utilizzando la leva delle imprese pubbliche. Sarebbe invece meglio avviare un circolo virtuoso, ma complicato, di riforme che incoraggino l’imprenditoria privata, accompagnino verso l’uscita le aziende moribonde (zombie) e alzino il ritmo di crescita potenziale.

A dir il vero, tutto ciò sarebbe proprio indispensabile per risolvere la «contraddizione principale» (termine cardine nel vocabolario marxista) tra lo sviluppo «sbilanciato e inadeguato» e «l’anelito sempre crescente del popolo per una vita migliore».

Anche per il resto del mondo è fondamentale che la Cina realizzi il triplice aggiustamento, diventando meno dipendente dagli investimenti, dall’export, dalle regioni costiere. Solo così potrà dare il suo contributo alla stabilità del sistema globale, dal punto di vista sia politico, sia economico, e alla sua riforma, ormai non più rinviabile alla luce dei cambiamenti avvenuti negli ultimi 30 anni.

Solo così potrà realizzare la Belt and Road Initiative (Bri), cui Xi tanto tiene, e farne uno strumento potente d’integrazione euroasiatica.

Non tutti i segnali che sono venuti da Pechino nel primo quinquennio di Xi, però, sono convincenti. È vero, per esempio, che è diminuita la produzione di certi prodotti industriali come acciaio, alluminio e cemento, scongiurando il rischio che la Cina esportasse deflazione nei prezzi alla produzione. Ma il risultato è stato ottenuto con diktat amministrativi, non dispiegando gli incentivi di mercato. Anche nel combattere la corruzione e le ineguaglianze e rafforzare la rule of law (in un Paese dove lo Stato non gode di autonomia rispetto al Partito), le autorità hanno ripetutamente mostrato che preferiscono serrare i ranghi (ed estendere la censura), piuttosto che lasciare spazio alla società civile, compresi gli attori economici. La Bri ha fatto poco nel lanciare nuove infrastrutture, ancora meno nel tratteggiare i contorni di una governance globale multipolare.

Non sorprende che l’economia cinese resti molto diversa da quella degli altri G20, dal lato della domanda aggregata (in cui i consumi rappresentano meno del 40% del Pil), come da quello dell’offerta (i servizi pesano per 52%, rispetto a 60/70% altrove).

Un panorama complicato dal punto di vista degli interessi di un Paese come l’Italia, che con l’Impero di Mezzo commercia sempre di più, ma che mantiene una relazione bilaterale squilibrata e soffre più degli altri G7 della concorrenza cinese sui mercati globali. Le imprese tricolori sono molto meno presenti che le omologhe tedesche o francesi e, con le dovute e sporadiche eccezioni, si limitano a vendere e produrre beni sviluppati in Italia, senza sfruttare ancora appieno le opportunità che la Cina offre per innovare.

A dispetto dei progressi ottenuti su alcuni dossier sensibili per il nostro Paese, come la lotta alla contraffazione, restano irrisolte questioni come la reciprocità nella protezione degli investimenti, lo status di economia di mercato, l’utilizzo della politica industriale e delle imprese pubbliche per garantire alla Cina la leadership nelle industrie del futuro.

Se è difficile pensare che l’Italia possa influenzare molto il corso degli eventi, qualche cosa le aziende possono fare.

Intanto incitare tutte le forze politiche a confermare, indipendentemente dai risultati elettorali, il nostro impegno a celebrare il 50esimo anniversario dell’instaurazione dei rapporti diplomatici, nel 2020, con azioni ambiziose e concrete.

Poi investire di più per rafforzare la conoscenza e l’analisi della Cina contemporanea: in Germania, ad esempio, la Fondazione Mercator della famiglia Schmidt (Metro Group) ha creato un istituto con uno staff di 35 persone, un numero probabilmente superiore a quello di tutti i sinologi in Italia.

Infine, per limitarsi alle priorità più immediate, piuttosto che lasciare il campo a iniziative sporadiche per promuovere qualche infrastruttura, il Sistema Italia deve pianificare una strategia seria vis-à-vis la Bri: che non può che partire dal prendere atto che i cinesi, che fanno poche cose per caso, hanno già capito che Milano può diventare uno dei principali terminali delle Nuove Via della Seta.

© Riproduzione riservata